Il petrolio esplode e i mercati tremano. Perché il mondo teme un nuovo shock anni ’70

Gerardo Marciano

31 Marzo 2026 - 15:28

Il petrolio torna a correre dopo l’attacco all’Iran e riapre il paragone con il 1973: ecco cosa sta prezzando il mercato e perché il rischio ora spaventa davvero.

Il petrolio esplode e i mercati tremano. Perché il mondo teme un nuovo shock anni ’70

Ci sono fasi in cui i mercati sembrano muoversi più per memoria che per cronaca. Basta che nel Golfo torni a incrinarsi l’equilibrio, basta che il petrolio riprenda a salire con violenza, e il pensiero corre immediatamente agli anni in cui l’energia smise di essere soltanto una materia prima per diventare il centro di gravità dell’economia mondiale. Anche oggi il clima è questo: non solo tensione, ma la sensazione che dietro i prezzi si stia rimettendo in moto un meccanismo già visto. 

Non focalizziamoci su quanto stia salendo il greggio, ma piuttosto sul modo in cui sta salendo: rapidamente, sotto la spinta del rischio geopolitico, delle minacce alle infrastrutture e soprattutto dell’insicurezza sulle rotte marittime. È in queste condizioni che le quotazioni smettono di riflettere il presente e iniziano a prezzare il timore di uno scenario peggiore. Ed è qui che il paragone storico smette di essere una formula giornalistica e torna a farsi serio. 

In queste settimane il richiamo al 1973 è tornato con forza anche nelle analisi di Niall Ferguson. La sua idea di fondo è netta: una crisi regionale può trasformarsi in un problema globale quando il petrolio torna a essere arma strategica. Prima l’escalation militare, poi la risposta che si allarga alle infrastrutture energetiche e al traffico marittimo, infine l’effetto sui mercati, sull’inflazione e sulla crescita. È una sequenza che oggi appare meno remota di quanto sembrasse solo pochi mesi fa. 

Il parallelo con gli anni Settanta

Per capire perché il paragone con il 1973 stia tornando così spesso, bisogna partire dai numeri. Durante il primo shock petrolifero, in seguito alla guerra del Kippur e all’embargo dei produttori arabi, il prezzo del petrolio passò da circa 2,90 dollari al barile a 11,65 dollari nel gennaio 1974. In pochi mesi si verificò dunque una quasi quadruplicazione delle quotazioni, un salto che cambiò in profondità il quadro macroeconomico internazionale e rese evidente quanto l’Occidente fosse vulnerabile sul piano energetico. 

Oggi la dinamica non è identica, ma presenta una somiglianza di fondo molto evidente. Dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il Brent è salito di oltre il 50% e ha superato temporaneamente i 119 dollari al barile. Non siamo davanti a una quadruplicazione come quella del 1973-1974, ma siamo di fronte a un rialzo estremamente rapido, alimentato dalla stessa logica di allora: il mercato teme che una crisi mediorientale possa restringere l’offerta disponibile e colpire il cuore del sistema energetico mondiale. 

La differenza principale, per ora, sta proprio qui. Nel 1973 il rialzo segnò un cambiamento strutturale e duraturo del regime dei prezzi. Oggi, invece, il petrolio si muove in un mercato molto più finanziarizzato, più liquido e più reattivo alle notizie. Le quotazioni incorporano giorno per giorno il rischio di un peggioramento, di una tregua, di una riapertura dei flussi oppure di un attacco a nuovi nodi della catena energetica. Lo shock è quindi fortissimo, ma ancora non ha assunto in modo definitivo la forma di una nuova normalità. 

Il ruolo decisivo dello Stretto di Hormuz

Il punto di contatto più forte tra passato e presente è la centralità del collo di bottiglia energetico. Nel 1973 il problema fu l’embargo. Oggi il nodo è soprattutto lo Stretto di Hormuz, passaggio attraverso cui transita circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas. Non serve nemmeno una chiusura perfettamente totale per provocare uno shock serio. È sufficiente rendere il transito instabile, pericoloso e costoso, spingendo compagnie, assicuratori e operatori logistici a rallentare o a ridurre i passaggi. 

In questo quadro si inserisce il ragionamento di Ferguson. La sua lettura è che l’Iran non abbia bisogno di bloccare ogni singolo flusso per ottenere un effetto sistemico. Basta mantenere alta la percezione del rischio. Se il passaggio è insicuro, i premi assicurativi aumentano, le petroliere esitano, i tempi si allungano e l’offerta effettiva si restringe anche senza una paralisi formale completa. Il mercato del petrolio, che nel breve periodo è poco elastico sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta, reagisce allora in modo sproporzionato. 

Secondo le indicazioni richiamate in questi giorni dalle autorità energetiche e dalle grandi banche d’affari, il conflitto avrebbe già sottratto al mercato circa 11 milioni di barili al giorno al 23 marzo. Barclays stima che, in caso di prolungata chiusura di Hormuz, la perdita potenziale potrebbe arrivare a 13-14 milioni di barili al giorno, a fronte di una domanda globale che l’International Energy Agency colloca intorno a 104-105 milioni di barili al giorno nel 2026. In termini relativi, si tratta di uno shock molto rilevante, capace di spingere il mercato in una fascia di prezzi molto più alta. 

Le differenze rispetto al 1973

Il confronto con gli anni Settanta, però, va maneggiato con precisione. Oggi il sistema dispone di ammortizzatori che allora erano molto più deboli o quasi assenti. L’IEA e i Paesi membri hanno già deciso l’11 marzo un rilascio coordinato record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, pari al 20% degli stock complessivi. Fatih Birol ha inoltre chiarito che ulteriori rilasci restano possibili se le condizioni di mercato lo renderanno necessario. Questa sola differenza basta a spiegare perché lo shock attuale, pur violento, non coincida automaticamente con una replica meccanica del 1973. 

C’è poi un secondo elemento di differenza: la risposta dell’offerta alternativa. L’EIA prevede che prezzi più elevati incentivino una produzione statunitense media di 13,61 milioni di barili al giorno nel 2026 e di 13,83 milioni nel 2027. Negli anni Settanta la capacità di adattamento era molto più limitata. Oggi il mercato resta vulnerabile, ma non è privo di valvole di compensazione. Questo non elimina il problema, ma attenua almeno in parte il rischio di una spirale immediata e incontrollata come quella sperimentata mezzo secolo fa. 

Allo stesso tempo, però, la struttura dell’economia globale è diventata molto più interconnessa. Proprio per questo il petrolio non ha bisogno di quadruplicare per generare danni diffusi. Prezzi elevati si trasmettono in modo rapido ai carburanti, ai fertilizzanti, ai costi industriali, alla logistica e alle filiere chimiche. Gli analisti avvertono che i Paesi importatori di energia in Asia e in Europa sono quelli più esposti, e che oltre i 150 dollari al barile gli effetti recessivi diventerebbero molto più pesanti, soprattutto per i settori energivori e per l’agricoltura. 

Che cosa stanno dicendo gli analisti adesso

Nelle ultime due settimane il quadro previsivo è cambiato in modo netto. Goldman Sachs ha alzato la previsione media 2026 del Brent a 85 dollari al barile da 77 e quella del WTI a 79 da 72. La banca si aspetta inoltre una media del Brent a 110 dollari tra marzo e aprile, contro una stima precedente di 98 dollari, e indica in 135 dollari un possibile livello di picco nello scenario di rischio legato a dieci settimane di flussi molto ridotti e a perdite persistenti di produzione per 2 milioni di barili al giorno. 

Barclays mantiene come scenario base una normalizzazione del traffico attraverso Hormuz entro l’inizio di aprile, coerente con un Brent medio 2026 a 85 dollari. Ma la stessa banca avverte che, se le interruzioni dovessero protrarsi fino alla fine di aprile, il mercato potrebbe riprezzarsi verso 100 dollari, e verso 110 dollari se le difficoltà si estendessero fino alla fine di maggio. Nella stessa nota Barclays sottolinea anche che l’elasticità dell’offerta è oggi strutturalmente più debole rispetto a shock passati, a causa di spare capacity meno efficace e di anni di sottoinvestimenti. 

Macquarie si è mossa ancora più bruscamente, portando la propria stima sul WTI per l’anno fiscale 2026 a circa 83 dollari da 58. L’EIA, dal canto suo, già il 10 marzo aveva indicato che il Brent sarebbe rimasto sopra 95 dollari al barile per i successivi due mesi, con una successiva discesa verso 70 dollari a fine anno in caso di ripristino graduale dei flussi attraverso Hormuz. Sono stime diverse per intensità, ma tutte convergono su un punto: il premio di rischio geopolitico non è più marginale, è ormai il motore principale delle quotazioni. 

Il dato forse più significativo arriva dal sondaggio Reuters del 27 marzo. In uno scenario di mantenimento delle attuali interruzioni, 13 analisti indicano per il Brent un intervallo compreso tra 100 e 190 dollari, con una media di 134,62 dollari. Se poi l’escalation dovesse colpire anche le strutture di export iraniane di Kharg Island, snodo di circa il 90% delle esportazioni petrolifere dell’Iran, la media sale a 153,85 dollari e alcuni scenari estremi arrivano fino a 200 dollari al barile. Non è la previsione centrale, ma è il segnale di quanto il mercato consideri ormai credibile anche un peggioramento ulteriore. 

Il vero rischio economico

Qui il richiamo agli anni Settanta torna a essere particolarmente forte. Ferguson insiste sul fatto che gli shock energetici sono tra gli inneschi più frequenti delle recessioni. Il meccanismo è noto: da un lato si erode il reddito disponibile delle famiglie e si raffreddano i consumi; dall’altro aumentano i costi per le imprese, si comprimono i margini e si indebolisce la produzione. Se a tutto questo si aggiunge l’effetto sull’inflazione e la possibile risposta restrittiva delle banche centrali, la combinazione diventa rapidamente pericolosa. 

Non è un caso che Goldman abbia alzato anche la probabilità di recessione statunitense nei prossimi 12 mesi al 30%, citando proprio il rialzo di petrolio e gas, il peggioramento delle condizioni finanziarie e l’impatto del conflitto sulla crescita. In altre parole, il prezzo del greggio non è più soltanto una variabile di mercato: sta tornando a essere una variabile macroeconomica dominante. È questo, in fondo, il vero parallelo con il 1973. 

Che cosa osservare nelle prossime settimane

Il primo elemento da seguire è la sicurezza reale dei transiti nello Stretto di Hormuz. Il secondo è l’eventuale coinvolgimento delle infrastrutture di export, in particolare Kharg Island, perché è lì che gli scenari più estremi degli analisti iniziano a prendere corpo. Il terzo è la durata percepita dello shock: anche se il conflitto rallentasse, il mercato potrebbe continuare a incorporare per settimane o mesi un premio di rischio elevato. Ed è proprio questo l’insegnamento più importante che arriva sia dagli anni Settanta sia dalla crisi attuale: quando l’energia diventa arma, i prezzi non si limitano a reagire, iniziano a guidare il resto dell’economia.