Il paradossale debito americano

Emiliano Brancaccio

13 Febbraio 2023 - 08:01

Gli Stati Uniti guadagnano reddito dal loro passivo verso l’estero. Una contraddizione che alimenta le tensioni internazionali, diplomatiche e anche militari.

Il paradossale debito americano

Un passivo di oltre 18 mila miliardi di dollari: a tanto ammonta la posizione netta internazionale degli Stati Uniti, vale a dire l’ammontare netto del debito americano verso l’estero. È un accumulo di passività senza precedenti, che ha ormai raggiunto quasi l’ottanta percento del Pil americano. Per dare un’idea dell’ammontare, potremmo dire che ci vorrebbe il Pil di nove Italie per ripagare tutto il debito estero statunitense.
Non è andata sempre così. Alla fine degli anni ‘80 gli Stati Uniti si trovavano in una posizione di sostanziale pareggio con l’estero. Solo dopo il crollo dell’Unione sovietica, con l’inizio della cosiddetta globalizzazione deregolata, la posizione netta americana ha iniziato a volgere verso il debito. Dalla crisi mondiale cominciata nel 2007 gli Stati Uniti sono quindi precipitati in profondo rosso, fino a raggiungere il record di passività dei giorni nostri.

Se dunque gli americani sono indebitati verso l’estero, chi sono i principali creditori internazionali? Ebbene, al vertice delle posizioni attive, ben al di sopra dei soliti Giappone, Germania e Arabia Saudita, troviamo oggi la Cina, con oltre 4 mila miliardi di credito verso l’estero. Completa la lista dei grandi creditori, guarda un po’, anche la Russia, con circa 500 miliardi di crediti.
Già da soli, questi grandi sbilanciamenti nelle relazioni finanziarie internazionali fanno riflettere. Ma c’è un aspetto ulteriore che li rende ancor più sorprendenti. Mi riferisco ai flussi di reddito che derivano da tali posizioni. Logica vorrebbe che gli Stati Uniti, indebitati, si trovassero con flussi netti di reddito in uscita, a fronte di flussi in entrata per la Cina e gli altri grandi creditori. Ma le cose non stanno in questi termini. Il flusso di reddito netto americano è positivo per oltre 130 miliardi annui, a fronte di flussi di reddito negativi per molti creditori, tra cui guarda caso la Russia con 43 miliardi e la Cina con 140 miliardi in uscita ogni anno!
Come si spiega un tale paradosso? Semplice: le attività dei creditori non rendono, mentre quelle del grande debitore sì. In sostanza, i cinesi detengono obbligazioni americane che garantiscono un reddito modesto, mentre gli americani posseggono partecipazioni azionarie di aziende cinesi ad alta redditività, e così via. L’implicazione è sconcertante: gli Stati Uniti guadagnano reddito dal loro passivo netto.

Ai cinesi e agli altri creditori questo stato di cose non sta affatto bene. Vorrebbero infatti liberarsi delle obbligazioni a scarso rendimento per acquisire la proprietà di aziende americane e occidentali redditizie. In un contesto di libero mercato potrebbero farlo. I creditori, dopotutto, sono loro. Ma da lungo tempo gli Stati Uniti non glielo consentono. Nell’ottica americana, la globalizzazione ormai si ferma al confine dei paesi alleati. Lo chiamano “friend shoring”: un aggressivo protezionismo commerciale e finanziario contro i “non amici”, iniziato già prima di Trump.
C’è chi azzarda che questo paradossale squilibrio tra creditori e debitori stia alimentando le tensioni internazionali del nostro tempo, diplomatiche e militari. Il sospetto è fondato.