Il mercato dei pagamenti transfrontalieri è uno dei più grandi e meno visibili dell’economia mondiale.
Le stime sul valore annuale delle transazioni variano enormemente a seconda di cosa si includa, ma oscillano tra oltre 150.000 miliardi di dollariper i flussi commerciali e finanziari regolati tramite sistemi bancari tradizionali e cifre che superano diverse centinaia di migliaia di miliardi se si considerano anche i regolamenti interbancari e i mercati dei cambi.
A fronte di questi volumi, anche differenze di pochi decimi di punto percentuale nelle commissioni generano ricavi enormi per gli intermediari.
Nel segmento delle rimesse dei lavoratori migranti, che vale più di 800 miliardi di dollari l’anno, il costo medio globale di una transazione rimane superiore al 6% dell’importo inviato, con picchi che in alcuni corridoi superano il 10%. Per chi invia 200 dollari al mese, questo significa perdere tra 120 e 240 dollari all’anno solo in commissioni. Sul fronte aziendale, le imprese che operano su più mercati sostengono costi meno visibili ma altrettanto rilevanti, legati agli spread sul cambio, ai tempi di regolamento che possono superare i due o tre giorni lavorativi e alla necessità di mantenere liquidità su più conti in valute diverse.
In questo contesto, le stablecoin vengono spesso presentate come una soluzione infrastrutturale capace di comprimere drasticamente tempi e costi. Il principio tecnico è semplice: un token digitale ancorato a una valuta fiat può essere trasferito su blockchain pubbliche in pochi secondi o minuti, con costi di rete che, a seconda della piattaforma, possono scendere sotto il dollaro per transazione. Su alcune reti di seconda generazione, le commissioni medie sono inferiori a dieci centesimi e la capacità di elaborazione supera diverse centinaia di transazioni al secondo, con prospettive di ulteriore crescita.
Il mercato delle stablecoin, che nel 2020 valeva meno di 30 miliardi di dollari, ha superato nel 2024 una capitalizzazione complessiva stimata tra 130 e 160 miliardi, concentrata per oltre il 90% su token ancorati al dollaro. Il volume mensile di transazioni, includendo anche i trasferimenti tra exchange e protocolli finanziari decentralizzati, supera frequentemente i 500 miliardi di dollari. Su base annua, alcuni provider di dati stimano flussi complessivi superiori ai 5.000 miliardi, una cifra ancora piccola rispetto ai circuiti bancari globali ma già paragonabile ai volumi annuali di grandi network di carte di pagamento in alcune regioni.
Nonostante queste dimensioni, la riduzione effettiva dei costi per l’utente finale è tutt’altro che automatica. Il passaggio cruciale non è il trasferimento del token sulla blockchain, ma la conversione da e verso la moneta tradizionale. Qui entrano in gioco exchange, piattaforme di pagamento e banche partner, che applicano spread sul cambio, commissioni di prelievo e costi legati ai controlli normativi. In molti casi, la somma di questi oneri riporta il costo complessivo vicino ai livelli dei servizi fintech tradizionali più efficienti, che già oggi operano con commissioni medie inferiori all’1% per i principali corridoi tra economie avanzate.
Un altro fattore determinante è la regolamentazione. Se le stablecoin vengono utilizzate come strumento di pagamento su larga scala, i soggetti che le emettono e le piattaforme che ne gestiscono la circolazione sono chiamati a rispettare requisiti di capitale, audit sulle riserve, procedure antiriciclaggio e sistemi di monitoraggio delle transazioni. Tutti elementi che comportano costi fissi elevati. In mercati fortemente regolati come Stati Uniti e Unione Europea, l’adeguamento normativo può rappresentare una delle principali voci di spesa operativa, riducendo il vantaggio competitivo rispetto agli operatori bancari già strutturati.
Parallelamente, negli ultimi dieci anni, società fintech non basate su blockchain hanno dimostrato che gran parte dei risparmi sui costi deriva dall’ottimizzazione dei flussi e dalla gestione intelligente della liquidità, piuttosto che dalla tecnologia sottostante. Alcune piattaforme movimentano decine di miliardi di euro ogni semestre mantenendo commissioni medie intorno allo 0,5%, grazie a reti di conti locali che evitano il ricorso sistematico ai canali di corrispondenza bancaria internazionale. Questo modello riduce drasticamente la necessità di conversioni multiple e accorcia i tempi di regolamento senza introdurre nuovi asset digitali.
Il vero potenziale delle stablecoin potrebbe quindi risiedere meno nella promessa di azzerare i costi e più nella capacità di modificare gli equilibri competitivi. L’ingresso di nuovi attori, spesso sostenuti da grandi piattaforme tecnologiche e da capitali di rischio, aumenta la pressione sui margini degli operatori tradizionali. Quando banche e circuiti di pagamento percepiscono il rischio di perdere quote di mercato, diventano più propensi a rivedere strutture tariffarie che per decenni sono rimaste opache e poco contestabili, soprattutto nei trasferimenti internazionali.
Dal punto di vista macroeconomico, anche una riduzione media dei costi dell’1% su volumi che superano i 100.000 miliardi di dollari avrebbe un impatto potenziale di oltre 1.000 miliardi all’anno, una cifra che supera il PIL di molti Paesi industrializzati. Per le famiglie che dipendono dalle rimesse, una riduzione di due punti percentuali nelle commissioni globali libererebbe decine di miliardi di dollari da destinare al consumo, all’istruzione e alla sanità. Per le imprese esportatrici, soprattutto nei Paesi emergenti, minori costi finanziari migliorerebbero la competitività sui mercati internazionali.
Resta però un’incognita strutturale: la fiducia. Le stablecoin funzionano solo se gli utenti credono che ogni token sia effettivamente convertibile in valuta reale anche in condizioni di stress di mercato. Eventi passati hanno mostrato che quando sorgono dubbi sulla qualità delle riserve o sulla governance degli emittenti, possono verificarsi corse ai riscatti che mettono sotto pressione l’intero ecosistema. Questo rischio sistemico spinge i regolatori a imporre regole sempre più simili a quelle bancarie, avvicinando ulteriormente il modello operativo delle stablecoin a quello della finanza tradizionale.
In prospettiva, è probabile che il futuro dei pagamenti transfrontalieri non sia dominato da una singola tecnologia, ma da un mosaico di soluzioni interoperabili: infrastrutture bancarie più veloci, sistemi di pagamento istantanei tra Paesi, fintech specializzati e, in alcuni casi, stablecoin integrate come strato di regolamento. In questo scenario, il vantaggio competitivo non dipenderà solo dal costo della transazione, ma dalla capacità di offrire servizi accessori come gestione del rischio di cambio, integrazione con i sistemi contabili aziendali e automazione dei flussi finanziari.
Alla fine, la vera rivoluzione potrebbe non essere la blockchain in sé, ma il fatto che un settore storicamente dominato da pochi grandi operatori si stia aprendo a una pluralità di modelli di business. Se i costi scenderanno in modo significativo, sarà probabilmente più per effetto della concorrenza che per un singolo salto tecnologico.