La battaglia del gas nel Mediterraneo orientale è uno dei più interessanti spin-off del sanguinoso conflitto inaugurato dai massacri di Hamas in Israele del 7 ottobre scorso e proseguito con gli ampi bombardamenti, le stragi di civili palestinesi, l’assedio e l’invasione di terra di Gaza da parte dell’Israel Defence Force.
La partita del gas coinvolge Israele su due fronti: minacce e ambizioni. In una partita a tutto campo che ha molti attori interessati pronti a osservarne l’evoluzione: Stati Uniti, India e Cina, per motivi che diremo, ma anche l’Europa in perenne fame di energia.
Il gas al largo di Gaza
Per capire il perché dobbiamo fare un passo indietro. Nel quadro del braccio di ferro sistemico tra Israele e Palestina dopo il ritorno al potere di Benjamin Netanyahu, a giugno era emerso che potessero andare a buon fine i negoziati mediati da Usa ed Egitto per accordare all’Autorità Nazionale Palestinese il permesso di avviare appalti per aprire allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale al largo di Gaza. Una mossa che avrebbe avuto il triplice obiettivo di costruire uno spazio di dialogo tra Tel Aviv e Ramallah, mostrare la possibilità di una de-escalation mediata dall’energia e aprire a una crescente autosufficienza energetica di Gaza. Hamas avrebbe ricevuto una quota parte delle royalties, aprendo però a un principio fondamentale: l’accettazione della soggettività dell’Anp come autorità superiore del popolo palestinese.
Il Gaza Marine Field contiene circa 30 miliardi di metri cubi di gas. Israele, secondo il Begin-Sadat Center for Strategic Studies avrebbe aperto alla concessione all’Anp per accelerare la distensione coi Paesi arabi: “Potrebbero aver condizionato gli imminenti accordi politici o economici con Israele a concessioni ai palestinesi come questa. Le motivazioni potrebbero includere un accordo di normalizzazione con l’Arabia Saudita o un accordo commerciale energetico di qualche tipo con la Turchia”.
Gli impatti della guerra
In quest’ottica la sfida lanciata da Hamas e la brutale reazione israeliana hanno sepolto definitivamente le questioni politiche legate all’accordo: dalla cooperazione Anp-Israele all’espansione degli accordi di Abramo con l’Arabia Saudita, il Medio Oriente dal 7 ottobre ad oggi è profondamente mutato.
Non è da escludere, però, che Israele possa pensare di mettere le mani autonomamente sui 30 miliardi di metri cubi del Gaza Marine Field e che l’offensiva di terra abbia, tra gli altri obiettivi, quello di occupare un’area della Striscia di Gaza tale da consentire di arrivare in prossimità della costa e dei giacimenti per poter unilateralmente rivendicare la sovranità di Tel Aviv su questa area.
Sul breve periodo la guerra ha prodotto un rallentamento dell’ambiziosa strategia di espansione energetica di Israele, come ricorda il think tank europeo Bruegel in precedenza orientata a conquistare i mercati esteri: “Nel 2022, Israele ha prodotto 21,9 miliardi di metri cubi (Bcm) di gas, 11,4 Bcm dal giacimento Leviathan e 10,2 Bcm da quello Tamar. Di questi, 12,7 miliardi di metri cubi sono stati consumati a livello nazionale, mentre 5,8 miliardi di metri cubi sono stati esportati in Egitto e 3,4 miliardi di metri cubi in Giordania. Si prevedeva un ulteriore aumento delle esportazioni nel 2023, sostenuto dall’avvio della produzione del giacimento di Karish”, ma la guerra ha cambiato i piani: Israele ha comunicato a Chevron, che ne gestisce le operazioni, di fermare il 10 ottobre scorso le operazioni di Tamar, potenziale bersaglio di Hamas, e ha temporaneamente fermato i flussi del gasdotto East Mediterranean Gas (Emg), che collega Ashkelon, centro tra i più vicini alla Striscia di Gaza, ad Arish, centro egiziano sito nel nord della Penisola del Sinai.
I flussi da 22 milioni di metri cubi al giorno si sono interrotti improvvisamente proprio mentre in Egitto un brusco balzo in avanti delle temperature imponeva un aumento della domanda di elettricità e gas per il raffreddamento delle abitazioni residenziali.. Una conseguenza che certo non aiuta a ben disporre Il Cairo verso la situazione geopolitica tesissima ai suoi confini. Ma Abd Fatah al-Sisi non può fare a meno, sul medio periodo, del gas israeliano, una quota parte del quale ri-esporta in Europa come Gnl. E in generale tutte le grandi potenze guardano a Tel Aviv e alla sua strategia energetica.
Il gas che fa gola agli Usa
Un’entrata di Israele a Gaza e un controllo di Tel Aviv sui giacimenti locali salderebbe un collegamento energetico a tutto campo capace di creare un vero e proprio polo del Mediterraneo orientale del gas. Realizzando un sogno geopolitico degli Stati Uniti, che dal 2018 hanno iniziato a far pressione per consolidare un asse Egitto-Israele-Grecia-Cipro, da far approvare e “vidimare” da Turchia e Italia, per creare un hub alternativo alla Russia per l’export di gas in Europa.
Tre i cardini di questa strategia: la saldatura tra Leviathan-Tamar e Zohr, il maxi-giacimento offshore egiziano scoperto da Eni; lo sviluppo definitivo di EastMed, gasdotto destinato a culminare in Italia con la tratta Igi-Poseidon; l’inserimento della Turchia in progetti complementari per far digerire a Ankara la presenza di Cipro e trainare la distensione con Tel Aviv. Piani che possono spiegare la reticenza di Erdogan a un affondo definitivo, al di là della retorica, a favore dei palestinesi e l’attenzione Usa per evitare un incendio regionale. C’entra il ridimensionamento della Russia, ma non solo. Anche una sfida alla Cina che coinvolge anche l’India. Israele, lo ricordiamo, era tra i Paesi su cui Pechino contava come attore pragmatico, dalla tecnologia alle infrastrutture, per partecipare alle Nuove Vie della Seta, a cui Tel Aviv puntava a agganciarsi con il porto di Haifa coperto da grandi interessi cinesi.
Al recente G20, lo ricordiamo, col sostegno della Partnership for Global Infrastructure and Investment, lanciata al G7 bavarese del 2022, i Paesi occidentali guidati dagli Usa hanno iniziato a progettare un corridoio di infrastrutture energetiche, digitali e fisiche capace di creare una connessione tra Europa, Israele e India via Golfo Persico, in particolare col sostegno degli Emirati Arabi Uniti (il Paese più cauto nella condanna a Israele in questa fase). La corsa di questo corridoio segue quelle di progetti d’investimento come la Global Gateway dell’Unione Europea o infrastrutture strategiche come il cavo Blue Rahman, costruito da Google per connettere le medesime aree nel traffico dati escludendo i Paesi meno filo-occidentali. Il grande gioco del gas, in sostanza, può essere la prova generale per inserire Tel Aviv definitivamente in questo campo destinato a plasmare, di fatto, il sistema che va verso un nuovo bipolarismo anche per la corsa al dominio sugli asset che decidono le sorti dell’economia globale. Una categoria in cui l’energia è forse la grande protagonista per eccellenza. E il banco di prova per le alleanze in costituzione.