Tra i tanti settori economici sui quali ha deciso di puntare la Cina per sviluppare ulteriormente la propria economia c’è anche quello delle biotecnologie. Pochi ne parlano, ma Pechino ha dimostrato di avere le idee chiarissime. Uno degli obiettivi del gigante asiatico, infatti, consiste nel cavalcare il prossimo boom della ricerca sui farmaci innovativi. Per far fronte a problemi interni e rispondere alle esigenze del mondo intero, desideroso di poter contare su soluzioni efficaci per contrastare vecchie e nuove minacce (leggi: virus e agenti patogeni contagiosi). Il tutto grazie ad un mix di massicci investimenti, progressi scientifici e ricercatori sempre più diligenti.
Perché la Cina punta sulle biotecnologie
Numeri alla mano, la Cina ospita oltre 10mila grandi aziende farmaceutiche. Le stesse, secondo quanto riferito dal ministero della Scienza e della Tecnologia cinese, impegnate a realizzare il secondo maggior numero di nuovi farmaci al mondo.
Negli ultimi anni, non a caso, si è verificato un autentico boom degli investimenti di Pechino nella ricerca e sviluppo farmaceutico. Per quale motivo? In parte, negli ultimi anni, a causa della pandemia di Covid-19, che ha reso indispensabile il poter contare su medicinali e vaccini all’avanguardia. Ma c’è un altro fattore da considerare: il testa a testa con gli Stati Uniti.
Preoccupata che gli Usa, leader nel settore biotecnologico, potessero espandere le sanzioni tecnologiche anti cinesi dal campo tecnologico a quello farmaceutico (in entrambi la Cina dipende ancora da componenti e materiale proveniente dall’estero), ecco che la Repubblica popolare cinese ha accelerato il lavoro per smarcarsi da un’eccessiva dipendenza straniera.
Il risultato è coinciso con la nascita di un ambiente favorevole per le aziende biotecnologiche e farmaceutiche, consentendo loro di sviluppare medicinali e stimolare il mercato attraverso la ricerca. Un rapporto della società di consulenza McKinsey risalente allo scorso agosto sosteneva che il numero di risorse innovative in fase di sviluppo clinico in Cina fosse triplicato negli ultimi cinque anni. Dal canto suo, il ministro della Scienza cinese, Jin Zhuanglong, ha dichiarato che, dal 2021 ad oggi, la crescita nazionale media annua degli investimenti in ricerca e sviluppo ha superato il 20%.
Un settore in crescita
“Incoraggiamo le imprese a conseguire certificazioni internazionali, ad accelerare il ritmo con cui vaccini, farmaci innovativi, preparati farmaceutici di fascia alta e dispositivi medici diventano globali e a prendere parte attivamente alla divisione industriale internazionale del lavoro e della cooperazione”, ha spiegato ancora il ministro Jin.
Il settore sanitario cinese è ora il secondo più grande dopo quello degli Stati Uniti, mentre gli esperti prevedono che entro tre anni Pechino possa superare Washington. Secondo il fornitore di dati IQVIA, la spesa farmaceutica oltre la Muraglia si è attestata intorno ai 137 miliardi di dollari nel 2018 e raggiungerà i 140-170 miliardi di dollari entro la fine del 2023. Come se non bastasse, entro il 2040, circa 402 milioni di cittadini cinesi (il 28% della popolazione) saranno over 60, con un conseguente aumento delle malattie legate all’età e un potenziale nodo spinoso per il sistema sanitario del Paese.
L’industria biofarmaceutica si sta quindi preparando da tempo a questa sfida. Il rafforzamento del settore delle biotecnologie, del resto, è uno degli obiettivi della strategia “Made in China 2025” varata dal governo cinese. Il Paese, quindi, ha bisogno di un’industria biofarmaceutica stabile per soddisfare le proprie esigenze sanitarie e per costruire un’industria farmaceutica competitiva e innovativa a livello internazionale, come parte di una più ampia ristrutturazione economica.
I principali player in campo
Quali sono i protagonisti di questo boom? Troviamo Wuxi Biologics, con circa la metà delle sue vendite relative allo scorso anno trainate dal Nord America; BeiGene, un’azienda biotecnologica focalizzata sui trattamenti oncologici, dotata di una presenza fisica importante negli Stati Uniti e in Europa; Innovent Biologics, impegnata nel trattamento del cancro e di altre gravi malattie; e Jiangsu Hengrui Pharmaceuticals, che ha aperto strutture di ricerca e sviluppo e filiali farmaceutiche nei mercati medici più sviluppati.
Secondo la società di dati e analisi GlobalData, BeiGene ha registrato la più alta spesa in ricerca e sviluppo farmaceutico in Cina nel 2021, spendendo 1,4 miliardi di dollari. Un’analisi pubblicata dalla rivista Nature, a gennaio, ha invece concluso che la maggior parte delle aziende farmaceutiche cinesi sono ancora nelle fasi iniziali della ricerca sui farmaci innovativi, e che soltanto BeiGene e Innovent Biologics sarebbero in grado di eguagliare il livello dei loro concorrenti multinazionali.
In ogni caso, non mancano operazioni di mercato rilevanti e interconnessioni tra le aziende cinesi e il resto del mondo. La società biotecnologica statunitense Amgen, ad esempio, ha acquisito una partecipazione del 20,5% in BeiGene nel 2019, che due anni più tardi è aumentata di circa 1,5 miliardi di dollari. Nel 2020, Pfizer ha pagato 200 milioni di dollari per ottenere una quota del 9,9% di CStone e altri 280 milioni di dollari per la licenza esclusiva per commercializzare il farmaco per il trattamento del cancro della stessa CStone, Sugemalimab. Sempre nel 2020, Eli Lilly ha stipulato un accordo da 255 milioni di dollari con l’azienda biotecnologica Junshi Biosciences, quotata a Shanghai, per collaborare a un trattamento anticorpale contro il Covid-19, e Sanofi ha stretto una partnership con JHL Biotech. Il boom sembra essere soltanto all’inizio.