Bisogna riconoscere che è l’intero Occidente ad essere in declino economico e che anche l’intero progetto europeo è caratterizzato da una insanabile insensatezza: da oltre trent’anni, dal varo del Trattato di Maastricht che ha messo le manette agli Stati, è stato lo strumento cardine per combattere quella “guerra di classe al contrario” che ha animato il neoliberismo sin dai tempi di Margareth Thatcher e di Ronald Reagan, e che ha portato alla distruzione del patrimonio manifatturiero inglese, di quello statunitense e poi di quello dell’intera Europa.
Fatta eccezione per l’industria tedesca, per quel capitalismo renano che aveva solide basi socio-politiche che neppure il nazismo aveva osato toccare, le élite anglo-americane ed in generale quelle europee hanno delegato la produzione industriale ai Paesi ex-comunisti dell’area balcanica e poi alla Cina ed ai Paesi emergenti dell’area indo-asiatica, impoverendo tanto l’America che il nostro Continente.
Tralasciando gli USA, che veleggiano pure loro verso l’implosione fiscale nonostante i beati cantori dei Mercati abbiano intonato addirittura l’inno al “no landing”, ignorando che con queste parole indicano la mancanza stessa di qualsiasi approdo in vista, in Europa siamo di fronte alla prospettiva di un affondamento fiscale collettivo.
I bilanci pubblici europei vanno tutti a rotoli, complici la crisi energetica, la cervellotica transizione energetica imposta senza senno, ed il contesto generalizzato di guerra endemica: mentre il Pil non cresce al di là di un omeopatico 1%, un incremento non misurabile neppure col microscopio essendo risaputo che tutte le variazione inferiori al 2% rientrano comodamente nell’errore statistico, i deficit oltrepassano allegramente il 6% o il 7% ed i debiti pubblici s’involano allegramente verso vette inusitate: l’obiettivo del 60% rispetto al pil, ribadito dal 1992, ormai fa tenerezza.
La prospettiva della apertura di una procedura di infrazione per deficit e debito pubblico eccessivo da parte della Commissione europea, con i conti da regolare solo dopo le elezioni di giugno e nonostante che le regole del nuovo Patto di Stabilità siano assai meno draconiane del Fiscal Compact, viene esorcizzata affermando che stavolta non sono i governi a sbagliare, ma sono le regole ad essere ormai del tutto inadeguate.
Ed aprono gli occhi all’improvviso, uno dopo l’altro, dandosi coraggio a vicenda, gli Estimatori delle Sempiterne Virtù Europee.
Ha esordito Mario Draghi, che già prima di assumere la guida del governo italiano aveva sottolineato la necessità di distinguere tra “debito buono e debito cattivo”, proprio colui che da Governatore della Banca d’Italia nell’estate del 2011 aveva invitato perentoriamente il governo Berlusconi ad anticipare di un anno l’obiettivo del pareggio strutturale del bilancio. Ha affermato che l’Europa è stata colta di sorpresa dalla realtà, annunciando che dopo il voto proporrà “riforme radicali” per aggiornare un assetto ormai desueto, pensato in un’era pre-Covid, pre-guerra in Ucraina, pre-conflagrazione in Medio Oriente, prima del ritorno della rivalità tra le grandi potenze.
Per Draghi, serve una nuova politica industriale: «dovremo realizzare una trasformazione in tutta l’economia europea. Dobbiamo poter contare su sistemi energetici decarbonizzati e indipendenti; un sistema di difesa integrato e adeguato basato sull’Ue; manifattura nazionale nei settori più innovativi e in rapida crescita; e una posizione di leadership nell’innovazione tecnologica e digitale vicina alla nostra base produttiva».
Viene da sorridere, ripensando ai proclami di Lisbona, quando intorno al 2000 si preconizzava per l’Europa un futuro più florido che mai, visto che nel successivo decennio sarebbe diventata l’area più moderna e competitiva del mondo: ed invece covavano nascoste quelle asimmetrie e trascurati quei focolai di crisi che alla fine del decennio hanno portato l’intera Eurozona sulla soglia dell’implosione.
Non meno allarmata è stata la diagnosi di Enrico Letta, anche lui incaricato di redigere un rapporto di alto livello alla Commissione europea ed anche lui ex-Presidente del Consiglio dei ministri.
Si è accorto solo ora che l’industria delle telecomunicazioni europee è enormemente frammentata, ed è quindi incapace di competere con i colossi americani e cinesi del settore; che gli acquisti di armamenti sono rappresentati per circa l’80% da commesse all’estero; che serve un Mercato Europeo dei Capitali rispetto alla frammentazione delle Borse, delle regole per le quotazioni e per la raccolta dei capitali.
Ma c’è anche la questione del debito pubblico da mettere comune: secondo Francesco Giavazzi è ormai una soluzione politica imprescindibile per l’Unione, perché “obbligherebbe a comporre interessi contrapposti”. Cita in proposito quanto accadde negli USA alla fine della guerra di indipendenza dalla Gran Bretagna, ad opera del primo segretario al Tesoro Alexander Hamilton.
Per la verità, un debito pubblico europeo sarebbe solo un incentivo ad aumentarne spaventosamente le dimensioni, come è successo in America a mano a mano che le crisi si sono fatte più profonde e frequenti: tutti i Presidenti vi hanno fatto ricorso senza freno, da Ronald Reagan a George Bush Jr, da Barack Obama a Joe Biden. Solo la straordinaria ed irripetibile forza del dollaro, che ne ha esternalizzato il costo sul resto delle economie del mondo trovando finanziatori sempre accondiscendenti, consente agli USA di sopravvivere ancora ad un indebitamento finanziario verso l’estero che cresce senza paragoni.
Il debito pubblico europeo, una prospettiva che in passato è stata considerata assolutamente inaccettabile dalla Germania perché si sarebbe dovuta fare carico delle altrui dissennatezze, non eviterebbe affatto l’affondamento fiscale dell’Unione: sarebbe solo una nuova zavorra che la farebbe affondare ancora più rapidamente.
Siamo al paradosso: in futuro, l’Unione europea dovrà fare esattamente ciò che da decenni è stato vietato ai singoli Stati aderenti, perché il loro intervento di lungo termine in economia sarebbe stato caratterizzato da una visione “non di mercato” e quindi non adottabile da alcun imprenditore privato. E potrà, anzi, dovrà accollarsi i corrispondenti costi per spese e per investimenti, accendendo i debiti a nome proprio, ma a favore di chi non viene mai detto.
Basta andare a vedere la lista delle deroghe agli aiuti di Stato che sono state concesse in questi ultimi decenni, a cominciare da quelli ventennali assentiti dallo stesso Trattato di Maastricht a favore della Germania per integrare economicamente i Land Orientali che facevano parte della ex-DDR: sono andati per la gran parte a favore della stessa Germania e della Francia, come nel caso dei salvataggi bancari dopo la crisi del 2008-2012.
Germania e Francia, ora entrambi in difficoltà, si spartirebbero gli investimenti innovativi decisi a livello europeo a favore delle rispettive industrie, mentre tutti gli altri Paesi dovrebbero continuare a pagarne il costo: non solo il nuovo debito comune europeo susciterà discordie ancora più aspre di quelle che già oggi caratterizzano la politica agricola, ma sarebbe un onere insostenibile.
L’intera costruzione europea colerà ancora più velocemente a picco, perché i Paesi inevitabilmente sfavoriti si tireranno indietro.