Il crepuscolo dell’oro nero: fine corsa per il petrolio?

Redazione Money Premium

4 Luglio 2025 - 07:09

Con la domanda di petrolio prossima al picco e la transizione energetica in atto, le major dell’oil & gas si trovano davanti a una resa dei conti tra sopravvivenza, trasformazione e consolidamento.

Il crepuscolo dell’oro nero: fine corsa per il petrolio?

Negli ultimi dieci anni, le grandi compagnie petrolifere hanno perso terreno in Borsa, incapaci di convincere gli investitori della loro capacità di crescere in un mondo in cui la domanda di petrolio è destinata a raggiungere il suo apice. L’indice S\&P Global Oil, che include 120 tra i principali produttori internazionali, è fermo ai livelli del 2015, mentre i capitali si sono spostati verso il settore tecnologico.

Storicamente abituata a cicli di espansione e crisi, l’industria petrolifera si trova oggi ad affrontare una trasformazione strutturale. L’adozione accelerata dei veicoli elettrici, trainata in particolare dalla Cina, ha spiazzato i colossi del settore. Molti riconoscono che la loro produzione petrolifera raggiungerà il picco entro il prossimo decennio.

La reazione delle compagnie è però tutt’altro che uniforme. In Europa, molte aziende stanno ristrutturando il proprio modello per adattarsi alla transizione energetica. Al contrario, le controparti americane e i produttori statali del Medio Oriente restano più ottimisti sul futuro del greggio. ExxonMobil prevede una domanda stabile fino al 2050, mentre Chevron minimizza qualsiasi picco imminente. Anche la norvegese Equinor intende mantenere la produzione attuale almeno fino al 2035, sostenendo che il petrolio norvegese ha un impatto ambientale relativamente ridotto.

Shell prevede una produzione stabile fino al 2030, mentre BP, inizialmente pioniera nei tagli, ora punta a una leggera crescita.
Per difendere le proprie strategie, le compagnie sottolineano che il picco della domanda non segnerà la fine del petrolio. Il greggio continuerà ad alimentare settori difficili da decarbonizzare, come aviazione, trasporti marittimi, petrolchimica e il trasporto stradale nei mercati emergenti.

Una transizione rapida è improbabile senza un drastico intervento politico. Inoltre, l’offerta futura sarà messa alla prova da risorse concentrate in aree instabili, tra cui paesi soggetti a sanzioni, conflitti o terrorismo.

Nel tentativo di rimanere rilevanti, molte compagnie europee hanno cercato di entrare nel business dell’energia elettrica, con risultati contrastanti. Shell e BP hanno investito nelle rinnovabili, ma hanno poi ridimensionato le loro ambizioni per mancanza di competitività. TotalEnergies ha avuto più successo, grazie anche alla presenza in centrali a gas. L’italiana Eni ha integrato energie pulite con attività tradizionali redditizie, puntando a superare i ricavi da petrolio entro il 2040.

Il gas naturale rimane al centro delle strategie. Può sostituire il carbone nei paesi asiatici e servire da ponte nella transizione. Anche la cattura del carbonio, insieme a idrogeno e biocarburanti, rappresenta un’area di sviluppo per il futuro.

Con la crescita organica in declino, il settore si prepara a una nuova ondata di fusioni e acquisizioni.
Il futuro di Big Oil si giocherà dunque tra consolidamento, trasformazione e capacità di adattamento in un mondo dove l’oro nero comincia a perdere il suo antico splendore.