Incassare dividendi per anni non è teoria: a Piazza Affari alcuni titoli hanno pagato rendimenti medi annui molto elevati, ma la classifica vera riserva sorprese.
C’è un’illusione pericolosa che corre tra i corridoi di Piazza Affari: l’idea che un rendimento a doppia cifra, magari sbandierato in prima pagina dopo un’annata d’oro, sia il segnale di un affare imperdibile. Non lo è. Anzi, spesso è l’esatto contrario. Un dividendo isolato e altissimo è come il ruggito di un motore truccato: impressiona al semaforo, ma non ti dice se la macchina riuscirà ad arrivare a fine viaggio.
Per chi cerca la vera rendita - quella che paga le bollette, finanzia i viaggi o costruisce la pensione integrativa - il numero che brilla oggi conta meno di zero. Quello che conta è la disciplina. Chi ha saputo pagare quando il petrolio crollava? Chi ha staccato l’assegno mentre le banche centrali chiudevano i rubinetti? Chi ha avuto il coraggio di premiare i soci anche durante una pandemia globale? È in questa spietata selezione naturale che si separano i «campioni della domenica» dai veri sovrani del listino milanese.
Se vuoi smettere di inseguire miraggi e iniziare a costruire un portafoglio di ferro, devi smettere di guardare il rendimento dell’ultimo anno e iniziare a guardare la struttura del potere distributivo. [...]
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