I bond Matusalemme sono perlopiù ricordati per il fatto di avere scadenze assai distanti dall’emissione e misurato in svariate decine di anni. Quelli che “esagerano” arrivano anche al secolo di vita, come a dire comprano i padri e, se va bene, incassano i figli a scadenza se non proprio i nipoti. Sempre che l’acquisto in questione arrivi effettivamente fino al termine, dato che spesso si tratta di titoli tradati nel corso della loro lunghissima vita. A tal riguardo, i prezzi di questi 3 titoli di Stato in euro sono saliti fino al 10,4% in 10 giorni.
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L’Austria Tf0,85% in scadenza nel 2120
È il caso, per esempio, dell’Austria Tf 0,85% Gn2120 emesso a giugno 2020 e con scadenza a 100 anni dall’origine. Il bond ha ISIN AT0000A2HLC4, è denominato in euro e gode di un robusto rating emittente. Tuttavia, l’infima cedola in rapporto alla durata ne ha fatto collassare i prezzi sul secondario fino agli attuali 31,45 centesimi, per un effettivo a scadenza del 3,13% (dati: Borsa Italiana).
Oggi per sottoscrivere 1.000 € nominali di debito bastano 314,50 € più le spese di commissioni bancarie. In alcuni giorni di dicembre 2020, invece, servivano 1.370 € (sempre più commissioni), a testimonianza, letta al contrario, del vertiginoso crollo dei corsi del titolo da allora ad oggi. In performance, circa –77% rispetto al top di dicembre ’20, oppure –69,55% dal valore 100 di rimborso finale. Venendo a tempi a noi più recenti, solo 6 mesi fa il titolo prezzava sui 40, per cui da allora la discesa è del –23,5% circa.
Tuttavia, rispetto al doppio low dell’1 e 2 settembre a 29,40 c’è che i corsi si sono apprezzati del 6,8% a cui va aggiunto il rateo di periodo. Sommati raggiungono il 6,9% scarso in 10 giorni, insufficienti per gridare al cambio di rotta, ma intanto è un spiraglio di luce.
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L’obbligazione francese in scadenza nel 2072
A grandi linee il discorso, e relativo trend, si ripeterebbe anche per il bond emesso dall’Esecutivo francese nel maggio ’20 e in scadenza il 25/05/’72. L’obbligazione ha identificativo FR0014001NN8, è emesso in euro e paga una cedola (con periodicità annuale) dello 0,50% lordo.
Rispetto al titolo precedente c’è che qui i prezzi non sono mai andati sopra 100, e quasi certamente non lo vedranno ancora per un altro bel po’ di tempo. Oggi passa di mano a 26,43 (rendimento effettivo a scadenza: 4,01%) ma a dicembre scorso prezzava sui 34-38 centesimi e a dicembre ’23 l’high è stato a 44,4. Insomma, cali vertiginosissimi su quasi tutti i timeframe, e potenziali perdite devastanti per chi ha comprato in emissione o nei primissimi tempi.
Chi ha comprato nel recente passato, invece, spera che il low a 23,9 del 2 settembre sia il minimo di sempre. Da allora ad oggi i corsi sono in salita del 10.4% ma anche qui si tratta di dinamiche insufficienti per parlare di inversione di trend.
I prezzi di questi 3 titoli di Stato in euro sono saliti fino al 10,4% in 10 giorni
Tra le obbligazioni di casa MEF, infine, c’è il BTP Tf 2,15% Mz72 (ISIN IT0005441883), 50 anni in origine di cui ora sono andati via solo i primi 3. Il massimo storico è stato a 105,72 formato ad agosto 2021 mentre il low di sempre, almeno ad oggi, è stato a 48,45 nell’ottobre 2023.
Ora, il titolo formerà nuovi minimi/massimi storici da qui fino alla data di rimborso finale? Per bond con simili strutture, inclusi i due precedenti, nulla è da escludere a priori data la notevolissima vita residua, per cui avrebbero tutto il tempo di andare a 10 o a 200, per esempio. Morale, si tratta di titoli adatti a investitori ad elevatissima propensione al rischio e con orizzonti temporali pluriennali, trader esclusi.
Limitando l’analisi ai tempi a noi più vicini, a settembre il BTP Tf 2,15% Mz72 ha formato un minimo in apertura di mese a 55,53 mentre ora prezza 58,65. In percentuali, il 5,6% di apprezzamento a cui si accoda il rateo pro tempore.
Inversione di trend o fuoco di paglia?
Tuttavia, per questi titoli così longevi la bella stagione non sembra sia ancora giunta, o comunque dai dati disponibili non si desume sia in corso un cambio di scenario. Sullo sfondo restano intatte le tensioni sui prestiti sovrani che si vanno sempre più ingrossando e il timore, tutt’altro che remoto, che l’inflazione possa riesplodere. Per cui i grandi fondi e gestori, che alla fine sono i grandi acquirenti di simili prodotti e ne decidono le sorti, restano cauti quando si tratta di inserirli in portafoglio. In pratica è lo stesso mood che dovrebbe avere il piccolo risparmiatore ogniqualvolta approccia a simili strumenti d’investimento.