Il Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent - forse a qualcuno sarà sfuggita la sua intervista alla CNBC - ha dichiarato lunedì che l’intera Federal Reserve dovrebbe essere esaminata come istituzione per valutarne il successo nel raggiungimento degli obbiettivi di politica monetaria.
È un segnale del fatto che i tempi stanno cambiando circa i rapporti tra potere esecutivo e potere monetario.
Siamo forse al termine della centenaria indipendenza della Fed dal potere esecutivo?
Bessent, parlando con la CNBC, si è rifiutato di commentare un articolo secondo cui avrebbe consigliato al Presidente Donald Trump di non licenziare il presidente della Fed Jerome Powell, affermando che sarebbe stata una decisione del presidente. Ha però aggiunto che l’istituzione dovrebbe essere riesaminata, citando quella che ha definito «un’eccessiva paura per i dazi», nonostante finora si siano visti scarsi, se non nulli, effetti inflazionistici.
«Penso che quello che dobbiamo fare sia esaminare l’intera istituzione della Federal Reserve e se abbiano avuto successo le sue politiche sui tassi di interesse»,
ha detto Bessent.
Il Segretario del Tesoro ha comunque rifiutato di farsi coinvolgere nelle previsioni secondo cui i mercati finanziari statunitensi potrebbero crollare se Powell fosse estromesso.
Il mandato di Powell come presidente termina a maggio 2026, anche se dovrebbe rimanere come governatore membro del board della Fed fino a gennaio 2028. Bessent ha osservato che il mandato di Powell termina a maggio, aggiungendo che un altro seggio di governatore si libererà a gennaio
La Fed sotto esame: cosa aspettarsi da un possibile cambio al vertice nel maggio 2026
Quello che ha detto Bessent è quello che sostiene Trump da tempo. Con la sua caratteristica “schiettezza” (per usare un eufemismo che non descrive a sufficienza la violenza dei continui insulti contro il povero Jerome Powell), il Presidente Trump ha espresso insoddisfazione nelle ultime settimane per l’operato del Presidente della Federal Reserve Jerome Powell.
Trump ovviamente non capisce nulla di politica monetaria. Ma queste ultime dichiarazioni di Bessent, e gli attacchi feroci contro Powell del suo capo Trump, spingono gli investitori a speculare su quale sia il futuro per la banca centrale statunitense e cosa potrebbe significare il cambio della guardia per l’economia globale e i mercati internazionali.
E questo è vero sia che tale cambiamento avvenga alla fine del mandato di Powell a maggio 2026 o che avvenga prima del maggio 2026 (ammesso che vi siano le basi giuridiche per destituire il Governatore della Fed, che lavora tutt’oggi nella piena legittimità del suo mandato) .
Indipendentemente da quando Powell lascerà l’incarico, è opportuno che gli investitori esplorino i potenziali scenari inaugurati dal suo eventuale successore e come una nuova leadership potrebbe modellare la politica monetaria degli Stati Uniti, in particolare la battaglia in corso della Fed contro l’inflazione.
La Casa Bianca ha già iniziato a prendere in considerazione i candidati e sembra intenzionata a scegliere un presidente che persegua una politica “più accomodante”. Anche questo è un eufemismo che ho volutamente usato: qualsiasi successore di Powell designato da Trump a maggio 2026 dovrà obbedire ciecamente ai diktat del presidente, perché in prossimità delle mid-term elections del novembre 2026 la Casa Bianca avrà più che mai bisogno della “amicizia” della Fed.
Ad ogni modo, la tensione risultante fra Trump e Powell ha sollevato interrogativi più generali sui rapporti istituzionali, cioè sull’influenza politica del presidente USA sull’indipendenza della Fed.
Per essere chiari, non stiamo prevedendo che Powell lascerà prima della scadenza del suo mandato. Le reazioni dei mercati sarebbero turbolente, con un ulteriore indebolimento del dollaro e un rialzo dei rendimenti dei Treasury significativo.
Piuttosto, stiamo utilizzando degli scenari per prepararci a diversi esiti, inclusi rischi estremi, cioè i cosidetti “rischi di coda” che potrebbero muovere i mercati.
Ci sono alcuni ostacoli alla riduzione dell’indipendenza della Fed
Dato che Trump stesso ha nominato Powell come presidente nel 2017, gli investitori dovrebbero essere attenti su come un nuovo governatore scelto da Trump nel 2026 indirizzerà l a politica monetaria. Il processo di conferma della nomina suggerita dal Presidente, conferma da parte del del Senato, offre una certa – anche se limitata - protezione contro l’insediamento di candidati “non convenzionali” (leggi: “non indipendenti”) nel consiglio della Fed, soprattutto considerando come i mercati finanziari e il pubblico potrebbero reagire a un tale scenario.
Durante il primo mandato di Trump, infatti, tre delle sue nomine per i governatori membri del consiglio della Fed non sono state confermate: Herman Cain, Stephen Moore e Judy Shelton.
Inoltre, non dobbiamo dimenticarci una cosa importante. Sebbene il ruolo attuale di Powell come presidente della Fed scada a maggio 2026, egli ha comunque la possibilità di rimanere nel consiglio dei sette membri votanti fino a gennaio 2028. Inoltre, ci sono cinque membri votanti del Federal Open Market Committee (FOMC) provenienti dalle banche regionali della Fed che sono nominati dai loro singoli distretti, e non dipendono dal potere politico.
Il FOMC, cioè il consiglio direttivo della Fed, tra l’altro, è un organo interno alla Fed stessa, e i loro membri hanno il potere di rieleggere Powell come presidente del FOMC stesso, e ricordiamoci che il FOMC è l’organo che stabilisce i tassi di interesse. E ciò potrebbe accadere anche se Powell ha terminato il suo mandato come governatore della Fed. Perché il ruolo di Governatore della intera Fed e quello di presidente del FOMC sono due incarichi distinti e separati. E, cosa più importante, la nomina di Powell presidente del FOMC potrebbero farla indipendentemente da chi il Senato confermerà come presidente dell’intera Fed, sebbene una tale mossa sarebbe senza precedenti.
| Da sapere: La Federal Reserve (spesso chiamata «The Fed») è l’intera banca centrale degli Stati Uniti. È un sistema complesso e articolato, non una singola entità. La sua struttura è composta da:
|
D’altra parte, quattro dei sette membri del consiglio della Fed potrebbero essere nominati da Trump entro la metà del 2026, poiché anche il mandato di Adriana Kugler scade a gennaio. L’ultimo mandato di Trump ha visto la nomina di Waller e Bowman, che sono gli unici due membri del FOMC su 19 a chiedere pubblicamente un taglio dei tassi nella riunione di luglio 2025. Ovviamente sono gli unici due che lo hanno chiesto, per un fatto di accondiscendenza verso Trump, perché ambedue aspirano ad essere successori di Powell.
Mi sono quindi spinto ad esaminare i tre scenari Post-Powell che dobbiamo prendere in considerazione.
Scenario 1
Con il nuovo Governatore viene comunque preservata l’indipendenza della banca centrale.
È lo scenario che mi auspico, e che si auspicano tutti gli investitori internazionali. Anche sotto un nuovo presidente, la indipendenza della Fed potrebbe rimanere sostanzialmente immutata. Come è accaduto con Powell, il nuovo scelto potrebbe continuare a resistere alle pressioni politiche e mantenere l’indipendenza della banca centrale, aderendo al suo tradizionale duplice mandato di ricercare la stabilità dei prezzi in un contesto di piena occupazione.
In questo scenario, l’economia potrebbe non vedere un impulso immediato da tagli drastici dei tassi, soprattutto se ci fossero fiammate inflazionistiche dai dazi, ma potrebbe sperimentare una crescita a lungo termine più sostenibile. L’inflazione potrebbe essere mantenuta sotto controllo attraverso aggiustamenti misurati dei tassi e una chiara comunicazione delle politiche.
La fiducia del mercato nell’indipendenza della banca centrale dovrebbe essere rafforzata, portando a condizioni di investimento stabili, soprattutto nei portafogli degli investitori esteri e in quelli dei fondi sovrani stranieri. Ne beneficerebbero il dollaro – in rafforzamento - e i rendimenti dei Treasury - in discesa.
Scenario 2
Moderata erosione dell’indipendenza della Fed.
Un nuovo presidente della Fed potrebbe adottare un approccio equilibrato, cercando di placare alcune richieste politiche senza abbandonare del tutto l’indipendenza della banca centrale. Una camminata sulla lama di rasoio insomma. Ciò potrebbe comportare allentamenti dei tassi più aggressivi rispetto allo scenario 1, oltre all’uso di strumenti di bilancio normalmente riservati alla lotta contro l’instabilità finanziaria o la recessione (momentanei interventi di quantitative easing per esempio).
Una Fed più accomodante potrebbe spingere l’economia verso una crescita più rapida nel breve termine, pur aumentando l’inflazione o rallentando il suo percorso verso l’obiettivo del 2%.
La Fed inoltre svolge anche un ruolo significativo nella regolamentazione finanziaria e potrebbe perseguire regole più permissive per i bilanci delle banche, autorizzando l’assunzione di maggiori rischi sul lato degli impieghi all’economia reale, il che potrebbe anche contribuire a una crescita più rapida nel breve termine. Questo processo è già iniziato da quando Michelle Bowman, da tempo sostenitrice di una regolamentazione patrimoniale più blanda, è stata confermata vicepresidente per la supervisione del FOMC a giugno.
In questo contesto, gli investitori obbligazionari dovrebbero considerare di posizionarsi per il potenziale di aspettative di inflazione più elevate, una curva dei rendimenti più ripida ma anche spread creditizi più stretti nel breve termine (per una rinnovata fiducia nei bilanci delle aziende private).
Scenario 3
Perdita dell’indipendenza della Fed.
È quello più probabile (dato il temperamento aggressivo di Trump, e l ‘imminenza delle Mid Term elections del novembre 2026)) e al tempo stesso quello meno auspicabile.
Un nuovo e più “servile” presidente della Fed potrebbe implementare tagli aggressivi dei tassi o, in alternativa, adottare politiche monetarie non convenzionali (Quantitative Easing, cioè acquisto di titoli sul mercato e iniezione di liquidità per le banche, con espansione del bilancio Fed) per stimolare la crescita economica, mentre l’inflazione rimarrebbe decisamente al di sopra dell’obiettivo del 2%. La Fed insomma perderebbe – anche se non formalmente - il “Dual Mandate”, cioè controllo dell’inflazione e del tasso di disoccupazione, mantenendo di fatto un “One Mandate”, cioè solo il secondo mandato (stabilità occupazionale).
L’economia potrebbe sperimentare un boom a breve termine grazie a tassi di interesse più bassi. Tuttavia, ciò potrebbe portare a instabilità a lungo termine sul debito pubblico americano (per effetto del rialzo dei rendimenti e della spesa per interessi del governo USA) e a una minore fiducia nell’indipendenza della banca centrale. Tagli aggressivi dei tassi potrebbero infatti causare un aumento più significativo delle aspettative di inflazione, e ad una fuga degli investitori stranieri dai Treasury.
Se i rendimenti obbligazionari aumentassero drasticamente in risposta alle pressioni inflazionistiche generate da una politica monetaria espansiva ed accondiscendente ai voleri del Presidente, potremmo persino assistere a una rinascita delle misure di controllo della curva dei rendimenti.
Cioè, come ha già fatto la Banca centrale del Giappone e quella australiana, si tratterebbe per la nuova Fed, (quella Fed “obbediente” al potere politico), di attuare uno strumento di politica monetaria attraverso il quale si acquistano titoli di stato per determinare il livello ritenuto appropriato dei tassi di interesse su diverse scadenze dei bond governativi. L’intervento siffatto ha un evidente obbiettivo: cercare di ridurre i costi di finanziamento per il governo sul mercato primario e anche ridurre i costi di finanziamento per le imprese e i consumatori.
Uno scenario simile si è verificato nel 1942, quando la Federal Reserve aiutò il Tesoro a finanziare il debito di guerra fissando i tassi sui T-bill allo 0,375% e sui Treasury a più lungo termine al 2,5%. Questo periodo, conclusosi nel 1951, ha però anche coinciso con un aumento significativo dell’inflazione.
Le implicazioni per i portafogli obbligazionari sono facili da prevedere in questo scenario: assisteremmo a livelli molto più elevati di volatilità del mercato dei Treasury. E questo perché la curva dei tassi dei Treasury non esprimerebbe più le aspettative inflazionistiche degli investitori, non avrebbe più un valore segnaletico indipendente e univoco della inflazione futura.
Insomma, poiché i tassi governativi sarebbero pilotati artificialmente al ribasso dalla Fed (disposta a comprare titoli per volumi illimitati, sino al raggiungimento del tasso target) potremmo avere Treasury con rendimento nominale talmente compresso sino ad arrivare a un livello al di sotto del tasso di inflazione, cioè bond con rendimento reale negativo. Di qui si genererebbe la “fuga” degli investitori stranieri dai Treasury e rimpatrio dei fondi nel paese di origine, con un ulteriore indebolimento del dollaro statunitense.
Scenario “catastrofista”? Non tanto. Come dicevo, è già successo negli USA dal 1942 al 1951. E non solo negli USA. Basta guardare anche ai casi dei Paesi emergenti.
Mi riferisco alle banche centrali della Turchia, Venezuela, dell’Argentina, oppure della Russia.
Guardando ai mercati dei bond governativi dei paesi emergenti in cui ci sono state pressioni sulla politica monetaria delle banche centrali da parte del potere esecutivo, che risultati macroeconomici si sono ottenuti? Beh, facile a dirsi, perché si è sempre verificato:
- A) una curva dei rendimenti “falsa” e inattendibile dal punto di vista predittivo dell’inflazione,
- B) una inflazione elevata e persistente,
- C) una fuga di capitali verso l’estero,
- D) un deprezzamento della valuta.
Gli Stati Uniti potrebbero essere un caso a parte, e gli effetti di cui sopra potrebbero non accadere, ma una Fed guidata politicamente genererebbe rendimenti reali negativi sulla parte a breve termine della yield curve, con una espansione economica immediata, pagando però il prezzo di una inflazione elevata e la contemporanea fuga dal dollaro.
E con il dollaro debole, avremmo negli USA ancora più inflazione da beni importati. E, nel medio periodo, non escluderei neanche un downgrade da parte delle agenzie di rating del debito pubblico americano, perché il rapporto debito/PIL sarebbe costretto ad innalzarsi ulteriormente dai livelli attuali.
Qual è il punto cruciale?
Negli anni successivi all’intreccio tra la Federal Reserve e il Tesoro durante la Seconda Guerra Mondiale, cioè dopo il 1951, e con Paul Volcker, a partire cioè dal periodo di alta inflazione della fine degli anni ’70, la Fed ha stabilito la sua credibilità come «guardiano» dell’inflazione e del più grande mercato obbligazionario del mondo.
Qualsiasi evoluzione del mandato della Fed nel prossimo anno sarà di fondamentale importanza per comprendere il trend futuro del livello dei tassi di interesse sul dollaro, argomento fondamentale per tutti i tassi di interesse mondiali e sempre attenzionato in maniera delicata da tutti gli investitori obbligazionari mondiali.
Tutto dipenderà dal nome che verrà scelto come successore di Powell.
| DISCLAIMER Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d’investimento e la piena responsabilità nell’effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un’offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. |