La guerra incide anche sul grano, lo abbiamo già imparato con il conflitto russo-ucraino. E in questo 2026 per l’Italia si parla di prezzi stracciati: perché?
Sin dal conflitto in Ucraina, con l’invasione russa di inizio 2022, abbiamo capito quanto è tangibile e importante l’equilibrio geopolitico per i beni di prima necessità: dal pane alla pasta, la farina rappresenta un alimento base difficilmente sostituibile sulle nostre tavole. E il grano da cui si produce non è tutto nostro, anzi. C’è una realtà commerciale che corre e il grano italiano oggi fatica a reggere la concorrenza internazionale sul fronte dei prezzi. Non per la quantità o la qualità: c’entra la quotazione e, quindi, il valore.
Gli ultimi report di settore ci dicono che il grano duro italiano vale sempre meno e che gli agricoltori parlano già di prezzi “da saldo” prima ancora della nuova mietitura (imminente, tra l’altro). I motivi, anche stavolta, vanno ricercati in un dollaro debole, figlio anche delle battaglie di Trump, nei mercati globali in frenata e, in generale, in nazioni che se la passano meglio in quanto a competizione.
Ma perché sta avvenendo tutto questo e, soprattutto, quale risvolto potrebbe avere sui consumatori, oltre che sui produttori?
Il grano italiano vale ormai pochissimo: perché gli agricoltori sono in allarme
A pesare sul mercato del grano duro italiano è una miscela di fattori internazionali e locali che sta trascinando verso il basso le quotazioni. Da una parte, come anticipato, c’è il dollaro debole, che rende più competitive le esportazioni di Paesi come Canada e Stati Uniti: il grano canadese Cwad è sceso fino a 250 euro alla tonnellata a Toronto e poco sopra i 251 euro a Vancouver, mentre il Northern Durum americano viaggia attorno ai 255 euro. Dall’altra parte il Nord Africa si prepara a raccolti molto abbondanti: il Marocco punta a una produzione superiore del 36% rispetto al 2025, mentre l’Algeria cresce del 23%.
In Italia, però, il problema è ancora più immediato. La nuova mietitura è alle porte e molti silos contengono ancora il raccolto dell’anno scorso. Risultato: gli agricoltori stanno cercando di vendere rapidamente il grano rimasto, alimentando un crollo dei prezzi. La Commissione Unica Nazionale (CUN) segnala ribassi fino a 17 euro alla tonnellata dal 30 marzo.
Le differenze territoriali sono pesanti. Al Nord reggono solo le qualità più proteiche, mentre Sud e isole stanno subendo le perdite maggiori. In Sicilia, secondo Ismea, il prezzo del grano duro è sceso fino a 232,50 euro alla tonnellata, uno dei livelli più bassi registrati nelle ultime settimane. E mentre il prodotto italiano perde valore, il grano estero continua a essere molto competitivo grazie a costi logistici e commerciali più efficienti.
Grano meno caro? Ecco perché non è una buona notizia (per tutti)
Vedere il prezzo del grano scendere potrebbe sembrare una buona notizia per chi compra pasta e pane. Ma il legame tra materia prima e prezzi al supermercato è meno diretto di quanto sembri. Energia, trasporti, lavorazione industriale e distribuzione continuano infatti a incidere in modo pesante. Non a caso il Baltic Dry Index, che misura il costo globale delle spedizioni marittime, nell’ultimo mese è aumentato del 32%.
Nel frattempo gli agricoltori italiani stanno incassando sempre meno. Ed è questo il vero nodo della questione. I costi per coltivare - tra carburanti, fertilizzanti e irrigazione - restano elevati, mentre le quotazioni del grano continuano a scendere.
Il paradosso è che il grano oggi vale molto meno rispetto a due anni fa: nell’estate 2023 alcune quotazioni superavano i 500 euro alla tonnellata, mentre oggi molti valori oscillano poco sopra i 300 euro. E se coltivare diventa sempre meno conveniente, il rischio è che l’Italia dipenda sempre di più dalle importazioni estere proprio per uno dei prodotti simbolo della sua cucina: la pasta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA