TTIP: le rivelazioni di Greenpeace
Tra il 2016 e il 2017, grazie alla pubblicazione di stralci di documenti, l’opinione pubblica poté ricavare una serie di informazioni importanti che offrirono il quadro generale su cui si erano mossi fino, a quel momento, i negoziati per l’approvazione del Trattato di Transatlantico di libero scambio o TTIP (acronimo del nome in inglese “Transatlantic Trade and Investment Partnership”).
L’approvazione del Trattato naufragò, in seguito alle rivelazioni pubblicate da Greenpeace il 2 maggio 2016 dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung.
L’organizzazione ambientalista era infatti entrata in possesso di 248 pagine di documenti riservati, che riguardavano alcune questioni come il cibo, i cosmetici, le telecomunicazioni, i pesticidi e l’agricoltura e che avrebbero creato un’ondata di indignazione e protesta contro l’accordo. Esso si presentava come un accordo commerciale di libero scambio allora in corso di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.
I rischi del TTIP
In molti si erano già opposti alla sua approvazione: dall’organizzazione internazionale Attac a una rete di associazioni di vari Paesi europei, fino a studiosi, giornalisti e ricercatori indipendenti. Costoro biasimavano l’operazione sostenendo che le trattative in atto avrebbero messo i diritti umani e civili in secondo piano rispetto agli interessi delle grandi multinazionali e dei gruppi finanziari. Il Trattato avrebbe anteposto cioè i profitti davanti agli individui, le lobby e le multinazionali davanti ai cittadini.
I rischi per gli europei sarebbero stati numerosi: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro, assoggettamento degli Stati a un diritto cucito su misura per le multinazionali, l’approvazione “forzata” degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) e dei pesticidi usati negli USA ma illegali da noi, il cambiamento o parziale eliminazione dell’etichettatura dei cibi, ecc.
Come se non bastasse, i negoziati erano anche orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici (welfare, acqua, elettricità, salute) quindi, secondo i critici, si sarebbe rischiata la loro scomparsa progressiva.
La clausola ISDS
Una delle questioni più controverse del TTIP riguardava la clausola ISDS, Investor-State Dispute Settlement. Essa prevedeva infatti la “salvaguardia degli investimenti” secondo cui ogni Stato che avesse siglato l’accordo si sarebbe impegnato a non creare “ostacoli al libero commercio” attraverso attività legislativa o regolamentare, aprendo la strada a possibili cause legali da parte di aziende straniere che si fossero ritenute danneggiate dalle normative dei singoli Paesi.
Così facendo si sarebbe rischiato di ipotecare la legislazione dei Paesi firmatari ai capricci delle multinazionali, portando alla creazione di un mercato interno tra Europa e Stati Uniti in cui le regole e le priorità non sarebbero più state determinate dai governi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali in base alle esigenze delle lobby e dei grandi colossi economici.
Le multinazionali avrebbero potuto quindi “opporsi” alle politiche sanitarie, ambientali, di regolamentazione della finanza attivate nei singoli Paesi reclamando interessi da capogiro davanti a tribunali terzi, qualora la legislazione di quei singoli Paesi avessero ridotto la loro azione e soprattutto i loro profitti.
Uno dei maggiori punti di opposizione al TTIP rimaneva però la questione della segretezza. I trattati erano infatti segreti e accessibili solo ai gruppi di tecnici che se ne occupavano, al governo degli Stati Uniti e alla Commissione europea. Oltre alle direttive ai negoziatori, sono comunque trapelate nel corso del tempo varie bozze, ottenute e pubblicate da alcuni giornali, che riguardavano alcuni singoli contenuti dell’accordo.
Dal TTIP al CETA
L’abbandono del TTIP avrebbe portato all’approvazione del “fratello minore” del TTIP, il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’accordo commerciale tra UE e Canada, entrato poi in vigore in via provvisoria il 21 settembre 2017
Per anni, Fratelli d’Italia (FdI), si è opposto alla ratifica dell’accordo: «Il CETA, trattato di libero scambio UE-Canada, è una porcata contro i bisogni dei popoli. FdI si batterà in Italia contro la ratifica», dichiarava, senza mezzi termini, Giorgia Meloni nel 2017. La linea del suo partito era chiara: «La nostra posizione è chiara: per Fratelli d’Italia chi voterà in Parlamento la ratifica del CETA è un traditore dell’Italia e del Mezzogiorno e non potrà mai essere nostro alleato». Molti Stati, infatti, non hanno ancora sottoscritto l’accordo, Italia compresa.
La posizione del governo sul CETA
Oggi che è al governo, invece, pare aver cambiato posizione anche su questo tema: il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, infatti, a margine di uno degli ultimi Consigli UE, ha fatto dichiarazioni che lasciano intendere la possibilità di ratifica del trattato da parte dell’esecutivo.
L’Italia in materia di accordi commerciali «è molto pragmatica. Ci sono alcuni accordi che sono avviati» come il CETA «che hanno sviluppato alcuni dati, che pragmaticamente sono a vantaggio delle nostre produzioni o mettono noi in condizione di competere con produttori di altri continenti», ha spiegato il ministro. «E questi accordi, io penso,che possano vedere una discussione in Parlamento che possa metterci nella condizione di arrivare alla sottoscrizione», ha continuato.
L’ennesima giravolta politica di Fratelli d’Italia?
A fronte di alcuni aspetti vantaggiosi dell’accordo, altri implicherebbero una concorrenza sleale coi prodotti nostrani a causa dei diversi standard di produzione, con la conseguente inondazione dei mercati italiani di prodotti canadesi più a basso costo oltre al rischio di aprire le porte a prodotti nocivi per la salute, come, per esempio, l’uso di glifosato. Il trattato favorisce la contraffazione del Made in Italy e in particolare danneggia il settore DOP. Nell’accordo col Canada, la Commissione europea ha sacrificato, per esempio, proprio due dei prodotti DOP italiani più importanti: il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano.
Il rischio, ora, è l’ennesima marcia indietro del governo, nonostante gli annunci , da parte dello stesso Lollobrigida, di voler difendere il Made in Italy e la “sovranità alimentare”.