Investire in difesa protegge le infrastrutture critiche e garantisce stabilità energetica, riducendo i costi. Difesa ed energia non sono in contrapposizione, ma complementari.
Gli investimenti in difesa consentono di ridurre il costo dell’energia. Ecco perché
Se il dibattito politico europeo sui finanziamenti alla spesa militare prosegue senza interruzione, c’è in parallelo un tema che sta lentamente emergendo con sempre maggiore intensità nel dibattito pubblico di diversi paesi, tra cui anche l’Italia. Quello che riguarda il rapporto tra sicurezza ed energia.
Le ormai perenni tensioni geopolitiche hanno mostrato come la protezione delle rotte commerciali, delle infrastrutture critiche e delle catene di approvvigionamento energetico non siano soltanto una questione militare, ma anche economica.
Tra instabilità e nuove minacce ibride, garantire la sicurezza significa infatti sempre più garantire l’accesso alle fonti di approvvigionamento energetico e incidere di conseguenza sulla stabilità dei prezzi dell’energia.
In tale contesto i governi si stanno interrogando su come conciliare esigenze di bilancio, sicurezza nazionale e competitività economica.
Non si tratta di un confronto teorico. Nel Regno Unito, ad esempio, il dibattito si è concentrato sulla dimensione degli investimenti destinati alla difesa ed è costato le dimissioni del ministro John Healey.
Anche in Italia la discussione è in corso: secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, il governo starebbe valutando di ricorrere soltanto a una parte delle risorse potenzialmente disponibili attraverso il programma europeo SAFE, rinunciando a una quota dei finanziamenti inizialmente previsti. Una scelta che potrebbe incidere su alcuni programmi industriali già pianificati tra il Ministero della Difesa e l’industria nazionale, dalla costruzione della terza unità LSS classe Vulcano alla ripresa della produzione dei sistemi missilistici Samp-T.
Tuttavia, limitare la discussione alla dimensione della spesa militare o agli strumenti di finanziamento disponibili rischia di porre in secondo piano una questione più ampia: il legame sempre più stretto tra difesa, sicurezza energetica e competitività economica.
La vulnerabilità degli approvvigionamenti energetici è tornata centrale con il blocco dello Stretto di Hormuz.
Ogni crisi geopolitica che coinvolge aree chiave per il transito di petrolio e gas genera effetti immediati sui prezzi, sui costi logistici e sulla stabilità delle forniture.
In un’economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche come quella europea, questi fattori incidono direttamente sulla competitività delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie.
La sicurezza energetica non riguarda infatti soltanto la disponibilità delle materie prime. Dipende anche dalla capacità di proteggere infrastrutture come porti, gasdotti, rigassificatori, reti elettriche, cavi sottomarini e rotte marittime.
Ogni interruzione, sabotaggio o minaccia a questi asset produce costi economici che si riflettono sull’intero sistema produttivo.
I rischi per la libertà di navigazione hanno aumentato costi assicurativi, tempi di percorrenza e prezzi dei trasporti, con effetti che si sono propagati lungo tutta la filiera energetica e industriale.
È la dimostrazione di come la sicurezza delle infrastrutture e delle vie commerciali non sia una questione esclusivamente militare, ma anche economica.
Un nuovo studio di “SHIELD”, il Centro di ricerca dedicato alla sicurezza nazionale e alla resilienza di SDA Bocconi, ha dimostrato proprio come la tradizionale contrapposizione tra investimenti nella difesa e interventi per ridurre il costo dell’energia sia sempre meno aderente alla realtà.
Garantire la sicurezza delle infrastrutture critiche significa, infatti, ridurre il rischio di shock energetici, aumentare la resilienza del sistema e creare condizioni più favorevoli per la crescita economica. Il messaggio che fornisce lo studio, in sintesi, è che una parte della spesa per la sicurezza genera un ritorno rilevante, sotto forma di minori costi energetici, logistici e assicurativi.
Anche il futuro della competitività industriale italiana dipende da questa capacità di integrazione.
Le imprese hanno bisogno di energia accessibile e prevedibile, ma anche di catene di approvvigionamento sicure e di un contesto globale stabile. Sono obiettivi che non possono essere perseguiti separatamente.
In questo quadro, la discussione sugli strumenti europei di finanziamento della difesa, incluso il ricorso alle risorse messe a disposizione attraverso il programma SAFE, rappresenta soltanto una parte del problema.
La questione centrale riguarda piuttosto la capacità dell’Italia e dell’Europa di sviluppare una strategia che consideri energia e sicurezza come elementi complementari e non alternativi.
La vera scelta non è quindi tra difesa ed energia. La vera sfida consiste nel comprendere che, in un contesto internazionale sempre più instabile, la sicurezza energetica è diventata una componente essenziale della sicurezza nazionale e della competitività economica.