Gli analisti alzano le stime sugli utili S&P 500 come non facevano dal 2021 (e tutti sappiamo come è finita)

Tommaso Scarpellini

8 Luglio 2026 - 21:19

Le stime sugli utili S&P 500 salgono ai massimi dal 2021. I prezzi corrono, i fondamentali arrancano. Qualcosa non torna, o forse sì.

Quando gli analisti di Wall Street iniziano ad alzare le stime sugli utili delle aziende dell’S&P 500 con un’intensità che non si vedeva dal 2021, vale la pena chiedersi: stiamo assistendo a un genuino miglioramento dei fondamentali economici, oppure l’ottimismo diffuso sta iniziando a correre più veloce della realtà?

Nel secondo trimestre del 2026 la stima aggregata degli utili per azione dell’indice è cresciuta del 3,4%, invertendo una tendenza storica consolidata che negli ultimi vent’anni ha visto le previsioni scendere mediamente del 4,2% nel corso di ogni trimestre: un’inversione così netta potrebbe essere il segnale di un mercato finalmente sano, ma potrebbe anche essere la classica anticamera di una delusione costosa. Come accadde nel 2022.

Il meccanismo che pochi conoscono davvero

Il cosiddetto bottom-up EPS estimate dell’S&P 500 rappresenta l’aggregazione delle stime mediane sugli utili per azione di ciascuna delle circa 500 società che compongono l’indice. In condizioni di mercato ordinarie, questo numero tende a contrarsi nel corso del trimestre di riferimento: le aziende gestiscono deliberatamente le aspettative verso il basso per poi sorprendere positivamente al momento della pubblicazione ufficiale dei risultati. Questa pratica, nota negli ambienti finanziari con il termine «sandbagging», è così radicata nel comportamento delle imprese quotate che nella media degli ultimi quindici anni la stima trimestrale si è ridotta del 3,3% tra l’inizio e la fine del periodo di osservazione.

Nel secondo trimestre del 2026 questa stima è invece aumentata del 3,4%. Si tratta di un’inversione netta rispetto a decenni di comportamento statisticamente prevedibile. L’ultimo episodio comparabile risale al secondo trimestre del 2021, quando la stima era salita del 7,7%, trascinata dalla riapertura post-pandemica e da una massa di stimoli fiscali di proporzioni storicamente eccezionali che avevano gonfiato temporaneamente i bilanci aziendali ben oltre i livelli strutturali.

Il confronto con quel periodo non è neutro. Il 2021 era caratterizzato da condizioni che difficilmente potrebbero ripresentarsi in forma identica: tassi d’interesse a zero, liquidità abbondante immessa dai principali istituti centrali, domanda repressa in esplosione simultanea su scala globale. Assimilare il contesto attuale a quell’episodio sembrerebbe già di per sé sufficiente a indurre qualche riflessione sulla qualità strutturale dell’ottimismo oggi in circolazione.

I settori che trainano la revisione: energia e tecnologia

A guidare questa revisione al rialzo nel corso del secondo trimestre del 2026 sono stati principalmente due comparti dell’indice. Il settore energetico ha registrato un incremento della stima aggregata degli utili del 61,5%, con contributi rilevanti da parte di Chevron (la cui stima di EPS è passata da $2,59 a $5,09), Exxon Mobil, Occidental Petroleum e Diamondback Energy. Il settore dell’Information Technology ha invece messo a segno un rialzo dell’8,7% sulle stime, con Micron Technology, NVIDIA, Apple e Sandisk tra le società che hanno beneficiato delle revisioni più significative da parte degli analisti. Il tasso di crescita degli utili atteso per la componente tecnologica nel secondo trimestre si attesterebbe al 63,3% su base annua: un dato che incorpora in parte l’effetto della bassa base di confronto, ma che i mercati sembrerebbero disposti ad accettare come espressione di una tendenza strutturale di lungo periodo.

La guidance aziendale: un feedback loop che accelera

Qui si innesta una seconda dimensione del fenomeno, forse ancora più significativa della revisione delle stime in sé: il comportamento delle aziende nella comunicazione delle proprie previsioni prospettiche. Secondo i dati di FactSet, el secondo trimestre del 2026, delle 111 società dell’S&P 500 che hanno rilasciato una guidance sull’EPS, 63 lo hanno fatto in senso positivo. Si tratterebbe del livello più elevato dal terzo trimestre del 2021 e, per il solo comparto tecnologico, di un record assoluto dall’avvio della rilevazione nel 2006.

Il precedente del 2021 e il rischio di de-rating

I precedenti storici offrono una cornice utile per calibrare il profilo di rischio implicito in questa dinamica. Il 2021, già citato, si è concluso con un 2022 che ha rappresentato la peggiore performance annuale dell’S&P 500 dal 2008, con l’indice in calo di oltre il 18%. La causa principale non è stata una delusione catastrofica sugli utili, ma la compressione dei multipli di valutazione innescata dal ciclo di rialzo aggressivo dei tassi da parte della Federal Reserve. Questo meccanismo, tecnicamente noto come de-rating, funziona attraverso un principio di matematica finanziaria elementare ma spesso sottovalutato nella pratica: gli stessi utili futuri, scontati a un tasso più elevato, producono un valore attuale inferiore. Il mercato non crolla per via degli utili, ma perché la «P» del rapporto prezzo/utili si sgonfia anche quando la «E» regge.

La fotografia complessiva: multipli alti e margine di sicurezza ridotto

Su questi livelli, l’S&P 500 tratta a multipli storicamente elevati rispetto ai propri utili attesi (lo shiller PE è sopra 40x). Quando la componente di prezzo sale più rapidamente della componente di utile, il margine di sicurezza implicito si assottiglia progressivamente: qualsiasi delusione anche parziale rispetto alle stime potrebbe diventare sufficiente a innescare correzioni di entità significativa. Per gli investitori con un’esposizione rilevante alle obbligazioni e con una gestione del portafoglio orientata alla preservazione del capitale, questa compressione del margine di sicurezza rappresenta una variabile strutturale da tenere in considerazione, indipendentemente dall’orizzonte temporale di riferimento.

Quindi...

Guardare i mercati azionari da questa angolazione non significa necessariamente ipotizzare un crollo imminente, ma piuttosto riconoscere che l’ottimismo analitico più intenso degli ultimi cinque anni si manifesta in un momento in cui i prezzi avrebbero già incorporato buona parte delle buone notizie disponibili.

La prudenza, in questi casi, non è paura: potrebbe essere semplicemente la forma più lucida di partecipazione al mercato.