Il blocco dello Stretto di Hormuz incide poco sui volumi UE, ma è cruciale per petrolio e gas. Il rischio è nei prezzi globali, non negli scambi diretti.
Mentre ancora non si vede la fine della guerra nel Golfo Persico, l’ifo Institute, ovvero il prestigioso Leibniz Institute for Economic Research all’Università di Monaco di Baviera, pubblica un Policy brief della serie EconPol in cui costruisce una analisi sugli impatti economici della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Partendo da un caso nazionale, la Germania, ne misura l’esposizione diretta negli scambi, dimostrandone la limitata rilevanza. Solo in un secondo momento l’analisi si estende al perimetro all’Unione europea, dove emerge la vera dimensione del rischio, concentrata nei mercati energetici e nella trasmissione dei prezzi e dunque dell’inflazione.
Nel caso tedesco, secondo il Policy brief, i dati mostrano una dipendenza contenuta sia in termini di partner commerciali sia di rotte. Nel 2024, Iran e paesi limitrofi che utilizzano lo Stretto rappresentano lo 0,4% delle importazioni tedesche complessive. Ancora più significativo è il dato sul transito fisico delle merci, inferiore all’1% del totale. Questo implica che un’interruzione del traffico nello Stretto non produrrebbe uno shock commerciale generalizzato per l’economia tedesca.
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