Germania poco esposta, Europa vulnerabile. Il vero rischio di Hormuz è nei prezzi

Sergio Giraldo

30/03/2026

Il blocco dello Stretto di Hormuz incide poco sui volumi UE, ma è cruciale per petrolio e gas. Il rischio è nei prezzi globali, non negli scambi diretti.

Germania poco esposta, Europa vulnerabile. Il vero rischio di Hormuz è nei prezzi

Mentre ancora non si vede la fine della guerra nel Golfo Persico, l’ifo Institute, ovvero il prestigioso Leibniz Institute for Economic Research all’Università di Monaco di Baviera, pubblica un Policy brief della serie EconPol in cui costruisce una analisi sugli impatti economici della chiusura dello Stretto di Hormuz.

Partendo da un caso nazionale, la Germania, ne misura l’esposizione diretta negli scambi, dimostrandone la limitata rilevanza. Solo in un secondo momento l’analisi si estende al perimetro all’Unione europea, dove emerge la vera dimensione del rischio, concentrata nei mercati energetici e nella trasmissione dei prezzi e dunque dell’inflazione.

Nel caso tedesco, secondo il Policy brief, i dati mostrano una dipendenza contenuta sia in termini di partner commerciali sia di rotte. Nel 2024, Iran e paesi limitrofi che utilizzano lo Stretto rappresentano lo 0,4% delle importazioni tedesche complessive. Ancora più significativo è il dato sul transito fisico delle merci, inferiore all’1% del totale. Questo implica che un’interruzione del traffico nello Stretto non produrrebbe uno shock commerciale generalizzato per l’economia tedesca.
Anche a livello settoriale, l’esposizione resta circoscritta. Le categorie più sensibili sono l’alluminio non legato e alcuni prodotti petroliferi intermedi e greggio, ma si tratta di segmenti specifici e non dell’ossatura dell’import tedesco. Il quadro che emerge è quello di un’economia con una limitata dipendenza logistica da Hormuz, coerente con una struttura commerciale diversificata e fortemente integrata all’interno del mercato europeo.

Questo primo passaggio è essenziale, perché consente di separare il piano quantitativo (quali volumi sono toccati dal blocco) da quello sistemico (impatto sui prezzi e sulle filiere). Se ci si fermasse alla Germania, la conclusione sarebbe che lo Stretto di Hormuz ha un impatto marginale sugli scambi europei. Il paper mostra invece che questa lettura è incompleta. Quando l’analisi viene estesa all’Unione europea, la natura del rischio cambia. Non è più una questione di volumi commerciali complessivi, ma di concentrazione su alcune materie prime critiche. In particolare, circa il 6,2% del greggio importato e l’8,7% del GNL proveniente da paesi extra-UE transitano attraverso lo Stretto. Si tratta di quote non dominanti in termini assoluti, ma rilevanti se lette alla luce del ruolo dell’energia nei sistemi economici avanzati.

Questo passaggio introduce il secondo livello dell’analisi, quello della trasmissione dei prezzi. L’Unione europea, pur non essendo logisticamente dipendente dallo Stretto per la maggior parte delle sue importazioni, è esposta a variazioni dei prezzi globali di petrolio e gas. Il dato sulla composizione degli approvvigionamenti è decisivo. Nel 2025 circa il 45% delle importazioni di gas dell’UE avviene sotto forma di GNL, quindi via mare. La crescente integrazione dei mercati del gas attraverso il GNL rafforza il legame tra rotte marittime e dinamica dei prezzi.

In questo contesto, lo Stretto di Hormuz assume un ruolo sistemico. I paesi del Golfo situati a ovest dello Stretto rappresentano oltre un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio. Un’interruzione, anche parziale, dei flussi non inciderebbe tanto sui volumi direttamente importati dall’Europa, quanto sull’equilibrio complessivo del mercato globale. Il risultato sarebbe un aggiustamento dei prezzi, con effetti immediati su inflazione, costi industriali e bilancia commerciale.

Il canale di trasmissione dei prezzi è quindi prevalentemente indiretto, secondo l’ifo Institute. L’aumento dei prezzi energetici si traduce in un peggioramento delle ragioni di scambio per i paesi importatori, in una compressione dei margini per i settori energy-intensive e in una pressione inflazionistica diffusa. A questo si aggiunge il canale delle catene globali del valore. Economie fortemente dipendenti dal petrolio del Golfo, come la Cina, subirebbero uno shock negativo, trasmettendo effetti all’Europa attraverso commercio e domanda estera.
Lo studio mette in risalto la distinzione tra Germania e Unione europea in termini di analisi. La Germania misura l’esposizione diretta e mostra che il canale commerciale interessato dal blocco non è direttamente rilevante in sé. L’Unione europea invece nel complesso ha una certa esposizione sistemica, e il paper mostra che il rischio reale si concentra nei mercati energetici e nei prezzi.

Lo Stretto di Hormuz non è dunque un nodo critico per i volumi commerciali europei, ma lo è per il funzionamento del sistema energetico globale, se qualcuno avesse ancora dei dubbi. La vulnerabilità dell’Europa non dipende tanto dalla quantità di merci che transitano da Hormuz, quanto dalla centralità dello Stretto nella formazione dei prezzi di petrolio e gas e, a cascata, dei prodotti che da essi dipendono. In questo senso, il rischio è limitato sul piano logistico, ma elevato sul piano macroeconomico.