Mentre in Italia è stata appena bocciata una proposta di legge sulla settimana lavorativa corta, anche in Germania la pensano allo stesso modo.
In Europa si discute da anni della cosiddetta settimana corta, cioè della possibilità di lavorare meno ore a parità di stipendio. Diversi studi hanno dimostrato che ridurre l’orario di lavoro può aumentare la produttività e diminuire lo stress dei lavoratori. Nei Paesi nordici, ad esempio, questa formula è ormai realtà in diverse aziende, dove si lavora quattro giorni a settimana mantenendo lo stesso salario di un impiego full time.
In Germania il dibattito è molto acceso, ma la direzione del governo sembra andare nella direzione opposta. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha infatti dichiarato che il Paese deve aumentare lo sforzo produttivo della popolazione e lavorare di più per preservare la propria competitività economica. Secondo Merz, ridurre ulteriormente l’orario di lavoro rischierebbe di indebolire l’economia tedesca in un momento già complesso per l’industria europea.
Negli ultimi anni, tuttavia, diverse aziende tedesche hanno partecipato a un progetto sperimentale basato sul modello 100-80-100: i dipendenti percepivano il 100% dello stipendio lavorando l’80% delle ore e mantenendo il 100% della produttività. Durante l’esperimento molte imprese hanno riorganizzato il lavoro riducendo le riunioni inutili e introducendo strumenti digitali per migliorare l’efficienza dei processi.
I risultati sono stati in gran parte positivi. Molti lavoratori hanno registrato un miglioramento del benessere e dell’equilibrio tra vita privata e professionale, mentre diverse aziende hanno segnalato livelli di produttività stabili o addirittura in crescita. Nonostante ciò, una parte delle organizzazioni imprenditoriali ha espresso forti critiche, sostenendo che la diffusione di orari ridotti e del lavoro part-time potrebbe danneggiare nel lungo periodo la competitività del sistema produttivo tedesco.
«Dobbiamo lavorare di più e, soprattutto, in modo più efficiente in questo Paese. Con una settimana lavorativa di quattro giorni non saremo in grado di garantire la prosperità della Germania», ha affermato Merz intervenendo sul tema. I dati mostrano infatti che negli ultimi dieci anni il lavoro part-time è aumentato sensibilmente in Germania, portando anche a cambiamenti strutturali nel mercato del lavoro e nelle dinamiche sociali e familiari.
Anche in Italia la proposta della settimana corta è stata bocciata alla Camera
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Anche in Italia il tema della settimana corta è entrato nel dibattito politico, ma al momento i tempi non sembrano ancora maturi. Proprio nei giorni scorsi la Camera dei Deputati ha bocciato una proposta di legge sulla riduzione dell’orario di lavoro sostenuta dai partiti di centrosinistra. Il progetto prevedeva di introdurre progressivamente una settimana lavorativa di 32 ore, distribuendole su quattro giorni oppure riducendo le ore giornaliere, lasciando alle aziende la scelta organizzativa.
La proposta non prevedeva un cambiamento immediato, ma una fase di sperimentazione della durata di tre anni. Durante questo periodo le imprese che avessero ridotto l’orario di lavoro avrebbero potuto ricevere incentivi e sgravi contributivi. Solo in una fase successiva il governo avrebbe potuto intervenire abbassando il limite legale dell’orario di lavoro.
La maggioranza parlamentare ha però respinto il progetto, motivando la decisione soprattutto con problemi di copertura finanziaria. Gli incentivi previsti per le aziende avrebbero potuto far aumentare la spesa pubblica da circa 8,5 miliardi a oltre 11 miliardi di euro, senza garanzie sulle risorse disponibili. Inoltre la proposta prevedeva l’applicazione della settimana corta anche nella pubblica amministrazione, con possibili costi aggiuntivi legati alla necessità di assumere nuovo personale.
Di conseguenza, almeno per il momento, sia in Germania sia in Italia il progetto della settimana lavorativa ridotta a parità di salario sembra destinato a rimanere fermo.
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