Il termine geoeconomia è di “conio” recente, attribuibile probabilmente ad un noto politologo americano sulla ribalta internazionale dagli anni 90, Edward Luttwak (“From Geopolitics to Geo-Economics: Logic of Conflict, Grammar of Commerce”, pubblicato nel 1990 sulla rivista americana The National Interest).
È utilizzato per identificare lo studio dell’evoluzione dei rapporti internazionali avendo come chiave principale di interpretazione l’economia. È nella sostanza l’assunzione al rango di scienza di teorie e concetti già formulati da decenni. L’avvento di Trump e le sue politiche doganali hanno contribuito a dare ancora più risalto a questa disciplina.
E l’Intelligenza Artificiale cosa c’entra? Questo “strumento elaborativo”, in relazione alle sue infinite potenzialità, è diventato fattore strategico di competizione, fonte di potere, ricchezza e influenza globale: chi controlla le relative infrastrutture, i dati e gli algoritmi, controlla interi settori produttivi e può condizionare scelte politiche ed equilibri internazionali. Pensiamo a come in passato il petrolio abbia rappresentato la chiave del potere economico e politico. Oggi l’IA si avvicina a svolgere un ruolo simile: una risorsa strategica senza la quale è difficile immaginare competitività, sicurezza e persino autonomia politica.
Stati Uniti e Cina: la sfida dei giganti
La corsa allo sviluppo dell’IA ha già due protagonisti principali: Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti hanno costruito la propria leadership sull’enorme capacità di attrarre capitali e talenti. Nel 2024 gli investimenti privati in IA hanno superato i 100 miliardi di dollari, con aziende come OpenAI, Google, Microsoft e Anthropic che dettano il passo nello sviluppo di modelli linguistici e applicazioni generative. Non si tratta solo di software: l’intero ecosistema tecnologico americano – Università, Venture capital, Silicon Valley – lavora in sinergia per mantenere la leadership in questo campo.
La Cina, invece, ha adottato una strategia diversa: integrazione tra pubblico e privato. Pechino investe direttamente attraverso piani statali e promuove le sue aziende nazionali come Baidu, Alibaba e Tencent. È prima al mondo per numero di pubblicazioni scientifiche e punta alla sovranità digitale come garanzia di indipendenza strategica. Nel settore dei chip, ad esempio, ha varato un piano decennale da centinaia di miliardi per ridurre la dipendenza da fornitori esteri. In termini di investimenti privati ha attratto nel 2024 circa 9,7 miliardi di dollari meno dell’Europa, ma molto di più rispetto ai singoli Stati presi individualmente. Ha prodotto 15 modelli di IA “di frontiera” (gli USA 40) e pesa per circa il 60% delle attività globali legate alla GenAI.
L’Europa e il rischio della marginalità
L’Europa non ha ancora un ruolo rilevante. Nel 2024 il Vecchio Continente ha attratto circa 19 miliardi di dollari di investimenti in IA, meno di un quinto di quelli americani (dato risultante dall’edizione 2025 dell’Artificial Intelligence Report della Stanford University). Pur avendo centri di eccellenza – basti pensare a DeepMind (start up del 2010 con sede a Londra e rilevata da Google) o ai laboratori di Parigi (l’ecosistema francese che ruota attorno a INRIA-Institut National de Recherche en Informatique et en Automatique, CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e l’Université PSL (École Normale Supérieure)), che collaborano con i big tech e ospitano centri di ricerca indipendenti – manca un progetto unitario. Ogni Stato procede in ordine sparso, e il risultato è una frammentazione che rende difficile competere con i giganti.
Un esempio emblematico riguarda i semiconduttori: l’Europa importa oltre il 70% dei chip avanzati da Asia e Stati Uniti. Senza un’autonomia tecnologica, rischia di diventare un semplice mercato di consumo anziché un polo di produzione e innovazione. A febbraio del 2025 è stato avviato il progetto InvestAI, un’iniziativa volta a mobilitare 200 miliardi di EUR per investimenti nell’IA, compreso un nuovo fondo europeo di 20 miliardi di EUR per le “gigafabbriche” di IA.
E l’Italia? Il nostro Paese sconta un ritardo strutturale: nel 2024 gli investimenti privati in IA sono stati appena 0,9 miliardi di dollari, con una presenza scientifica limitata all’1,2% delle pubblicazioni mondiali. Tuttavia, esistono alcune eccellenze. Il supercomputer Leonardo di Bologna, gestito da CINECA, è uno dei più potenti al mondo e rappresenta un’infrastruttura strategica che potrebbe diventare la base per una “AI factory” europea.
Sovranità digitale e rischi di disinformazione
Se l’energia ha segnato il Novecento, oggi le nuove materie prime sono i dati e i chip. Senza accesso a queste risorse, nessun Paese può sviluppare un’IA davvero competitiva. Ma c’è di più: l’IA porta con sé rischi diretti per la stabilità politica.
Uno degli esempi più discussi riguarda la disinformazione. Nel 2024, durante le elezioni presidenziali in India, sono circolati migliaia di deepfake che imitavano politici di primo piano. Alcuni erano così sofisticati da rendere difficile distinguerli da video autentici. Episodi simili sono stati registrati anche negli Stati Uniti e in Europa, con tentativi di manipolazione del dibattito pubblico.
La capacità di produrre e diffondere contenuti falsi, ma credibili, è ormai alla portata non solo di Stati ma anche di attori privati, gruppi criminali o lobby economiche. Questo trasforma l’IA in una vera e propria arma geopolitica, capace di influenzare elezioni e destabilizzare interi Paesi.
Energia, difesa e diplomazia: l’IA come moltiplicatore di potenza
Le applicazioni dell’IA non si limitano alla sfera economica o mediatica: toccano ambiti strategici come l’energia e la difesa.
Nel settore energetico, l’IA è già utilizzata per ottimizzare le reti elettriche e integrare le fonti rinnovabili. Ad esempio, in Germania, gli algoritmi predittivi sono impiegati per stabilizzare la rete elettrica e bilanciare la produzione da eolico e solare, riducendo i blackout e migliorando l’efficienza.
Sul fronte della difesa, i droni autonomi rappresentano uno degli esempi più concreti. In Ucraina, diversi sistemi di sorveglianza e attacco basati su IA hanno dimostrato come la tecnologia possa cambiare la natura della guerra moderna, rendendola più rapida e meno prevedibile. Non a caso la spesa europea per la difesa prevede una quota crescente destinata a progetti di intelligenza artificiale.
Anche la diplomazia non è immune: strumenti di IA vengono già sperimentati per supportare i negoziatori nelle trattative commerciali. Modelli predittivi simulano l’impatto di tariffe o accordi, aiutando a costruire scenari più solidi. È una nuova forma di “soft power tecnologico” che potrebbe cambiare il modo in cui si fanno accordi internazionali.
La sfida della governance globale
Se le tecnologie corrono, le regole faticano a tenere il passo. L’Europa ha varato l’AI Act, la prima normativa organica sull’intelligenza artificiale. È un passo importante, perché introduce principi di trasparenza e responsabilità. A luglio 2025, al vertice BRICS di Rio de Janeiro, i Paesi emergenti hanno proposto una governance dell’IA più inclusiva, chiedendo all’ONU di assumere un ruolo centrale. L’obiettivo è evitare che la tecnologia diventi un fattore di disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo. Ma, per ora, si tratta soprattutto di dichiarazioni di principio.
Il bivio dell’Italia nella geoeconomia digitale
L’Italia non è una superpotenza tecnologica, ma può ritagliarsi uno spazio se saprà valorizzare le proprie eccellenze. Il supercomputer Leonardo, citato prima, è una di queste. Un altro esempio è rappresentato dall’applicazione dell’IA in settori dove il Paese ha già leadership, come la manifattura avanzata, la moda o l’agroalimentare.
Immaginiamo l’impatto nel settore vinicolo: algoritmi di IA possono analizzare dati climatici, composizione del suolo e tecniche di irrigazione per ottimizzare la produzione. In Emilia-Romagna, alcune cantine sperimentano già sistemi predittivi che riducono i costi e migliorano la qualità del prodotto. Allo stesso modo, nella sanità, l’IA viene utilizzata per la diagnostica precoce: ospedali lombardi hanno introdotto sistemi di radiologia assistita che riducono del 20% i tempi di diagnosi per patologie oncologiche.
Il punto cruciale, però, resta la formazione. Senza capitale umano qualificato, nessuna infrastruttura sarà sufficiente. L’Italia forma ancora troppo pochi data scientist e ingegneri specializzati, mentre le aziende faticano a trovare profili adeguati.
L’intelligenza artificiale sta trasformando la “geoeconomia globale” in modo profondo. È al tempo stesso risorsa strategica, leva di potere e fonte di rischio. Gli Stati che guideranno questa rivoluzione avranno maggiore influenza nei mercati, nelle relazioni internazionali e persino nella sicurezza militare. Risulta pertanto fondamentale la creazione e formalizzazione di adeguati presidi di controllo a livello globale (impresa forse più ardua che arrivare ad un accordo di pace nei conflitti attuali del mondo).
Per l’Italia il momento è decisivo. Restare ai margini significherebbe dipendere dalle scelte altrui, con conseguenze non solo economiche ma anche politiche. Al contrario, investire in infrastrutture, competenze e politiche industriali mirate può trasformare il ritardo in una possibilità di rilancio. Come accadde nell’era del petrolio, chi saprà muoversi con lungimiranza diventerà protagonista della nuova geoeconomia digitale.