Controlli Fisco sui forfettari, la CGT di Vicenza conferma l’uso di Google Calendar e mail per ricostruire i ricavi reali ed escludere dalla flat tax.
Il Fisco passa al setaccio i contribuenti forfettari alla ricerca di un volume di affari non dichiarato proprio per rimanere nella flat tax. Le verifiche fiscali, ormai, si avvalgono di strumenti che permettono indagini a 360 gradi. Come confermato dalla Corte di Giustizia Tributaria di Vicenza con la sentenza numero 304 del 2026, la ricostruzione del fatturato reale del professionista può basarsi anche sui dati estratti da computer, smartphone e tablet personali.
Dagli appuntamenti sull’agenda di Google Calendar alle cartelle clienti salvate su iCloud, l’esame del Fisco scandaglia anche la posta elettronica a caccia dei finti forfettari che evadono le tasse.
Ricalcolo delle imposte, il caso
Il caso di specie riguarda un operatore del settore piercing e tatuaggi iscritto al regime forfettario. La Guardia di Finanza nell’indagine condotta ha trovato elementi che hanno portato a disconoscere la contabilità fornita, al superamento dei limiti per permanere nel regime forfettario e al conseguente ricalcolo dell’imposta dovuta.
Quali prove sono state usate nella ricostruzione induttiva dei ricavi? Le prove individuate si dividono in due categorie:
- prove digitali: estratti di Google Calendar con l’elenco dettagliato degli appuntamenti, backup su iCloud con le schede clienti, messaggi di posta elettronica e documentazione riferita a finanziamenti di auto di lusso;
- prove cartacee: schede anamnestiche dei clienti, liberatorie firmate dai clienti per trattamenti sui minori, note manoscritte.
I verificatori, a supporto delle prove trovate, sono stati interpellati anche diversi clienti che hanno confermato di aver fruito delle prestazioni riportate nell’agenda e di averle pagate regolarmente.
Le conseguenze fiscali
Confrontando l’agenda con le schede dei clienti è stato possibile dimostrare che le scritture contabili erano inattendibili. Per determinare i ricavi reali l’Agenzia delle Entrate si è servita dell’applicativo VE.R.DI (Verifica Redditi Dichiarati) e di un calcolo basato sulla lista delle prestazioni eseguite al prezzo medio per quella prestazione.
L’accertamento, quindi, si è basato principalmente sull’incoerenza reddituale: a fronte di una capacità di spesa reale molto alta (come, per esempio, i finanziamenti per auto di lusso) i redditi dichiarati erano molto bassi. Il contribuente ha giustificato la maggiore disponibilità finanziaria con un’eredità paterna, ma la giustificazione è stata rigettata perché non accompagnata da adeguata documentazione.
L’esito dell’accertamento ha portato il contribuente a uscire forzatamente dal regime forfettario dal periodo di imposta 2020, anno in cui i ricavi ricostruiti hanno superato quei limiti per permanere nella flat tax. Questo ha portato a un ricalcolo delle imposte dovute non solo per l’anno in questione, ma anche per i successivi in cui il contribuente è ricaduto nel regime ordinario.
La sentenza dimostra che un utilizzo distorto del regime di imposta sostitutivo non può più essere mascherato facilmente. L’Agenzia delle Entrate, infatti, dispone di strumenti sempre più sofisticati. Nel 2025 oltre 2 milioni di contribuenti utilizzavano il regime forfettario e la maggior parte ha dichiarato volumi di affari che non superano i 20.000 euro. Proprio per questo le attenzioni del Fisco su questa platea di beneficiari si fanno sempre più elevate.