Fisco, quali Regioni italiane pagano più tasse?

Un report della CGIA di Mestre mette in luce il gettito complessivo versato dai cittadini delle varie Regioni allo Stato. Lombardia in testa, Calabria ultima

Fisco, quali Regioni italiane pagano più tasse?

Non è casuale il tempismo con cui la CGIA di Mestre ha pubblicato il suo rapporto sul gettito fiscale complessivo diviso per Regioni, che evidenzia profonde differenze fra il quantitativo di tasse pagato fra Nord e Sud del Paese. Il tema dell’autonomia differenziata è stato una delle fratture più profonde fra le due componenti della maggioranza 5 Stelle-Lega, e il peso del “no” pentastellato alla riforma e delle pressioni della “corrente settentrionale” subite dal Carroccio non dovrebbe essere sottovalutato nell’analisi della crisi di governo.

Fisco, quali regioni pagano di più

L’Ufficio studi della CGIA ha scoperto, sulla base dei dati del 2017, che sono i cittadini lombardi a versare di più al fisco, con una media di 12.297 euro fra tasse, imposte e tributi. La Calabria, invece, è la Regione che paga meno: ogni residente del territorio ha contribuito mediamente per 5.516 euro, poco più della metà della metà della media nazionale di 9.168 euro.

A pagare tanto sono anche i valdostani, con 11.480 euro, e gli abitanti del Trentino-Alto Adige con 11.297 euro. Seguono i cittadini dell’Emilia Romagna con 11.252 euro. In generale, i cittadini del Nord pagano 11.000 euro di tasse, quelli del Centro ne pagano 10.134 e quelli del Meridione solo 6.039. Questi dati sono comunque da mettere in relazione alle profonde differenze in merito di ricchezza: a fronte di una popolazione di soli 9 milioni di persone superiore, il Nord ha il 52% degli occupati contro il 26,6% del Sud.

L’elaborazione della CGIA di Mestre non stupisce, dato che il sistema tributario italiano è basato sulla progressività. Dove il livello di reddito è maggiore, “grazie a condizioni economiche e sociali migliori, anche il gettito tributario presenta dimensioni più elevate che altrove”. Una situazione che si riflette anche sulla qualità dei servizi erogati, in primo luogo di sanità e istruzione.

Fisco, quanto ha influito sulla crisi di governo la mancata riforma sull’autonomia?

La riforma delle autonomie, chiesta in primo luogo da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, è stata approcciata in modo scorretto secondo il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo: “L’autonomia differenziata è stata vissuta come una contrapposizione tra Nord e Sud del Paese, invece, è una partita che si gioca tra il centro e la periferia dello Stato”.

E, in effetti, se andiamo a calcolare le percentuali di gettito che vanno al governo centrale, si scopre che fra Regioni settentrionali, centrali e meridionali c’è davvero poca differenza. Le prime versano meno dell’85% delle risorse, quelle del Sud l’81% per una media nazionale dell’84%. Solo il restante 16% va alle amministrazioni locali. Anche la Sicilia, Regione a statuto speciale spesso accusata di usare male i propri fondi, è in linea con la media.

Se da un lato, quindi, la CGIA si schiera apertamente con la Lega, dall’altro ritiene che la riforma vada estesa a tutto il territorio nazionale. Così il segretario Renato Mason: “Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono le regioni che stanno vivendo la fase più avanzata di questa partita [...]. Più autonomia equivale a più responsabilità ed è evidente che i risparmi e l’extra gettito prodotto devono rimanere nei territori che li generano”. Mason crede che “la responsabilità diretta sulle materie richieste” darà una spinta a “tutto il sistema Paese ad avere un maggiore rigore nell’uso delle risorse”.

Le tre Regioni, dunque, farebbero da apripista, “provocando un effetto trascinamento che ridurrà la spesa pubblica e innalzerà la qualità dei servizi erogati ai cittadini”. Naturalmente la crisi di governo aperta dallo stesso Matteo Salvini impedirà in ogni caso l’approvazione della riforma prima dell’aumento dell’IVA. L’incremento, secondo la CGIA, penalizzerà in particolare lavoratori autonomi e famiglie.

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