Lobby scaccia lobby? Un filo rosso (Tesla) potrebbe unire auto elettrica e Qatargate

Mauro Bottarelli

26 Dicembre 2022 - 09:06

Nel 2022, la creatura di Elon Musk ha bruciato più market cap dell’intero comparto automotive. Ma la pantomima di Twitter ha tenuto la stampa occupata. E ora, l’indagine sugli «inquinatori» del Golfo

Lobby scaccia lobby? Un filo rosso (Tesla) potrebbe unire auto elettrica e Qatargate

Quella conclusasi prima delle festività natalizie è stata la peggiore settimana per il titolo Tesla dal marzo 2020. Ovvero, dall’esplosione del disastro globale della pandemia. E prima del nuovo Qe pandemico. Qualcosa come 85 miliardi di capitalizzazione di mercato bruciati, un -18% in 5 sedute che ha sostanziato questo risultato:

Comparazione fra market cap di Tesla a inizio anno e oggi rispetto all'intero settore auto Comparazione fra market cap di Tesla a inizio anno e oggi rispetto all’intero settore auto Fonte: Statista/Yahoo Finance

dai 1.200 miliardi di market cap di inizio anno, oggi Tesla ne vale meno di 400. E la perdita di capitalizzazione in cui è incorsa la creatura di Elon Musk è superiore a quella attuale e combinata dell’intero comparto automotive mondiale.

Insomma, materia da prime pagine allarmate dei giornali e da aperture dei siti di informazione. Invece, il nulla. Anzi, no. In realtà, Elon Musk è sempre presente sui media. Ma per altro. Ovvero, la pantomima legata all’acquisizione di Twitter, il cui ultimo capitolo ha visto il visionario imprenditore Usa, di fatto, auto-licenziarsi dal ruolo di CeO del social network, dopo un sondaggio fra gli utenti. Studiata strategia di perpetuazione della cortina fumogena. Ora, infatti, un’intera gamma di nuove recite a soggetto legate alla scelta del nuovo numero uno dell’azienda potrà irretire e distrarre per bene l’opinione pubblica.

E, soprattutto, quei media complici che paiono non avere tempo per chiedersi come sia stata possibile la riduzione a un terzo del valore di inizio anno per un titolo che è stato contrafforte del Nasdaq (e del fondo Ark di Cathie Wood, anch’essa sparita dai radar e degna di una puntata di Chi l’ha visto). Ma perché? Forse Tesla è inserzionista troppo importante per essere disturbato da campagne mediatiche impertinenti sui propri risultati operativi? Meglio quindi arrovellarsi sul cash-flow tutt’altro che entusiasmante di Twitter, ovviamente dando voce alle accuse - fra il variopinto e lo strumentale - di Elon Musk contro management precedente, Fed e, probabilmente marziani dispettosi?

O forse c’è dell’altro? Il sospetto sorge. Soprattutto mettendo in fila queste tre notizie, tutte facenti capo al medesimo protagonista e tutte e breve distanza l’una dall’altra:

cosa ha trasformato Akyo Toyoda, Ceo di Toyota e pronipote del fondatore dell’omonima casa automobilistica giapponese, da accesso e convinto sostenitore della svolta elettrica e scettico numero uno e, addirittura, delatore rispetto a una maggioranza silenziosa di suoi colleghi che non crederebbe affatto alla svolta green per il comparto?

Forse sta arrivando un uragano? Forse il principio di greenwashing non vale soltanto per i bond spacciati con certificazione ESG e invece legati a vario titolo a fonti fossili ma ugualmente accolti dentro fondi e portfolio formalmente allineati al credo di Greta Thunberg e del Green New Deal? Chissà. E se per caso, quel repentino cambio di impostazione e sensibilità del CeO di Toyota fosse da mettere in relazione anche con l’esplosione del caso Qatargate?

I tempi, in effetti, appaiono perfetti. Quasi studiati a tavolino. In tre mesi, Akyo Toyoda è passato da amante a quasi stalker del settore senza soluzione apparente di continuità. Cosa ha reso prudenziale e forse necessario quel cambio di impostazione e approccio? Forse qualche rumors rispetto a lobby dell’auto elettrica troppo attive presso istituzioni sovranazionali, le stesse che hanno imposto il suicida pieno di transizione a tempo di record del mercato automotive, esclusioni dal mercato comprese? Solo un’ipotesi, ovviamente. Probabilmente, maligna.

Casualmente, però, colpendo il Qatar si colpiscono in maniera simbolica i Paesi del Golfo. E gli emiri con le loro ricchezze da favola e in grado di acquistare tutto a livello globale. Ricchezze che hanno odore di petrolio e di gas, però. In effetti, spostare l’attenzione su quattro mazzette verso altrettanti sciagurati e ben poco furbi politici corrotti piuttosto che rischiare l’esplosione di uno scandalo potenziale che coinvolga big del settore auto, banche, fondi e governi per centinaia e centinaia di miliardi apparirebbe sensato. E quel drastico e repentino cambio di approccio di Akyo Toyoda puzza. Più del petrolio. Ma ripeto, solo ipotesi fantasiose. Come certi bilanci e market cap.