Eni, quanto può perdere (o guadagnare) con le crepe nell’OPEC+?

Claudia Cervi

29/04/2026

Eni su resistenza critica, ma le crepe nell’OPEC+ cambiano lo scenario. Cosa succede al titolo con il Brent tra 90 e 120 dollari? Ecco quando può crollare (fino al 15%) o salire ancora.

Eni, quanto può perdere (o guadagnare) con le crepe nell’OPEC+?

Eni è tornata sui massimi del 17 aprile, in area 23,60 euro. Un segnale di forza che però rischia di essere messo alla prova da una notizia che il mercato deve ancora digerire.

Le tensioni in Medio Oriente, con il fronte iraniano sempre più caldo, hanno aperto una crepa nell’OPEC+. L’uscita degli Emirati, con il rischio che altri Paesi produttori seguano, mette in discussione l’equilibrio costruito negli ultimi anni. Se ogni Paese decide in autonomia quanto produrre, l’offerta può aumentare senza controllo. Con maggiore incertezza e movimenti di prezzo meno prevedibili.

Nel breve non è detto che cambi subito qualcosa. Ma se questa dinamica dovesse trasformarsi in una competizione sull’offerta, il petrolio potrebbe indebolirsi. E il prezzo di Eni, reattivo al greggio ma con una sensibilità più alta, potrebbe seguirlo.

Non è lo scenario più probabile, almeno per ora, ma va considerato. Per chi compra azioni Eni diventa quindi fondamentale capire fin dove può spingersi il Brent e quali livelli iniziano davvero a fare male (o possono sostenere) le quotazioni di Eni nel nuovo contesto.

Quanto può perdere (o guadagnare) Eni con Emirati, Kazakistan e Iran fuori dall’OPEC+

L’uscita dall’OPEC+ degli Emirati Arabi ed eventualmente di Kazakistan e Iran potrebbe portare a una maggiore offerta di petrolio e a un minore coordinamento tra produttori.

Per Eni la variabile chiave è il Brent. La società stessa ha aggiornato lo scenario 2026 a 83 dollari al barile e ha indicato che il buyback aggiuntivo resta legato a un prezzo fino a 90 dollari. Sopra questa soglia, il surplus di cassa potrebbe essere restituito agli azionisti anche tramite dividendo straordinario.

La sensibilità ufficiale di Eni è pari a circa 0,11 miliardi di euro di CFFO (flusso di cassa operativo) per ogni dollaro di variazione del Brent. Un crollo del petrolio da 115 dollari a 90 dollari implicherebbe quindi, a parità di altre condizioni, circa 2,7 miliardi di minore cassa operativa potenziale.

Da qui nasce il rischio di una correzione del titolo nell’ordine del 10-15% se il mercato iniziasse a prezzare un Brent stabilmente sotto i 90 dollari.

L’ipotesi attualmente prezzata dal mercato e condivisa dalla maggior parte degli analisti è quella di un petrolio stabile. Morgan Stanley vede il Brent a 110 dollari nel secondo trimestre 2026, 100 dollari nel terzo e 80 dollari nel 2027, mentre Goldman Sachs ha alzato le stime sul quarto trimestre a 90 dollari.

Nonostante le tensioni elevate, non dovrebbe esserci un aumento reale della produzione. Per un ulteriore rialzo di Eni, invece, servirebbe un Brent stabilmente sopra area 120 dollari. È uno scenario più estremo, legato a una crisi prolungata dell’offerta: la Banca Mondiale indica 115 dollari come livello possibile se il conflitto in Medio Oriente dovesse persistere o peggiorare.

Eni, i target degli analisti

Le valutazioni degli analisti su Eni restano nel complesso positive. Tra le posizioni più costruttive, UBS indica un target fino a 29 euro, Jefferies arriva a 30 euro, mentre JP Morgan e RBC Capital Markets si collocano intorno ai 28 euro. Anche Equita conferma una view positiva, con target fino a 27,5 euro. Le banche d’affari riconoscono la capacità del gruppo di generare cassa in modo robusto, grazie a prezzi dell’energia ancora elevati, e di offrire una politica di remunerazione tra le più generose del mercato.

Accanto a queste valutazioni, emergono però posizioni più caute. Kepler Cheuvreux mantiene un giudizio “Hold” con target tra 23,5 e 24 euro, mentre Berenberg si ferma a 22 euro. Anche Citigroup e Intesa Sanpaolo sono più prudenti, con target rispettivamente a 24 e 24,9 euro. Secondo queste banche d’affari, con il Brent su livelli elevati, è difficile immaginare ulteriore spazio di crescita nel breve. Ci sono poi alcune attività del gruppo (raffinazione e chimica) che mostrano risultati meno stabili e prevedibili, con margini più volatili rispetto ad altri segmenti

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