Il sistema del bipartitismo americano ha dimostrato ancora una volta di essere inattaccabile. Se c’era un’occasione in cui l’opinione pubblica aveva mostrato, nei sondaggi, di avere una forte ostilità bipartisan sia nei confronti del partito Democratico al potere con Biden, sia verso i Repubblicani di Trump, era proprio questa campagna. Il “centrismo” e il “moderatismo” che costituivano la ragion d’essere del raggruppamento chiamato “No Labels” (nessuna etichetta) non potevano, realisticamente, godere di un clima migliore per imporsi all’attenzione di un elettorato disgustato dall’attuale offerta politica.
I tre quarti degli americani, per mesi, nei sondaggi generali avevano detto di non volere il bis della sfida Biden-Trump perché erano vecchi arnesi, entrambi inaffidabili. Il primo per l’età, per la decadenza fisica e per gli scandali mal coperti del figlio Hunter affarista e dell’intera famiglia, oltre che per essere lui, da presidente, il responsabile del peggior disastro migratorio della storia USA. Il secondo per avere sulla fedina politica la vergogna della sollevazione violenta dei suoi fans nel 6 gennaio 2021, dopo aver perso alle urne e non averlo ammesso. E, in aggiunta, per il suo carattere personale scostante e polarizzante, mai in grado di avere con sé almeno il 50% del consenso popolare, neppure quando era alla Casa Bianca e distruggeva l’Isis o tagliava le tasse spingendo l’economia e il lavoro.
I dirigenti dei No Labels - da Joe Manchin Democratico a Larry Hogan Repubblicano - si erano illusi di poter esprimere una leadership capace di canalizzare tutto questo scontento verso la terza via, ma alla fine hanno sospeso la loro campagna che pure era riuscita a far iscrivere “il gruppo indipendente” in dozzine di Stati. Si sono arresi, e non è stato un fallimento organizzativo, ma politico. La verità è che la grande maggioranza dell’opinione pubblica aveva bluffato. E alle primarie che contavano, poi, i Democratici e i Repubblicani hanno gettato la maschera. Perché un conto è dire ai sondaggisti che si preferirebbe qualche altro personaggio diverso, in omaggio alla “novità”. Un altro è rinunciare a giocare la carta migliore che si è convinti di avere in mano per conquistare la Casa Bianca. Questo hanno fatto gli elettori, e la metà di loro saprà in novembre se ha avuto ragione. In una democrazia libera votare è sempre un’operazione partigiana, e si partecipa per vincere.
Non a caso, i sondaggisti misurano anche l’”entusiasmo”, che emerge dalle risposte sull’intenzione più o meno “calda” di registrarsi nelle liste comunali e di andare poi, fisicamente, al seggio. Un recentissimo sondaggio Gallup ha rilevato che il 54% degli americani dice di essere oggi più entusiasta di andare al seggio il prossimo novembre rispetto alle precedenti elezioni, mentre il 41% ha minor entusiasmo. Più interessante, però, è notare che il 59% dei Repubblicani ha mostrato un maggiore entusiasmo di votare rispetto ai precedenti appuntamenti, ossia 4 punti percentuali in più del 55% dei Democratici e degli indipendenti tendenti a sinistra. A conferma del gap di passione politica, i Democratici hanno espresso una diminuita voglia di andare a votare rispetto ai Repubblicani, con il 42% che si sente meno entusiasta verso il voto, contro il 35% di Repubblicani “freddi”.
Negli Stati Uniti, peraltro, per poter partecipare al voto occorre davvero volerlo fare: non si riceve alcuna scheda automaticamente, ma ci si deve iscrivere negli elenchi pubblici locali, anche dichiarando il proprio partito. Ciò non implica che se ci si dichiara Democratici o Repubblicani si debba poi votare per quel partito. Del resto, ci sono pure varie altre “caselle” dove poter mettere la croce di appartenenza: ci si può denunciare come “indipendente”, o come appartenente ad altri raggruppamenti, “libertario” o “socialista” e così via, tante sono le altre possibili affiliazioni, che variano da distretto a distretto secondo la creatività e i gusti locali. Va da sé che si è anche liberi di registrarsi soltanto come “elettore”, evitando di esprimere qualsiasi propensione o preferenza .
Anche se è la terra della massima libertà di associazione politica, l’America resta nei fatti fedele, strenuamente, al sistema della scelta binaria tra due poli che ha accompagnato la sua storia da fine Settecento. Le eccezioni nella formazione di partiti nuovi, e con un certo successo, si contano sulle dita d’una mano: nell’Ottocento ci furono i conservatori Whig e il nuovo partito Repubblicano di Abramo Lincoln che vinse la Guerra Civile; nel Novecento il partito creato dall’ex presidente Repubblicano Teddy Roosevelt, diventato progressista dopo il primo mandato, che nel 1912 non fu però rieletto e, da terzo incomodo, mandò alla Casa Bianca il Democratico Woodrow Wilson.
Nel corso del tempo, comunque, se anche i partiti come entità organizzative preservano nome e simbolo, e i suoi iscritti la finalità di conquistare e mantenere il potere, non necessariamente restano invariate le linee politiche. L’esempio più clamoroso è la difesa dello schiavismo prima, nell’Ottocento, e della segregazione razziale poi, fino alla metà del secolo scorso, che ha contraddistinto il partito Democratico: sostanzialmente in tutto il Sud, in antitesi all’antischiavismo nordista del GOP, Grand Old Party, di Lincoln.
Il bipartitismo americano, insomma, è uno strumento istituzionale importante per garantire tra i cittadini il confronto e lo scontro democratico delle idee, che a loro volta evolvono con il trasformarsi delle sfide poste da una società in evoluzione perenne. Se si scatta una istantanea su dove si collocano i due partiti, oggi 2024, in una serie di temi che spaziano dalle soluzioni alle questioni sociali e alla difesa delle libertà individuali sul piano domestico, fino all’impegno e alla collocazione del Paese sul terreno internazionale, si scopre un’America dei partiti che è irriconoscibile rispetto a qualche decennio fa.
Ho visitato giorni fa la Biblioteca Presidenziale di John Fitzgerald Kennedy, a Boston, per farmi tornare alla mente che il 35esimo presidente, forse il simbolo più felice e ammirato del partito Democratico nel Dopoguerra, propugnava il taglio delle tasse per rivitalizzare la crescita economica, in patria. Mentre, all’estero, era il fiero alfiere dell’anticomunismo: “Ich bin ein Berliner”, davanti al Muro nel giugno 1963, precedette il reaganiano “Mr Gorbačëv, butta giù quel muro”, nel giugno 1987, in una continuazione storica bipartisan della politica americana a difesa delle libertà dei popoli. Oggi, mentre Biden intima al governo libero e democratico di Gerusalemme di sospendere la più che legittima guerra dell’esercito israeliano contro i terroristi di Hamas del 7 ottobre, l’opposizione Repubblicana in Congresso, e Trump dai comizi, tergiversano nel dare all’Ucraina le armi e le risorse necessarie per respingere l’aggressione di Putin, l’erede del regime comunista che opprimeva i civili della Berlino orientale.
Sono sempre, nominalmente, gli stessi due partiti dei Kennedy e dei Reagan. Ma dove è finita la “moral clarity” dei leader attuali dei DEM e del GOP? Quella “chiarezza morale” che Natan Sharansky, sopravvissuto a nove anni di gulag russi, aveva implorato nel 2004 nel suo fondamentale libro “The case for Democracy”?