Non sono mai stato uno studente brillante, con voti alti. Non che non mi piacesse studiare, anzi, ma studiavo (in senso lato, leggevo roba di fatto) temi, fatti e concetti che sistematicamente non erano ciò che il programma scolastico prevedeva per me in quel momento.
Ogni volta il tema del giorno era qualcosa che avevo già affrontato, oppure qualcosa che mi sarebbe interessato più avanti.
Nonostante la frequente noia, quello era ed è per me l’unico modo sensato di accumulare conoscenza: occuparsi di ciò che la curiosità impone di sapere in modo da costruire un castello di conoscenze che stia in piedi perché costruito secondo le logiche di chi deve abitarlo. Secondo me così viene fuori alla lunga anche un castello più grande e più bello.
Il mio approccio, però, non era la norma. Circa un terzo della classe andava certamente meglio di me e otteneva questo risultato studiando con applicazione ciò che gli veniva richiesto, tralasciando il resto anche per materiale mancanza di tempo.
Perché lo facevano? Per me sarebbe stata una punizione ben peggiore della noia (peraltro preziosa e inesauribile fonte della curiosità successiva)!
Credo che lo facessero, da bambini prima e giovani adulti poi, per assecondare le aspettative che più o meno implicitamente gli adulti di riferimento mostravano di avere verso di loro, cercando quel tipo di approvazione, sicurezza e rassicurazione.
Arrivato nel mondo del lavoro, e la cosa peggiora di anno in anno, ho avuto modo di rimanere molto disorientato: quelle stesse persone (riconosci facilmente chi è stato un certo tipo di studente) che hanno preso lo studio scolastico come questione di vita o di morte, che mai hanno messo in discussione le decisioni della piccola autorità competente (un esempio per tutti, se il/la preside dice che si sta in DAD tutti a casa, ma se torna l’obbligo di frequenza in classe si torna diligentemente tutti i giorni) arrivati nel mondo del lavoro, dove finalmente il loro impegno viene retribuito (!) e forse richiesto anche a servizio di processi dotati di maggior senso pratico, ecco, a quel punto i primi della classe di una volta diventano ciò che a scuola sono stato io: tutto ha la precedenza sul lavoro, mi impegno solo se mi interessa, trovo ogni scusa per «fottere» il sistema a mio vantaggio, uscendone pure con l’incrollabile certezza che la giustizia sia dalla mia parte.
Non che non apprezzi lo spirito...sarei un ipocrita. Il fatto è che da tutti potevo aspettarmi una cosa del genere fuorché da loro!
Una risposta certa sul perché le cose vadano così non l’avrò forse mai, credo però di avere una buona teoria: in realtà stanno continuando a fare esattamente ciò che hanno sempre fatto, ottenere l’approvazione della propria rete sociale.
E’ quindi una questione culturale: è giusto sottomettersi alle autorità istituzionali, accettarne i criteri e le regole, comprovandolo con i propri punteggi nei criteri di valutazione imposti dall’autorità superiore, centralizzata, burocratica e socialmente riconosciuta.
Allo stesso tempo, nei rapporti privati, l’unica dinamica ammessa è quella della sopraffazione: improvvisamente decadono tutte le inclinazioni a rispettare un codice condiviso e anzi, il codice condiviso diventa averla vinta nell’ambito di una competizione. La cooperazione non è ammessa, anzi è da perdenti, da falliti.
Avendo la lucidità di astrarsi un minimo dal senso comune, appare evidente come alla fine questo modo «furbo» di stare al mondo, soprattutto nei rapporti economici, finisca per essere perdente.
L’Italia ha costruito la sua grandezza sulla piccola impresa, a dimensione familiare. Oggi «fa figo» lavorare in grandi aziende (o piccole che si atteggiano come tali) dove semplicemente è possibile una cosa: illudersi di fottere il sistema (il datore di lavoro) mentre in realtà non si fa altro che entrare a far parte di un meccanismo perverso che a sua volta fotte il sistema grazie ai meccanismi dell’economia di scala.
Alla fine dei conti, e i tempi sono forse sempre più vicini, queste organizzazioni, non opportunamente regolate perché ormai da tempo pilotano i regolatori con gli stessi meccanismi per cui «fa figo» lavorarci dentro, faranno volentieri a meno anche dei loro affezionati e illusi lavoratori.
La cosa più assurda è che le stesse organizzazioni finiranno per tagliare il ramo su cui sono sedute perché, alla lunga, tolto il lavoro perdi anche consumatori a cui abbia senso vendere (come la vedete una società composta al 99% di sussidiati? Io come una in cui l’1% considera il resto dell’umanità parassiti).
Per decenni non abbiamo fatto altro che disincentivarci, con continui e potenti rinforzi reciproci, a costruire comunità sane. I primi perdenti siamo noi, tutti, già oggi.
È forse giunto il momento, ciascuno nel suo piccolo, di invertire la rotta. Prima che sia troppo tardi, ammesso che non lo sia già.