Ecco perché l’S&P500 in realtà non è sopravalutato

Redazione Finance

5 Luglio 2024 - 16:32

La valutazione dell’S&P 500 è troppo alta? In realtà, potrebbe essere coerente con il cambiamento strutturale dell’economia e del mercato degli ultimi anni. Ecco perché.

Ecco perché l’S&P500 in realtà non è sopravalutato

Il P/E medio dell’indice S&P 500 è 15, ed è tutt’oggi considerato da molti un parametro «normale» per valutare se le azioni americane sono mediamente a sconto o a premio.

Tuttavia, questo parametro potrebbe non tenere conto dei possibili cambiamenti strutturali e delle dinamiche di mercato che hanno trasformato il panorama finanziario negli ultimi decenni. Qual è un P/E corretto da utilizzare per orientarsi nel 2024 sul mercato azionario statunitense? E per quale motivo questo parametro potrebbe essere aumentato?

Troppa concentrazione della capitalizzazione su poche aziende tech

Nel 2023, le prime 10 partecipazioni dell’S&P 500 rappresentano circa il 32,5% dell’intero indice, una cifra significativamente più alta rispetto al 17,8% del 2015 e persino al 27% durante il picco della bolla delle dotcom nel 2000.

Le aziende tech hanno sempre avuto dei P/E più elevati rispetto al resto del mercato in quanto «growth companies», ovvero aziende con tassi di crescita superiori alla media e potenziale di espansione significativo. Questo elevato potenziale di crescita giustifica multipli P/E più alti rispetto a settori più maturi e meno dinamici. Di conseguenza, la prevalenza di queste aziende nell’S&P 500 ha naturalmente alzato il P/E medio dell’indice, riflettendo un «fair value» più alto nel contesto attuale.

Troppa liquidità in circolazione

Un altro fattore che giustifica una revisione al rialzo dei corretti P/E delle società globali è la crescita del debito pubblico degli Stati Uniti, che ha superato di gran lunga la crescita del PIL. Per evitare una crisi del credito e una spirale deflazionistica, la Federal Reserve ha adottato politiche di monetizzazione del debito pubblico, liberando capitale. Questo approccio, noto come quantitative easing, è stato imitato da altre principali banche centrali, causando un aumento esponenziale della liquidità globale a lungo termine.

Questa abbondanza di liquidità ha sostenuto i mercati azionari, mantenendo i tassi di interesse bassi e incentivando gli investimenti in asset con rendimenti più elevati, come le azioni. Tale contesto ha contribuito a mantenere elevati i multipli P/E, senza che ciò indichi necessariamente una sopravvalutazione eccessiva.

Come potrebbe evolversi il P/E medio dell’S&P500?

Nel marzo del 2017, l’S&P 500 si aggirava intorno ai 2.300 punti, con un P/E misto di circa 19,9. Attualmente, l’indice è cresciuto ulteriormente, riflettendo la robusta performance delle principali aziende tecnologiche e la politica monetaria espansiva, arrivando a 28,77. È lecito chiedersi fino a quando potrà proseguire questa crescita.

Secondo le previsioni basate sugli attuali cicli economici, le banche centrali cercheranno di ridurre i loro bilanci e di raffreddare l’inflazione ritirando liquidità dal sistema intorno al 2026. In questo scenario, è probabile che i mercati azionari subiranno una correzione, seguendo il pattern quadriennale osservato dal Global Financial Crisis (GFC) del 2008.

S&P500, 1W S&P500, 1W Grafico a candele settimanali dell'indice S&P500. Fonte: baha.com

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