Ecco le azioni che battono il FTSE MIB. Quanto potrebbero salire ancora?

Gerardo Marciano

16 Gennaio 2026 - 11:24

I 20 titoli che hanno battuto il FTSE MIB: performance a 12 mesi, multipli (P/E, P/B, EV/EBITDA) e potenziale residuo stimato dai target price.

Ecco le azioni che battono il FTSE MIB. Quanto potrebbero salire ancora?

Ci sono fasi di mercato in cui il “listino” sembra muoversi come un blocco unico: indici che salgono o scendono, e la sensazione che tutto sia guidato dalla stessa corrente. Poi, quasi senza preavviso, emergono titoli che si staccano nettamente dal gruppo e iniziano a correre con una traiettoria propria.

È in quei momenti che il rendimento a 12 mesi smette di essere soltanto un numero e diventa una domanda: quel rialzo racconta un cambiamento strutturale, o è soprattutto il risultato di un repricing rapido del mercato?

Per rispondere serve un passaggio ulteriore rispetto alla classifica delle performance: mettere in relazione la forza relativa con i multipli, con l’eventuale “spazio residuo” implicito nei target price e con il profilo di volatilità di breve periodo, per capire se siamo davanti a storie diverse che per caso hanno avuto lo stesso esito (battere il FTSE MIB), oppure a un unico grande tema di mercato.

Selezione e metodo: cosa significa “battuto il FTSE MIB”

Il perimetro è chiaro: per “battere il FTSE MIB” in questa analisi si intende ottenere una performance a 12 mesi (Perf % 1Y) superiore a quella registrata dall’indice nello stesso periodo. Nelle fonti utilizzate, la performance a un anno del FTSE MIB è pari a +30,33%: per questo motivo sono stati inclusi solo i titoli con Perf % 1Y maggiore di +30,33%.

All’interno di questo perimetro rientrano 20 titoli, guidati da Fincantieri (+153,87%), Leonardo (+112,92%), Banca Popolare di Sondrio (+111,17%), Telecom Italia (+107,04%), Iveco Group (+100,21%) e Italgas (+96,53%). Seguono BPER (+92,14%), UniCredit (+78,94%), Unipol Assicurazioni (+66,97%), Banca Mediolanum (+63,01%), Banco BPM (+61,96%), Lottomatica (+61,34%), Poste Italiane (+58,29%), Intesa Sanpaolo (+49,75%), Azimut (+47,72%), Buzzi (+39,86%), Snam (+33,64%), Enel (+31,94%), Banca Monte dei Paschi di Siena (+31,85%) e Prysmian (+31,52%).

Questo dato “fotografa” chi ha corso di più. La valutazione, però, richiede di domandarsi: quanto di questa corsa è già “prezzato” nei multipli e quanto, secondo le stime di target price, resta ancora potenzialmente sul tavolo?

Tre blocchi di lettura: momentum, valutazione, spazio residuo

Per dare ordine al quadro, conviene usare tre lenti complementari:
1. Momentum: la performance 1Y e la capacità di mantenere un trend forte.
2. Valutazione: P/E, P/B, EV/EBITDA dove disponibili nelle fonti.
3. Spazio residuo: la distanza dal target price (Perf target di prezzo % 1Y).

Queste tre lenti non portano sempre alla stessa conclusione. È normale: un titolo può essere molto forte ma già caro, oppure avere multipli bassi nonostante il rally, o ancora essere salito molto e tuttavia mostrare un target price superiore (segno che il mercato, per alcuni analisti, non avrebbe ancora “chiuso” la partita).

Il cuore del rally: banche e finanza, tra repricing e multipli ancora compatti

Nel gruppo dei “vincitori” troviamo diversi bancari e finanziari. Qui la narrativa dominante è spesso quella del repricing: utili e distribuzioni più visibili, rischio percepito in calo, e un mercato che accetta multipli più alti rispetto al passato. Tuttavia, alcune valutazioni nelle fonti restano relativamente contenute.

BMPS è un caso emblematico: nelle informazioni riportate risulta una performance di capitalizzazione di mercato molto elevata (+207,47%) ma con P/E pari a 6,96 e P/B a 1,02, quindi vicino al valore contabile, con un potenziale verso target price del +5,71%. È l’esempio tipico di “titolo che ha già corso”, ma che non appare necessariamente prezzato come growth: la valutazione resta ancorata a metriche prudenti, mentre il target non segnala un grande ulteriore strappo, bensì un margine moderato.

BPER mostra P/E 10,69 e un potenziale residuo limitato (+1,89%): qui il messaggio è diverso. La performance è stata molto forte, ma la distanza dal target suggerisce che, secondo la media delle stime considerate, una parte rilevante del rerating potrebbe essere già avvenuta.

Banco BPM combina P/E 8,11 e P/B 1,27: multipli che, pur dopo un anno robusto, rimangono su livelli non “tirati” rispetto ad altre storie del listino. Intesa Sanpaolo, con P/E 11,72 e P/B 1,80, appare invece più “premiata” dal mercato, ma conserva un potenziale verso target del +5,77%, quindi non nullo.

In sintesi, nel blocco bancario-finanziario la valutazione non è uniforme: alcuni nomi comunicano ancora “value con rally alle spalle”, altri somigliano di più a “rally + consolidamento”, con target più vicini ai prezzi.

Difesa e industria: performance eccezionali, ma multipli che chiedono disciplina

Fincantieri e Leonardo sono tra i protagonisti assoluti per performance. Nelle fonti, però, emerge una differenza decisiva: il prezzo della crescita.

Fincantieri, a fronte di un rialzo molto elevato, risulta con P/E 49,05 e P/B 7,11: sono numeri che descrivono una valutazione impegnativa rispetto agli utili e al patrimonio. Il target price, tuttavia, indicherebbe ancora un +8,93% di margine. Questo tipo di profilo tende a essere più sensibile alle sorprese (positive o negative) sui fondamentali: quando i multipli sono alti, il mercato chiede conferme continue.

Leonardo viene riportata con P/E 32,40 ed EV/EBITDA 18,80, e un prezzo sostanzialmente in linea con il target (-0,11%). Qui la “lettura” è più lineare: performance già realizzata e valutazione già riconosciuta, con meno spazio residuo secondo i target medi.

Iveco è interessante per contrasto: nonostante un +100% circa, viene evidenziato un EV/EBITDA molto basso (2,21). In un’analisi classica, un multiplo così ridotto può suggerire sottovalutazione rispetto alla capacità di generare cassa, oppure riflettere rischi specifici che il mercato continua a prezzare. In ogni caso, è un promemoria utile: la performance passata non basta a classificare un titolo come “caro”.

Utilities e servizi: titoli difensivi, ma non sempre “a sconto”

Nel blocco utilities/servizi, l’elemento più rilevante è che l’outperformance può arrivare anche senza euforia valutativa.

Telecom Italia, dopo un anno molto forte, è riportata con P/B 0,94 (sotto 1), quindi ancora sotto il valore contabile, e un potenziale verso target del +8,23%. Questo profilo è tipico di storie in cui il mercato ha iniziato a rivedere al rialzo le aspettative, ma non ha ancora completamente “riabilitato” il titolo in termini patrimoniali.

Enel presenta P/E 14,59 ed EV/EBITDA 19,77, con un potenziale residuo del +2,46%: un segnale di valutazione più “matura” e di upside più contenuto secondo i target.

Poste Italiane, pur con EV/EBITDA molto basso (2,89), risulta già sopra il target medio (-2,29%): quindi il titolo ha fatto il suo percorso e, almeno secondo quell’indicatore, potrebbe aver anticipato le attese.

Snam è un caso didattico sul concetto di target: nelle fonti viene citata una performance a un anno positiva (Perf cap. mercato % 1Y +36,87%) ma con Perf target di prezzo % 1Y pari a -0,78%, cioè prezzo corrente leggermente superiore alla media dei target. Questo non “boccia” il titolo: semplicemente indica che, con quelle stime, lo spazio immediato appare limitato.

Il “potenziale residuo”: dove i target sono più ottimisti (e perché non è una certezza)

Se si guarda alla metrica “Perf target di prezzo % 1Y”, tre nomi emergono in modo chiaro nelle informazioni riportate:
• Lottomatica: +37,14% (il più alto), con P/E 37,39. Qui la storia è “upside elevato ma multiplo alto”: il mercato può continuare a premiare, ma la valutazione implica aspettative.
• Buzzi: +8,40% con P/E 10,13. Profilo più equilibrato: multiplo moderato e margine residuo non trascurabile.
• Fincantieri: +8,93% ma con multipli molto elevati (P/E 49,05; P/B 7,11), quindi upside presente ma più “condizionato” alla tenuta dei fondamentali.

È importante ricordare cosa rappresenta un target: non è un impegno né una garanzia, ma una sintesi di stime che possono cambiare rapidamente al variare di scenario, risultati e sentiment.

Volatilità di breve: un dettaglio che aiuta a leggere il rischio operativo

Le fonti riportano anche volatilità di breve periodo (1W e 1M) che, pur non sostituendo una misura di rischio completa, aiutano a capire quanto “nervosi” possano essere i prezzi nel quotidiano. Nel gruppo compaiono profili più reattivi (ad esempio Fincantieri e Buzzi con volatilità settimanale sopra il 4% nelle rilevazioni mostrate) e profili più composti (come Intesa, Poste, Enel). Questo elemento è utile non per decidere “se” un titolo sia buono o cattivo, ma per impostare aspettative realistiche su oscillazioni e timing.

Conclusione: indicazioni operative, in modo semplice e prudente

Se l’obiettivo è orientarsi tra i titoli che hanno battuto il FTSE MIB, la prima regola pratica è non trattarli come un unico blocco. Dentro la stessa categoria di outperformance convivono storie “value che hanno recuperato” (alcuni bancari con P/E ancora contenuti), storie “già prezzate” (target molto vicini o leggermente sotto i prezzi), e storie “ad alto multiplo” dove la continuità dei risultati conta più di tutto.

Una seconda regola è usare i target price come bussola, non come destinazione. Un upside elevato (come nel caso di Lottomatica) segnala ottimismo nelle stime, ma va letto insieme ai multipli; un upside ridotto o negativo (come per Snam o Poste, nelle metriche riportate) non implica automaticamente un giudizio negativo, ma suggerisce che la fase di rivalutazione potrebbe essere già avanzata.

Infine, dal punto di vista operativo, ha senso ragionare per “paniere” e per disciplina: confrontare multipli e spazio residuo, verificare la coerenza con la propria tolleranza alla volatilità, evitare di inseguire i movimenti solo perché sono stati i migliori a 12 mesi, e monitorare periodicamente se i dati di valutazione e le stime (quando disponibili) continuano a giustificare il prezzo corrente. È un approccio che non promette certezze, ma riduce il rischio di trasformare una buona classifica di performance in una cattiva decisione di metodo.

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