Ecco come l’inflazione condiziona la spesa delle famiglie

Alberto De Pasquale

16/05/2025

Secondo uno studio della Banca d’Italia, anche ricevendo informazioni sull’andamento dei prezzi gli italiani non sempre riescono a trarne vantaggio.

Ecco come l’inflazione condiziona la spesa delle famiglie

Di inflazione si parla in continuazione, ma il flusso di dati e numeri non si traduce sempre in scelte consapevoli da parte delle famiglie italiane.

Molte faticano infatti a decifrare l’altalena dei prezzi, inseguendo scenari intanto già superati. Essere a conoscenza dell’entità dei rincari influenza concretamente gli italiani? E in che misura?

Come le famiglie rispondono all’inflazione?

A queste domande ha cercato di rispondere un’analisi della Banca d’Italia, che ha studiato la spesa delle famiglie tra il 2022 e il 2024, un biennio segnato prima da un’impennata inflazionistica e poi da una stabilizzazione. L’obiettivo era osservare i comportamenti di un campione di famiglie consapevoli dei recenti dati sull’inflazione e di un altro campione che li ignorava.

Riducendo l’analisi all’essenziale emerge che le famiglie italiane, quando vengono informate di un forte rialzo dell’inflazione, tendono a prevedere una futura crescita dei prezzi più elevata rispetto a chi non riceve tali notizie. Tuttavia, se a parità di alti livelli di inflazione si diffonde la percezione che il picco è passato, le famiglie informate si aspettano per i mesi successivi una disinflazione ancora più marcata, nonostante i prezzi siano in quel momento in realtà ancora elevati. Le famiglie, dunque, reagiscono generalmente con maggiore intensità alle notizie di una riduzione dell’inflazione rispetto a quelle di un aumento della stessa.

L’indagine si è basata su quattro momenti distinti. Il primo, dell’estate 2022, caratterizzato da alta inflazione; il secondo, del marzo 2023, in un contesto di disinflazione dopo il picco di fine 2022 e poi il terzo e il quarto, rispettivamente a marzo e agosto 2024, con inflazione bassa e stabile.

Come cambia il comportamento delle famiglie?

Nel giugno 2022, le famiglie informate dell’inflazione al 6,3% su base annua (rilevata ad aprile), percependo il dato come una cattiva notizia hanno aumentato le aspettative di inflazione di 0,6 punti percentuali rispetto a quelle non informate. Tra chi ha ricevuto l’informazione è quindi aumentata la probabilità di ridurre i consumi, specialmente per cibo e utenze, con un effetto più pronunciato tra le famiglie economicamente più fragili. Nel marzo 2023, invece, nonostante l’informazione dell’inflazione ancora al 6,3%, quindi allo stesso livello della prima osservazione, le famiglie a conoscenza del dato hanno rivisto al ribasso le aspettative di inflazione di circa due punti percentuali, perché confidavano nel fatto che il picco era ormai alle spalle.

A marzo 2024, invece, con un’inflazione allo 0,9% (dato di gennaio), e ad agosto 2024, con un’inflazione all’1,6% (dato di luglio), le famiglie informate, interpretando i valori bassi come un segnale positivo, hanno ridotto ulteriormente le aspettative di inflazione, di tre e quattro punti percentuali, mostrando maggiore fiducia e diminuendo la probabilità di tagliare i consumi.

Lo studio spiega questi comportamenti con una logica “supply-side”: le famiglie associano un’inflazione alta a un’economia in difficoltà, come quella segnata dagli shock energetici tra 2021 e 2022, e un’inflazione bassa a condizioni favorevoli.
Ma le aspettative non dipendono solo dal livello corrente e sono fortemente influenzate dalla traiettoria percepita dei prezzi: quando le famiglie colgono segnali di disinflazione, anche a livelli inflazionistici di fatto invariati (come nel caso del dato che era fisso al 6,3%), “anticipano” un miglioramento, rivedendo al ribasso le aspettative. Tuttavia, questo porta a non sfruttare pienamente i dati disponibili e a modificare i propri comportamenti con un tempismo spesso non ottimale.