È crollo delle stime degli analisti sugli utili. Non si vedeva dai tempi del COVID-19

Tommaso Scarpellini

15 Aprile 2025 - 16:14

Le revisioni sugli utili dell’S&P 500 toccano livelli simili al crollo del 2020, nonostante dati trimestrali solidi. Crescono i timori su dazi e debito in un contesto di alti tassi d’interesse.

È crollo delle stime degli analisti sugli utili. Non si vedeva dai tempi del COVID-19

Il peggio è davvero alle spalle? A guardare l’andamento recente dell’S&P 500 verrebbe da dire di sì. I prezzi delle azioni sono in netta ripresa, alcuni settori volano, e persino i risultati societari del primo trimestre 2025 stanno sorprendendo in positivo.

Eppure, sotto la superficie di questa ripartenza, qualcosa non torna.

Gli analisti stanno tagliando le stime sugli utili futuri con una violenza che non si vedeva dai tempi del COVID-19. La quota di aziende dell’S&P 500 con revisioni al ribasso degli utili a 12 mesi ha toccato livelli inferiori persino a quelli del 2022, quando lo spettro della recessione era ben presente a causa dei tassi in forte salita, e si avvicina pericolosamente ai minimi del 2020, quando l’economia mondiale era praticamente chiusa.

È questa la classica dinamica del “rimbalzo del gatto morto”? Un recupero temporaneo che precede un nuovo crollo? Oppure si tratta semplicemente di un eccesso di prudenza da parte degli analisti e del management delle aziende? Comprendere questo paradosso, azioni che salgono mentre le aspettative sugli utili crollano, è fondamentale per orientarsi in questa fase di mercato.

Il paradosso delle guidance ribassiste in mezzo a dati positivi

Gli EPS (Earnings per Share) pubblicati fino a questo momento per il primo trimestre 2025 sono molto solidi. Alcune aziende dell’S&P 500 stanno mostrando una crescita degli utili a doppia cifra, spesso superiore alle attese già ottimistiche. E allora perché tutte queste revisioni al ribasso?

Due sono le spiegazioni più frequenti nelle conference call e nelle guidance delle aziende:

1. L’incognita dei dazi e della politica commerciale

La prima riguarda l’incertezza geopolitica, in particolare legata ai dazi. Le recenti mosse di Donald Trump, e la sua apparente politica commerciale più aggressiva, hanno gettato ombre pesanti sulle esportazioni, le filiere globali e i margini futuri. In un simile contesto, è naturale che le aziende si mantengano conservative nelle guidance: meglio promettere poco e sorprendere in positivo.

Il punto chiave è proprio questo: molte di queste revisioni ribassiste potrebbero essere il frutto di una prudenza “strategica” e non necessariamente di un reale deterioramento del business. Se l’inasprimento commerciale non si concretizzasse, potremmo assistere a una nuova ondata di utili superiori alle attese, con un impatto fortemente bullish per l’intero mercato.

2. Il peso crescente del debito in un contesto di tassi elevati

Il secondo elemento, ben più strutturale, riguarda il debito aziendale. Molte società dell’S&P 500 avevano emesso obbligazioni a tassi bassi nel periodo post-COVID. Ma tra il 2025 e il 2026, una fetta significativa di quel debito andrà rifinanziata, e lo scenario attuale, con i rendimenti dei Treasury ancora alti e la Fed che resiste ai tagli, rende questo rifinanziamento decisamente più oneroso.

Le grandi aziende sono quindi costrette a fare i conti con un peggioramento prospettico della leva finanziaria, che impatta direttamente sulla redditività futura. In parallelo, le small cap, già da tempo colpite da costi di finanziamento più alti, data la maggiore esposizione a tassi variabili, stanno accumulando un ritardo strutturale rispetto alle big cap, con uno spread di performance sempre più marcato. La Borsa, insomma, sconta due pesi e due misure, e tutto ruota attorno al nodo dei tassi.

Rimbalzo o nuova fase rialzista?

Ci troviamo dunque in un contesto molto particolare. Da un lato, i fondamentali attuali sono solidi: gli utili crescono e il mercato tiene. Dall’altro, le guidance aziendali e le revisioni degli analisti raccontano una storia diversa, più prudente, forse persino cupa.

Chi ha ragione? La risposta, come spesso accade nei mercati, dipenderà da fattori esogeni: politica commerciale, Fed, inflazione e, soprattutto, fiducia. Ma una cosa è certa: le peggiori revisioni dagli anni del COVID non possono essere ignorate. Che siano un falso allarme o il preludio a un nuovo crollo, rappresentano un campanello d’allarme che ogni investitore dovrebbe tenere d’occhio.