È crisi per Natuzzi (Divani&Divani). Perdite per €3 milioni al mese e quasi 1.000 posti a rischio

P. F.

23 Marzo 2026 - 18:02

Natuzzi perde €3 milioni al mese e prepara un piano industriale che ridurrebbe gli organici da 1.850 a 917 dipendenti entro il 2028. Trattativa aperta al Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

È crisi per Natuzzi (Divani&Divani). Perdite per €3 milioni al mese e quasi 1.000 posti a rischio

Natuzzi, storica azienda pugliese di divani, si trova a fronteggiare la fase decisiva di una crisi strutturale che si trascina da oltre vent’anni. Al ministero delle Imprese e del Made in Italy è aperta una trattativa difficile: da un lato i vertici della società, che hanno illustrato i conti in rosso e un piano industriale che ridimensionerebbe drasticamente la forza lavoro, dall’altro i sindacati e le istituzioni locali, che chiedono garanzie sull’occupazione. Nessun accordo è stato ancora trovato.

Secondo il management di Natuzzi, i dati finanziari reali indicano che, senza interventi correttivi, il gruppo perde 3 milioni di euro al mese. Il quadro è ulteriormente aggravato dall’instabilità dei mercati internazionali, dalle tensioni geopolitiche in corso, dall’impennata dei costi di trasporto e delle materie prime e, non per ultimo, dall’allerta lanciata a gennaio dalla SEC, l’autorità americana che vigila su Wall Street, dove Natuzzi è quotata.

Sia la capitalizzazione media di mercato negli ultimi trenta giorni di negoziazione sia il patrimonio netto al 30 settembre 2025 risultavano inferiori ai 50 milioni di dollari, e ora l’azienda ha diciotto mesi per riacquistare la conformità agli standard di quotazione, presentando alla borsa di New York un piano credibile. Il patrimonio netto del gruppo si è nel frattempo contratto in modo significativo: da 480 milioni di dollari di quindici anni fa agli attuali 40. Anche il fatturato, negli ultimi quattro anni, è sceso da 468 a 300 milioni di dollari. Un terzo arriva dal mercato statunitense, dove i dazi del governo Trump aggravano ulteriormente le prospettive.

Natuzzi in bilico: il piano industriale 2026-2028

Il piano industriale 2026-2028, mai formalizzato ufficialmente ma già presentato alle parti sociali, prevede una riduzione degli organici da 1.850 a 917 dipendenti entro il 2028, con una perdita netta di oltre novecento posti di lavoro. Lo strumento principale per raggiungere questo obiettivo sarebbero gli esodi incentivati: circa 418 lavoratori considerati prossimi alla pensione verrebbero accompagnati all’uscita, con un costo stimato tra i 17 e i 20 milioni di euro.

Una parte degli esuberi sarebbe invece assorbita attraverso la vendita di tre stabilimenti. Come ha illustrato Marco Natuzzi, project manager del piano, è prevista la cessione dell’impianto di Ginosa a una società chimica, che assumerebbe una quarantina di lavoratori, dello stabilimento di Matera-La Martella, con l’obiettivo di costituire un polo logistico con cinquanta addetti, e dello stabilimento di Jesce 2. Le operazioni di dismissione contribuirebbero a risanare i conti e a fornire alla SEC le rassicurazioni necessarie dopo l’avviso di gennaio.

Gli investimenti previsti e lo stallo negoziale

Il gruppo ha delineato un programma di investimenti per il triennio, pari a quasi 53 milioni di euro complessivi. Le risorse sarebbero destinate al sostegno di distributori e negozi di proprietà attraverso attività di marketing (19,5 milioni), alla partecipazione a fiere e congressi (7,2 milioni), alla ricerca e sviluppo (13,2 milioni), alla formazione del personale (7,5 milioni), alla digitalizzazione (3 milioni) e all’apertura di nuovi punti vendita (2,2 milioni).

Sul fronte sindacale, la principale richiesta resta il rientro in Italia di una quota delle produzioni attualmente affidate agli stabilimenti esteri, in Romania e in Asia, così da ridurre il numero degli esuberi. Il confronto è ancora lontano da una soluzione. Come ha dichiarato Eugenio Di Sciascio, assessore allo Sviluppo Economico della Regione Puglia, non si è ancora raggiunto un equilibrio tra il piano industriale e le organizzazioni sindacali. Il tavolo resta aperto.

Una crisi strutturale lunga vent’anni

La situazione attuale è il risultato di una crisi che affonda le radici alle porte degli anni Duemila. Nel tempo, Natuzzi ha spostato all’estero quote crescenti di produzione, riposizionandosi verso una fascia di mercato medio-bassa. La scelta ha compresso i costi nell’immediato ma ha ridotto i margini nel lungo periodo, rendendo meno redditizi i prodotti venduti.

Gli stabilimenti italiani, rimasti dedicati alla fascia alta della marchio, si sono ritrovati sottoutilizzati e, per contenere le ricadute sull’occupazione, l’azienda ha fatto ricorso alla cassa integrazione in modo continuativo per oltre vent’anni, e in maniera sistematica negli ultimi cinque, con i lavoratori degli stabilimenti produttivi mediamente impiegati al quaranta per cento dell’orario. Anche i fondi pubblici non hanno cambiato la traiettoria. Nel 2022, attraverso un contratto di sviluppo con Invitalia, erano stati stanziati 36 milioni di euro, di cui 10 a fondo perduto, per ammodernare gli impianti e orientare la produzione verso segmenti più redditizi. Ma l’intervento non ha prodotto gli effetti sperati.

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