Chi è l’inventore del Bitcoin, noto al mondo come Satoshi Nakamoto? Questa domanda è tornata ancora una volta ad essere un tormentone tra gli appassionati di crypto.
Questa volta è tutto merito di un documentario della HBO, andato in onda la scorsa settimana. Cullen Hoback, l’autore di “Money Electric: The Bitcoin Mystery”, ha indagato per mesi con l’obiettivo di svelare il mistero dietro a Satoshi Nakamoto, pseudonimo dietro il quale si nasconderebbe la “mente” dietro il Bitcoin.
E dopo circa novanta minuti, il regista giunge ad una conclusione implacabile.
Satoshi Nakamoto sarebbe un certo Peter Todd, sviluppatore canadese. Il quale rifiuta categoricamente tale ipotesi.
Svelato chi è davvero Satoshi Nakamoto
La prima volta che questo pseudonimo giapponese è apparso online risale al 2008, quando venne usato per pubblicare un white paper in cui veniva descritto il funzionamento di Bitcoin. In qualità di fondatore del forum “bitcointalk”, sul suo profilo afferma di essere nato il 5 aprile 1975.
Quando ha sviluppato la tecnologia del BTC, Satoshi è entrato in contatto con un crittografo britannico, Adam Back, e con l’ingegnere informatico Wei Dai. Ha poi inviato il codice sorgente che spiegava come funziona Bitcoin a diverse persone e ha condiviso l’approccio all’implementazione del suo software nel 2009.
Lo stesso anno lancia ufficialmente la prima criptovaluta al mondo e non esita a rispondere alle critiche sul suo forum. L’ultimo messaggio di Satoshi Nakamoto risale al 26 aprile 2010.
Da allora, le speculazioni si sono moltiplicate, con gli utenti alla ricerca di indizi per scoprire chi fosse il vero Satoshi Nakamoto.
Si è scoperto che l’inventore del Bitcoin solitamente utilizzava il software Tor per accedere al web e comunicare in modo anonimo. Sono state però individuate alcune tracce digitali, come l’utilizzo di un proxy russo o di un indirizzo IP registrato a Van Nuys, un quartiere di Los Angeles, situato in California.
Gli specialisti concordano sul fatto che Satoshi Nakamoto non sarebbe giapponese perché scriveva in un inglese quasi perfetto e usava locuzioni tipicamente britanniche. Ad esempio, ha usato le parole “favour” invece di “favor”, “grey” invece di “gray” o anche l’espressione “bloody hard”, largamente usata in Gran Bretagna. Nel suo white paper, i metadati del documento indicano che i file sono stati creati su un computer calibrato sul fuso orario degli Stati Uniti. Questi sono tutti i - pochi - indizi che avevamo fino a ieri su questa figura emblematica del mondo delle criptovalute.
Dal 2016, un certo Craig Steven Wright, 54 anni, ha iniziato ad affermare pubblicamente di essere Satoshi Nakamoto. Se inizialmente gli appassionati di criptovalute si sono mostrati divertiti dalle dichiarazioni di questo informatico australiano, l’entusiasmo lascia presto il posto alla frustrazione. Tanto che la Crypto Open Patent Alliance, community no-profit di persone e aziende con l’obiettivo di arrivare a una democratizzazione della criptovaluta, ha deciso citare in giudizio Craig Steven Wright davanti ai tribunali britannici. Lo scorso marzo la sentenza del giudice è stata chiara: “Craig Steven Wright non è l’autore del libro bianco. Craig Steven Wright non è Satoshi Nakamoto. Craig Steven Wright non è il creatore di Bitcoin. Craig Steven Wright non è l’autore del software Bitcoin”.
Per arrivare a questo verdetto, il tribunale britannico ha contattato Adam Back che, senza rivelare l’identità di Satoshi Nakamoto, è riuscito a dimostrare che l’informatico australiano sicuramente non lo fosse.
L’identità del creatore di Bitcoin e quella del suo entourage sono protette dalla community legata alle criptovalute. Tanto da far pensare che dietro questo pseudonimo si nasconda un intero gruppo di professionisti, uno dei quali sicuramente è specializzato in crittografica.
Agli albori del Bitcoin, la probabilità di trovare la sua identità era maggiore perché solo 48 computer utilizzavano la tecnologia necessaria al mining. Il suo creatore disponeva almeno del 51% della potenza di calcolo, quindi in quel momento era facilmente identificabile.
L’unica possibilità che abbiamo oggi per smascherarlo definitivamente è attendere un movimento sospetto sul suo portafoglio Bitcoin. In totale ne possiede più di un milione sui 21 milioni totali in circolazione, il che lo colloca al 23° posto tra le persone più ricche del mondo, con un patrimonio di 63 miliardi di euro.
Possibile che non abbia mai attinto dalla sua fortuna?