Dopo Netanyahu, il vuoto? L’incubo che divide Israele

Rob Piccoli

11/05/2026

Netanyahu se ne andrà, ma lo Stato di Israele potrebbe non sopravvivergli. L’eredità controversa di Netanyahu”

Dopo Netanyahu, il vuoto? L’incubo che divide Israele

“Netanyahu se ne andrà, ma lo Stato morirà con lui”.

La frase, pubblicata il 1° maggio su Haaretz dalla columnist Carolina Landsmann, non è soltanto una provocazione giornalistica. È il sintomo di qualcosa di più profondo: la crescente convinzione, all’interno di una parte dell’establishment israeliano, che la crisi dello Stato ebraico non riguardi più soltanto Benjamin Netanyahu come leader politico, ma la trasformazione strutturale del sistema che egli ha contribuito a creare.

Per anni Netanyahu è stato raccontato, soprattutto in Occidente, come un politico divisivo ma pragmatico: l’uomo della sicurezza, della crescita economica, della normalizzazione diplomatica con il mondo arabo attraverso gli Accordi di Abramo. Oggi, però, una parte significativa dell’intellighenzia liberal israeliana sostiene una tesi assai più radicale: il “netanyahismo” avrebbe ormai superato Netanyahu stesso, modificando in profondità la cultura politica israeliana, il rapporto fra potere esecutivo e istituzioni, e perfino l’idea stessa di democrazia liberale nel Paese.

Landsmann scrive che “lo Stato è lui”, riferendosi al premier israeliano. Una formula estrema, ma che fotografa un timore sempre più diffuso: quello di una progressiva personalizzazione dello Stato. Non si tratterebbe più soltanto di una leadership forte, ma della costruzione di un sistema politico fondato sull’emergenza permanente, sulla polarizzazione continua e sull’indebolimento dei tradizionali contrappesi democratici.

Il punto di rottura, per molti osservatori israeliani, è stata la riforma giudiziaria promossa dal governo Netanyahu nel 2023. Le proteste di massa contro il progetto — fra le più grandi nella storia del Paese — non nacquero soltanto da una disputa tecnica sul ruolo della Corte Suprema. Per una parte consistente della società israeliana, quella riforma rappresentava il tentativo di ridefinire l’equilibrio stesso fra maggioranza politica e istituzioni indipendenti.

Da quel momento, il dibattito interno israeliano ha assunto toni sempre più drammatici. Editorialisti di Haaretz, ex giudici, ufficiali riservisti e accademici hanno iniziato a parlare apertamente di “democrazia illiberale”, evocando paralleli con l’Ungheria di Viktor Orbán o la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan.

Aluf Benn, direttore di Haaretz, ha sostenuto recentemente sul Guardian che Netanyahu ha trasformato “il conflitto permanente” in una vera architettura politica. La minaccia iraniana, l’instabilità regionale e l’assenza di una soluzione al conflitto palestinese avrebbero finito per creare una condizione di mobilitazione continua nella quale l’emergenza giustifica tutto: centralizzazione del potere, delegittimazione degli avversari politici e marginalizzazione delle istituzioni di controllo.
È qui che la riflessione di Landsmann diventa particolarmente interessante — e inquietante. La giornalista sostiene infatti che perfino l’opposizione israeliana si muova ormai dentro il paradigma costruito da Netanyahu. Sulla sicurezza, sull’Iran, sul conflitto palestinese e sul ruolo dei partiti arabi, le differenze fra governo e opposizione si sarebbero progressivamente ristrette. Cambiano i toni, ma non l’impianto generale.

La vera domanda, quindi, non sarebbe se Netanyahu cadrà politicamente — eventualità che molti in Israele considerano probabile nel medio termine — ma se il sistema politico e culturale che egli ha consolidato possa sopravvivergli.
Dopo il trauma del 7 ottobre 2023 e la lunga guerra a Gaza, questo interrogativo è diventato ancora più centrale. Una parte crescente del dibattito pubblico israeliano ritiene infatti che il conflitto permanente non sia più soltanto una conseguenza della situazione geopolitica, ma un elemento strutturale del consenso interno. In altre parole: la guerra non più come evento eccezionale, ma come condizione politica permanente.

La columnist Noa Limone ha parlato apertamente di una convergenza fra Netanyahu e i movimenti messianici religiosi attorno all’idea di “guerra perpetua”. Secondo questa interpretazione, il conflitto continuo garantirebbe la sopravvivenza di un sistema politico fondato sulla paura, sull’emergenza e sulla mobilitazione identitaria.

Naturalmente, questa visione non rappresenta l’intera società israeliana. Netanyahu conserva ancora un vasto consenso, soprattutto nei settori più conservatori, religiosi e periferici del Paese. Molti israeliani continuano a considerarlo il leader più affidabile in materia di sicurezza nazionale, soprattutto in una fase storica segnata dalla minaccia iraniana e dall’instabilità regionale.

Ma proprio questa spaccatura interna rende il dibattito così esplosivo. Da una parte vi è chi vede Netanyahu come ultimo baluardo contro il caos mediorientale; dall’altra chi ritiene che il prezzo della sua sopravvivenza politica sia stato il progressivo logoramento delle istituzioni democratiche israeliane.

Negli ultimi mesi, inoltre, sono aumentati i segnali di tensione fra governo e apparati storici dello Stato: magistratura, esercito, intelligence, università e media. Alcuni editoriali di Haaretz hanno denunciato perfino la “politicizzazione del lutto”, accusando il governo e i suoi alleati di distinguere fra cittadini “patriottici” e “traditori” anche nel dramma degli ostaggi e delle vittime del conflitto. È questo il passaggio forse più delicato dell’intera vicenda: la sensazione, condivisa da una parte delle élite israeliane, che la polarizzazione abbia ormai superato la normale dialettica democratica, trasformandosi in una lotta per la definizione stessa della legittimità nazionale.

Per questo il tema non riguarda soltanto Israele. La crisi israeliana si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie occidentali: leader fortemente personalistici, delegittimazione delle istituzioni indipendenti, uso politico dell’emergenza e progressiva erosione dei corpi intermedi.

La differenza, nel caso israeliano, è che tutto ciò avviene in uno Stato nato e cresciuto dentro una condizione di minaccia permanente. Ed è proprio questo elemento a rendere la questione tanto complessa quanto difficile da risolvere.
Forse Carolina Landsmann esagera quando scrive che “lo Stato morirà con Netanyahu”. Ma il fatto stesso che una simile frase venga pubblicata su uno dei più importanti quotidiani israeliani racconta meglio di qualsiasi analisi la profondità della crisi che attraversa oggi Israele.

La vera incognita non è più soltanto il futuro politico di Benjamin Netanyahu.
È capire quale tipo di Stato emergerà dopo di lui.