Dopo la guerra il protezionismo? O viceversa?

Emiliano Brancaccio

27 Febbraio 2023 - 08:00

La narrazione mainstream sostiene che le sanzioni sono una conseguenza dell’aggressione russa all’Ucraina: in realtà, si tratta di misure adottate da tempo.

Dopo la guerra il protezionismo? O viceversa?

La guerra in Ucraina ha dato inizio a una fase di “frammentazione geoeconomica” a livello mondiale? Questa è l’opinione mainstream, avanzata dalla direttrice del FMI Kristalina Georgieva e da vari altri commentatori. Le cose, tuttavia, stanno un po’ diversamente. Consideriamo quei tipici meccanismi protezionistici, utilizzati dagli Stati Uniti e da numerosi alleati occidentali, che oggi vanno sotto il nome di “friend-shoring” o di “sanzioni”. Si tratta di strumenti molto simili, sia dal punto di vista degli intenti che delle modalità di applicazione. Entrambi, infatti, servono in sostanza a consolidare le relazioni economiche con i paesi “amici” e a elevare barriere di separazione, commerciali e finanziarie, nei confronti di paesi considerati “avversari esteri”.
Ebbene, i dati indicano che questi strumenti protezionistici erano già all’opera ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina. La guerra iniziata il 24 febbraio 2022 ha certamente accentuato l’utilizzo di queste misure, ma non le ha affatto inaugurate. Persino gli strumenti giuridici e amministrativi denominati “sanzioni” erano in realtà attivi da anni. Si tratta di una miscela di misure diretta contro un ampio spettro di “avversari esteri”: non solo Russia, ma anche e soprattutto Cina, e vari altri.

Si potrebbe supporre che questo revival protezionista sia solo un episodio, una sorta di strascico ideologico degli anni bizzarri di Donald Trump alla Casa Bianca. In effetti, l’uso giuridico dell’espressione “avversari esteri” nasce proprio con la sua Amministrazione, sotto la quale le tariffe, le restrizioni e le sanzioni verso i paesi non alleati hanno fatto registrare indubbie accelerazioni. Ma sarebbe un errore considerare il protezionismo sanzionatorio come una mera deviazione trumpiana dall’ordine liberista costituito.
I dati indicano che la grande narrazione degli Stati Uniti come alfieri della globalizzazione deregolata è ormai sfumata da tempo, sotto tutte le amministrazioni americane. Nonostante l’elevata polarizzazione della campagna elettorale del 2016, già allora si era palesato un consenso bipartisan sulla necessità di rafforzare la resilienza economica degli USA, abbandonando quando necessario il libero commercio. Fra Trump e Clinton, da questo punto di vista, era una gara a chi sosteneva con più convinzione la necessità di terminare gli affari coi paesi non alleati.

Ma non è solo questione di propaganda elettorale. Terminata la presidenza Trump, anche l’Amministrazione Biden ha aderito pienamente a questo approccio bipartisan al protezionismo. Un anno esatto prima dell’invasione russa in Ucraina, il 24 febbraio 2021, l’Ordine Esecutivo 14017 America’s Supply Chain incaricava il governo di intraprendere una revisione completa dei rapporti commerciali per incentivare la “stretta cooperazione per catene di approvvigionamento resilienti con alleati e partner che condividono i nostri valori, in modo da promuovere la sicurezza economica e nazionale collettiva”. E nei documenti di esame, a cento giorni dalla promulgazione, nel giugno 2021, già appare il termine “friend-shoring”.
Inoltre, a ben vedere, non è stato solo Biden ad avere abbandonato il liberoscambismo. La svolta di politica economica inizia ancor più indietro nel tempo, addirittura durante l’Amministrazione Obama. Il WTO segnala che già allora, dopo la grande recessione iniziata nel 2008, si registrarono le prime impennate nelle misure protezionistiche di marca USA, che si sono poi diffuse in buona parte dell’occidente.

La svolta protezionista americana e occidentale, dunque, non segue l’aggressione russa dell’Ucraina ma la precede. Del resto, per gli americani questo cambiamento ha una chiara spiegazione economica: è il debito statunitense verso l’estero, che ha ormai raggiunto livelli record e che senza meccanismi di protezione potrebbe aumentare ulteriormente. L’Unione Europea presa nel suo complesso, invece, non ha un problema di debito verso l’estero. Eppure, suo malgrado, aderisce già da tempo alla filosofia del “friend shoring”. La frammentazione geoeconomica sembra costituire una necessità oggettiva per gli americani, non necessariamente per gli europei.