Deserto con 60 milioni di pannelli solari: la più grande centrale solare del mondo non sorgerà in Cina

Alessandro Nuzzo

30 Maggio 2026 - 14:30

L’India sta costruendo qualcosa che non ha precedenti nella storia dell’energia rinnovabile: un campo solare enorme visibile anche dallo spazio.

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Nel cuore di un deserto salino ai confini con il Pakistan, l’India sta costruendo qualcosa che non ha precedenti nella storia delle energie rinnovabili. Si tratta di un gigantesco impianto solare, talmente vasto da essere visibile dallo spazio e così ambizioso da ridefinire il confronto globale sulla transizione energetica. Parliamo del parco energetico di Khavda, situato nello Stato del Gujarat, che sorge su un’immensa distesa di saline e si estende per circa 72.600 ettari. Per avere un termine di paragone, occupa una superficie quasi cinque volte superiore a quella di Parigi ed è paragonabile all’intero territorio di Singapore.

Entro il 2029 il sito ospiterà circa 60 milioni di pannelli solari e 700 turbine eoliche, raggiungendo una capacità produttiva complessiva di 30 gigawatt. Si tratta di una potenza equivalente a quella generata da circa 30 centrali nucleari tradizionali e sufficiente, da sola, a coprire l’intero fabbisogno elettrico di un Paese come l’Austria. Il progetto è di tipo ibrido: 20 gigawatt saranno prodotti dall’energia solare e 10 gigawatt dall’energia eolica. Questa combinazione consentirà di garantire una produzione più costante, sfruttando il sole durante il giorno e il vento nelle ore notturne o nelle giornate particolarmente nuvolose.

Una volta completato, il mega impianto sarà in grado di alimentare circa 18 milioni di abitazioni e di coprire il 10% della futura domanda di elettricità dell’India. Il costo complessivo del progetto è stimato in circa 18 miliardi di dollari. A guidarne la realizzazione è Adani Green Energy, che gestirà 20 gigawatt della capacità totale, mentre il resto sarà affidato a NTPC e alla Gujarat State Electricity Corporation. Tra i partner internazionali figura anche TotalEnergies, coinvolta con una quota di 1.575 megawatt.

Non mancano le sfide per la costruzione

Naturalmente non mancano le sfide. Costruire e gestire un impianto di queste dimensioni nel mezzo di un deserto salino significa affrontare condizioni ambientali estreme: aria umida e salmastra, temperature elevate, forti venti e assenza di insediamenti umani nel raggio di decine di chilometri. Per contrastare l’accumulo di polvere sui pannelli, inevitabile in un ambiente così arido, l’azienda sta valutando l’impiego di robot in grado di pulire le superfici durante la notte utilizzando aria secca, senza consumare acqua dolce, una risorsa particolarmente preziosa nella regione.

Un’altra innovazione riguarda i pannelli installati nell’impianto. Si tratta infatti di moduli bifacciali, capaci di catturare la luce solare sia dalla parte frontale sia da quella posteriore. Questa tecnologia sfrutta il riflesso del sole sulle saline bianche circostanti, aumentando sensibilmente l’efficienza energetica. In aree caratterizzate da un’elevata riflettività del terreno, i pannelli bifacciali possono incrementare la produzione fino al 30% rispetto ai modelli tradizionali.

L’India sta portando avanti il progetto di transizione energetica

L’India, storicamente molto dipendente dal carbone per la produzione di energia elettrica, sta cercando di accelerare la propria trasformazione energetica. Ancora oggi circa il 70% dell’elettricità del Paese viene generata attraverso combustibili fossili, ma negli ultimi anni il governo ha investito massicciamente nelle fonti rinnovabili. Se fino a pochi anni fa il ruolo dell’India nel settore solare era marginale, oggi la capacità installata cresce a ritmi sostenuti, con incrementi vicini al 40% annuo. A marzo scorso il Paese ha superato i 150 gigawatt di capacità solare installata e le previsioni indicano un possibile raddoppio entro il 2030.

Il significato del progetto Khavda va ben oltre i numeri. L’India è il terzo maggiore emettitore di CO₂ al mondo e ospita alcune delle città con i livelli di inquinamento atmosferico più elevati del pianeta. La scommessa sull’energia solare non rappresenta soltanto una scelta ambientale, ma anche una strategia economica e sanitaria. I cambiamenti sono già visibili nella vita quotidiana: la rete ferroviaria è stata quasi completamente elettrificata nell’ultimo decennio e i risciò elettrici rappresentano oggi circa il 60% delle nuove immatricolazioni, contribuendo a ridurre sia i costi del carburante sia l’inquinamento urbano.

Se Khavda riuscirà a raggiungere gli obiettivi fissati entro il 2029, dimostrerà che una grande economia emergente può sostenere la propria crescita industriale senza replicare il modello fortemente dipendente dal carbone seguito in passato da molte altre nazioni sviluppate.

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