“Gli Stati Uniti non andranno mai in default.” È con questa frase netta che il nuovo Segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha cercato il 1° giugno di spegnere un incendio già divampato: tassi dei Treasury in rialzo, downgrade da parte di Moody’s e nervosismo crescente sui mercati.
Ma in economia, come in politica, le negazioni assolute sono spesso un segnale più d’allarme che di sicurezza. E quando il governo della più grande economia del mondo sente il bisogno di ribadire la propria affidabilità creditizia, gli investitori più esperti cominciano a preoccuparsi.
La retorica ufficiale vuole che gli Stati Uniti abbiano sempre onorato i propri impegni. Janet Yellen, predecessora di Bessent, dichiarò nel 2023 che un default avrebbe rappresentato “una catastrofe economica e finanziaria” senza precedenti. Ma la realtà storica racconta un’altra storia, fatta di episodi in cui Washington non ha mantenuto esattamente la parola data.
Nel 1814, in piena guerra con la Gran Bretagna, il Tesoro americano fu costretto a sospendere il pagamento degli interessi sui titoli emessi. Il Segretario Alexander J. Dallas ammise candidamente: “Il dividendo sul debito non è stato pagato puntualmente.” Molti Treasury notes furono semplicemente “disonorati”.
Un altro caso emblematico è quello del 1862, durante la Guerra Civile. L’amministrazione Lincoln, a corto di fondi, stampò greenbacks: moneta cartacea non coperta da oro, in violazione del sistema monetario allora in vigore. La valuta si svalutò pesantemente ogni volta che l’Unione subiva sconfitte militari.
Poi arrivò il 1933. Fino ad allora, i bond federali includevano una gold clause, che garantiva ai detentori il diritto a essere rimborsati in oro. Ma in piena crisi economica, il Congresso ne decretò l’abolizione, con l’avallo della Corte Suprema. Di fatto, fu un default contrattuale mascherato da “salvataggio nazionale”.
Il mito dell’infallibilità americana si è alimentato anche grazie alla Modern Monetary Theory (MMT), secondo cui un Paese che emette debito nella propria valuta può sempre “stampare” denaro per ripagarlo, evitando il default. Ma questa visione ignora sia le conseguenze inflazionistiche, sia i limiti pratici e politici.
E poi, il fatto che non esista un vero e proprio codice fallimentare per gli Stati sovrani non significa che i default non accadano. Lo hanno dimostrato paesi come l’Argentina, la Grecia, e anche la Russia, che nel 1998 fece default su titoli denominati in rubli.
La verità è che nessuno Stato è immune. L’affidabilità percepita dipende da fiducia, credibilità e capacità di onorare le promesse. Quando questi fattori vacillano, anche un debito formalmente “sostenibile” può diventare un pericolo sistemico.
Oggi, con un rapporto debito/PIL superiore al 120%, gli Stati Uniti si trovano su un crinale pericoloso. I costi per interessi stanno erodendo una fetta sempre maggiore del bilancio federale, e il disavanzo primario continua a crescere. Il piano fiscale dell’amministrazione Trump-Biden (tra tagli fiscali e nuove spese) ha acuito il disallineamento tra entrate e uscite.
Nel frattempo, i mercati stanno lanciando segnali chiari. Tra aprile e maggio, il rendimento dei Treasury a 30 anni è balzato dal 4,43% al 5,09%. Tradotto in termini di performance, significa un -9,39% per chi li deteneva. Al contrario, i Treasury a 90 giorni hanno registrato un rendimento positivo dello 0,50%, confermando il flight to safety verso le scadenze più brevi.
Il default USA resta improbabile nel breve termine, ma non più impensabile nel lungo. Continuare a derubricarlo come un’ipotesi da romanzo distopico significa ignorare segnali, precedenti storici e l’evidente deterioramento dei fondamentali fiscali americani.
La storia ci insegna che i governi dichiarano sempre che “non succederà”, fino al momento esatto in cui succede. E quando quel momento arriva, è troppo tardi per correre ai ripari.