L’America ha dunque evitato il default, che avrebbe avuto conseguenze deleterie: dal più che probabile abbassamento del rating del credito USA ad una accelerazione della caduta nella recessione dell’economia americana, con riflessi internazionali. Queste due evenienze avrebbero provocato effetti negativi per i risparmi delle famiglie e per l’andamento economico generale del paese, che vive un momento delicato e incerto: Wall Street tiene, ma l’indice Dow Jones Industrial Average è attorno ai 33mila punti, ancora lontano dal massimo dei 36.952 punti toccati il 5 gennaio del 2022; e il prodotto interno lordo è cresciuto solo dell’1,3% nel primo trimestre di quest’anno, in calo dall’1,6% del quarto trimestre e dal 3,2% del terzo trimestre dell’anno scorso.
Il risultato economico moderatamente positivo indotto dal sì bipartisan del Congresso alla legge che ha alzato il livello del debito pubblico entro la data capestro del 5 giugno non deve oscurare il terremoto politico che ha generato questo cosiddetto “compromesso”. In politica, il termine indica un’intesa alla quale i due partiti arrivano sacrificando ognuno una parte delle proprie richieste. Un pareggio, in sostanza.
Stavolta no, un vincitore c’è e si chiama Kevin McCarthy, texano, Speaker (presidente) della Camera dal 7 gennaio 2023, e terzo in linea per andare alla Casa Bianca in caso di morte, di dimissioni o di altri impedimenti del presidente e del suo vice. McCarthy è del GOP, e la smilza maggioranza repubblicana su cui può contare nella attività legislativa è di soli quattro voti (sul totale di 435 deputati). Si ricorderà che in gennaio, per essere eletto nella posizione di Speaker che era stata di Nancy Pelosi fino al voto di medio termine del novembre scorso, McCarthy dovette passare attraverso una sequenza di 15 votazioni a fumata nera della Camera, un record imbarazzante che non si vedeva da 164 anni. L’ala ultraconservatrice del Freedom Caucus, che raccoglie circa una cinquantina dei 222 deputati repubblicani, si rifiutava di votare per lui.
Adesso, nella battaglia sul tetto del debito pubblico, lo Speaker aveva di fronte Joe Biden, Democratico, che come presidente deve firmare tutte le leggi e ha potere di veto, e Chuck Schumer, capo della maggioranza Democratica del Senato dove il suo partito ha 51 voti contro i 49 del GOP.
Pur in questo equilibrio delle forze dei partiti, Biden voleva imporre il passaggio di una legge, definita in gergo parlamentare ‘pulita ’, ossia che contenesse puramente l’innalzamento del tetto del debito e non fosse accompagnata da alcuna misura di riforma o di taglio delle spese. I Democratici sono il partito del welfare, e non concepiscono mai alcuna riduzione nei programmi di assistenza sociale. Sul mantenimento delle pensioni della Social Security e dei servizi sanitari delle mutue nazionali Medicare e Medicaid, peraltro, non c’è attualmente discussione alcuna. Anche se le proiezioni attuariali indicano chiaramente (negli USA come in Francia e in Italia) che questi sistemi di tutela sociale sono destinati alla bancarotta entro uno o due decenni, l’argomento è considerato tossico e anche McCarthy non l’ha inserito nelle sue richieste. Invece, sull’esempio della riforma del welfare degli Anni 90 promossa dal presidente Democratico Bill Clinton e dall’allora Speaker repubblicano della Camera, Newt Gingrich, McCarthy aveva preparato il testo della legge “Limit, Save, Grow Act”, (Limitare, Risparmiare, Far Crescere), ambiziosa nel chiedere un ampio taglio alle spese sociali (come i buoni alimentari a chi è abile e non cerca un lavoro) e, nel contempo, assicurare l’innalzamento del debito pubblico.
Il 26 aprile questa legge, con i soli voti dei Repubblicani, era stata approvata e aveva spiazzato Biden e i Democratici. Facendo affidamento sulla fronda degli ultraconservatori all’interno del GOP, il presidente Biden per quasi quattro mesi aveva mantenuto la sua posizione rigida, rifiutando enfaticamente di discutere con McCarthy qualsiasi riforma della spesa sociale da aggiungere alla sua legge ‘pulita’ che avrebbe alzato il debito senza alcuna condizione.
Ma con il passaggio della sua legge “Limit, Save, Grow Act” con i soli voti dei deputati repubblicani che sono stati sufficientemente, e sorprendentemente, compatti, McCarthy ha mostrato di avere in mano il suo partito in un frangente decisivo. E, soprattutto, con ciò è riuscito a buttare la palla nel campo avversario. Prima Biden puntava a piegare la resistenza di un GOP diviso, e di ottenere la vittoria totale: se i Repubblicani non avessero fatto passare il rialzo del debito secondo il volere di Biden sarebbero stati accusati di essere i responsabili del default, e di tutte le conseguenze. Ma adesso che la Camera controllata dai Repubblicani aveva in effetti approvato una legge di rialzo del tetto del debito, sarebbe stata colpa dei Democratici, che controllano il Senato e la Casa Bianca, a non aver fatto la loro parte.
Da qui, obtorto collo, il presidente ha dovuto accettare di discutere i termini di una nuova legge, che ovviamente contenesse il rialzo del debito ma che non era più ‘pulita’. Ed è quello che la Camera ha approvato mercoledì 31 maggio, il “Fiscal Responsibility Act” (legge di Responsabilità fiscale). Il voto finale è stato di 314 sì e 117 contrari, quindi effettivamente bipartisan: due terzi dei deputati del GOP hanno seguito McCarthy, che ha perso 71 voti repubblicani compensati dai Democratici moderati. In sostanza, le ali estreme dei due partiti si sono chiamate fuori, ma il grande merito di McCarthy è di essere riuscito a far votare la legge in aprile con il voto del solo suo partito. E poi, su quella base, ottenere di far votare una legge bipartisan ’non pulita’ ma con importanti tagli di spesa. Ciò che è la quintessenza del saper governare, anche se da posizioni difficili.
Al passaggio della legge, lo Speaker McCarthy non ha lesinato la retorica dicendo “Stasera abbiamo fatto la Storia”. Ma, a leggere i commenti della stampa, è unanime il riconoscimento del suo successo. The Hill, sito filo-democratico e anti GOP, ha titolato “La Camera approva la legge sul tetto del debito in una grande vittoria per McCarthy”. Anche il Senato, il giorno dopo, ha approvato la legge con voto bipartisan, 63 sì e 36 no.
La legge contiene tagli di spesa che Biden non voleva assolutamente: 112 miliardi di dollari sotto quanto era indicato dall’Ufficio Congressuale del Budget per il 2024 e 136 miliardi per il 2025. Le spese per la difesa non saranno toccate dai tagli nei prossimi due anni, e i Repubblicani hanno ottenuto un accordo procedurale che li aiuterà a non essere imbrigliati in una nuova legge omnibus di spesa entro quest’anno.
A dare forse la spallata decisiva a Biden, messo nell’angolo da McCarthy, è stato il sondaggio della CNN che ha chiesto agli elettori se considerassero una rielezione di Biden “un disastro” o “un setback” (ostacolo, battuta d’arresto). Il totale delle opzioni non lusinghiere ha portato a una impressionante bocciatura del 66%, e con il 41% che ha optato per “un disastro”.
L’appiattirsi sulla linea estremista dei socialisti del suo partito, come Bernie Sanders o la Ocasio Cortez, non sembra il miglior viatico per un bis alla Casa Bianca di Biden. E, sull’altro fronte, la battaglia in Congresso ha mostrato che, se unito come è stato nel voto di aprile dei repubblicani che sotto la leadership di McCarthy hanno costretto Biden alla trattativa, il GOP sa ancora come si fa a vincere.