Il rapporto mette insieme più di 600 mila numeri, che descrivono la sequenza dei conti economici in tre diverse dimensioni: la distribuzione geografica (i 27 Paesi dell’Unione europea); l’evoluzione temporale del conto economico dal 1995 al 2024 (per l’Italia al 2025) e di quello finanziario dal 1995 al 2025; i settori istituzionali (società non finanziarie o imprese; società finanziarie; pubblica amministrazione; famiglie e istituzioni non profit; resto del mondo).
I conti economici descrivono le principali grandezze che riguardano la formazione, distribuzione, redistribuzione e utilizzo del reddito.
I conti finanziari per settore istituzionale misurano, invece, le attività e passività detenute per singolo strumento finanziario: Oro monetario e diritti speciali di prelievo (F1); Biglietti, monete e depositi (F2); Titoli di credito (F3); Prestiti (F4); Partecipazioni e quote di fondi di investimento (F5); Assicurazioni, pensioni e garanzie standard (F6); Strumenti finanziari derivati (F7); Altri conti (F8).
I risultati del 2024 riflettono la complessa situazione economica di tutti gli Stati, dopo le difficoltà incontrate nel 2020-2021 per fronteggiare l’emergenza sanitaria, con interventi pubblici che hanno sostenuto famiglie e imprese (passando per il settore finanziario) e il forte aumento nel 2022 dei prezzi delle materie prime energetiche, a seguito dell’invasione russa in Ucraina.
Nel 2024 il valore aggiunto dell’Unione europea è stato di 16,2 miliardi di euro (+3,9% rispetto al 2023) e quello dell’Eurozona di 13,7 miliardi di euro (+3,4%).
Il conto corrente della Germania nei confronti dell’estero è in positivo dal 2002 e staziona dal 2015 tra i 250 e i 300 miliardi, grazie soprattutto al surplus della bilancia commerciale. Nonostante i cittadini tedeschi abbiano il più elevato potere d’acquisto pro capite, la Germania, oltre ad avere i conti pubblici in ordine, si conferma un Paese con bassi consumi, elevato risparmio e un basso livello di investimenti, sia privati che pubblici. Tutto questo non aiuta la redistribuzione del reddito e della ricchezza tra Paesi.
L’Italia aveva nel 1995 un potere d’acquisto pro capite analogo a quello tedesco, ma da allora – e soprattutto dal 2007 – le differenze si sono ampliate (ora è di oltre 6 mila euro). Nello stesso arco temporale la propensione al risparmio delle famiglie italiane si è dimezzata dal 21% al 11% (ai minimi della serie storica). Le imprese italiane hanno visto erodere la loro quota di profitto e ciò dipende in gran parte dalla stagnazione della produttività, che è invariata dal 2000, mentre in Germania è aumentata del 34% rispetto al 1995. Nel 2024, il reddito nazionale lordo è ancora inferiore al Pil, a causa soprattutto degli interessi passivi che cedono svariati miliardi nei confronti con l’estero.
La Francia, che insieme alla Spagna ha privilegiato l’intervento pubblico rispetto al consolidamento fiscale, ha un deficit della pubblica amministrazione di 170 miliardi, il 5,8% del Pil (le famiglie francesi sono però in attivo per 174), pur avendo una pressione fiscale massima in Europa. Tuttavia, continua a mantenere un reddito nazionale che supera il Pil del 1,9%.
Tutto il contrario dell’Irlanda, in cui la concessione di condizioni di favore alle società multinazionali che hanno spostato a Dublino la loro sede fiscale, ha fatto aumentare il Pil, ma ha anche causato una fuoriuscita verso l’estero di 140 miliardi di redditi da capitale. Lo stesso accade in Lussemburgo, dove hanno sede molte società finanziarie anche se per importi più limitati (30 miliardi di differenza tra Pil e Rnl).
In Grecia, le famiglie se la passano tutt’altro che bene con una propensione al risparmio negativa (-3% nel 2024). In pratica i cittadini greci consumano più del loro reddito, attingendo ai capitali accumulati in passato o – nella gran parte dei casi – indebitandosi nei confronti degli altri settori istituzionali e del resto del mondo.
I livelli di tassazione tra i Paesi restano ampiamente differenti, come pure la composizione del gettito tributario tra imposte indirette (iva, tasse e dazi su importazioni, imposte sui prodotti e sulla produzione), indirette (tasse sul reddito e altre tasse correnti) e in conto capitale.
La pressione fiscale varia tra il 46,9% della Francia e il 22,3% dell’Irlanda, ma il gap si riduce se si considera quanto lo Stato restituisce sotto forma di prestazioni sociali in denaro (pensioni) o in natura (beni o servizi forniti gratuitamente alle famiglie).
Il reddito disponibile pro capite corretto per i trasferimenti sociali in natura e riportato a parità di potere d’acquisto mostra valori doppi per un cittadino tedesco (oltre 34 mila euro) rispetto a un greco.
Tutto ciò che viene risparmiato e non reinvestito nell’economia va ad accrescere la ricchezza finanziaria, che sta acquistando un’importanza sempre maggiore rispetto all’economia reale. Il Lussemburgo, nonostante le modestissime dimensioni, ha 13,5 mila miliardi di attività finanziarie, tre volte i volumi dell’Italia.
I Paesi Bassi e la Germania vantano una solida posizione patrimoniale sull’estero, come anche l’Italia nel 2025, mentre quasi tutti gli altri Paesi risultano debitori o sostanzialmente in pareggio.
Il saldo attivo delle società finanziarie italiane continua ad essere molto alto (432 miliardi nel 2025) e non ha uguali in Europa (in Germania sono 312 e in Francia hanno un passivo di 522 miliardi).
Dai numeri esposti risulta evidente che in questi anni non si è fatto nulla per ridurre l’eterogeneità tra le economie dei Paesi dell’Unione europea, che continua ad essere elevata.
Nell’Eurozona, a causa del persistere di notevoli differenze strutturali, la politica monetaria unitaria incide in maniera difforme sulla reattività e competitività dei singoli Paesi.
Ogni Paese europeo, poi, ha una propria politica fiscale, previdenziale, assistenziale e sanitaria, come anche diverse sono le regole del mercato del lavoro, alimentando la delocalizzazione della produzione nei Paesi in cui le retribuzioni sono inferiori e i costi per le imprese sono minori.
La mancanza di regole condivise ha generato all’interno dell’Unione europea disparità di trattamento fiscale per categorie di imprese o di cittadini, tanto che si può parlare di veri e propri paradisi fiscali.
Le differenze sono perfino maggiori se si considerano i Paesi UE che non hanno adottato la moneta unica, in cui la banca centrale nazionale persegue una propria politica monetaria.
L’analisi completa è disponibile a questo link