L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa ha portato con sé una serie di questioni etiche e legali complesse, tra cui quella legata ai diritti di autore. In quasi tutti i Paesi, infatti, il diritto d’autore richiede un atto «autoriale», in quanto l’opera d’arte deve riflettere l’idea originale di una persona.
Una delle figure centrali in questa controversia è Stephen Thaler, il creatore dell’intelligenza artificiale chiamata Dabus (Device for the Autonomous Bootstrapping of Unified Sentience).
Come riferito da Wired, Thaler sostiene che Dabus sia senziente e che, di conseguenza, abbia diritto a rivendicare la proprietà intellettuale delle opere da essa generate, tra cui un’illustrazione chiamata «A recent entrance to paradise».
Le sue azioni legali hanno suscitato un dibattito acceso sulla natura dell’intelligenza artificiale e dei suoi diritti.
Uno dei principali sostenitori di Thaler in questa battaglia legale è Ryan Abbott, professore di diritto e scienze della salute presso l’Università del Surrey nel Regno Unito. Abbott sostiene che le invenzioni delle macchine dovrebbero essere protette per incentivare l’uso dell’intelligenza artificiale a beneficio della società.
Questa posizione si basa sull’idea che le macchine, quando guidate da AI avanzate, possono contribuire in modo significativo al progresso scientifico e tecnologico. Tuttavia, Abbott non sostiene che un’intelligenza artificiale debba essere considerata «senziente» nel senso tradizionale.
Thaler, invece, contraddice apertamente Abbott, e dichiara che Dabus non riceve alcun input umano ma è totalmente autonomo.
La controversia principale riguarda la questione di chi debba avere diritto alla proprietà intellettuale generata dall’intelligenza artificiale. Thaler sostiene che Dabus sia autonomo e meriti il riconoscimento come un essere senziente con diritti di proprietà intellettuale: «La dichiarazione sull’autonomia era [un modo per dire] che la macchina aveva gli elementi tradizionali dell’autorialità, e non che fosse strisciata fuori da una melma primordiale, che si fosse collegata da sola, avesse pagato una tonnellata di bollette e che avesse abbandonato l’università per dedicarsi all’arte. E questo è il caso di tutti i sistemi di AI generativa comunemente usati oggi».
Questa affermazione solleva domande profonde sulla definizione stessa di «intelligenza» e «coscienza» nelle macchine.
Finora, le corti hanno respinto le rivendicazioni di Thaler negli Stati Uniti, nell’Unione europea e in Australia.
La tesi di Abbott è, invece, più pragmatica: le opere generate da un’intelligenza artificiale dovrebbero essere considerate proprietà intellettuale, ma non è necessario attribuire loro una coscienza o autonomia. Questa posizione mira a incoraggiare l’uso responsabile e benefico dell’intelligenza artificiale senza aprire la discussione sulla sua natura senziente.
La chiave di questa controversia è se dovremmo considerare l’AI come una nuova forma di vita o una semplice estensione delle capacità umane. Thaler insiste sul fatto che Dabus è una «nuova specie» che merita diritti di proprietà intellettuale in quanto «essere senziente». Questa prospettiva solleva preoccupazioni etiche significative, compreso il rischio di creare un precedente pericoloso che potrebbe portare a decisioni legali discutibili in futuro.
Mentre le discussioni sulla proprietà intellettuale nell’era dell’intelligenza artificiale generativa sono cruciali, la posizione di Thaler sembra estrema e difficilmente sostenibile.
La maggior parte delle persone accetta che l’intelligenza artificiale sia un prodotto dell’ingegno umano e debba essere trattata come tale ai fini legali.
Al momento, inoltre, le cause di Abbott non stanno avendo il successo sperato, nonostante il sostegno di figure di spicco nel campo del diritto d’autore, tra cui lo studioso di legge di Harvard Lawrence Lessig.
Chisà, in tutto questo, come la «pensa» Dabus.