Analizziamo i risultati del secondo trimestre fiscale 2026 (chiuso il 31 maggio) e la trasformazione strategica del colosso del denim.
Levi Strauss & Co. ha pubblicato mercoledì 8 luglio i risultati del secondo trimestre fiscale 2026, la testimonianza di una storia di crescita che pochi, fino a un paio d’anni fa, avrebbero associato a un marchio nato nel 1853. I ricavi sono saliti dell’8% a 1,56 miliardi di dollari, sopra il consenso degli analisti fermo a circa 1,52 miliardi, con crescita diffusa in tutte le aree geografiche (Americhe, Europa e Asia). L’utile per azione rettificato si è attestato a 28 centesimi, battendo nettamente le stime di 24-25 centesimi, mentre l’utile netto è balzato a 87,3 milioni di dollari, dai 67 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente.
Anche la qualità della crescita convince, con circa due terzi dell’incremento delle vendite che deriva dai volumi e non semplicemente da aumenti di prezzo, secondo le dichiarazioni del management, a segnalare che la domanda per il marchio è genuina e non gonfiata dall’inflazione. Il margine lordo è salito al 62,7%, il margine EBIT rettificato è migliorato di 70 punti base al 9%, le scorte sono scese del 7% e il free cash flow rettificato è cresciuto di quasi il 60% a 231 milioni di dollari.
Forte di questi risultati, l’azienda ha alzato la guidance annuale per la seconda volta consecutiva. La crescita dei ricavi attesa per l’esercizio (che chiude il 29 novembre) passa dal 5,5-6,5% al 7-7,5%, mentre l’utile per azione rettificato è previsto tra 1,46 e 1,52 dollari. È stato inoltre aumentato del 14% il dividendo trimestrale, portato a 16 centesimi per azione. Ma ol titolo ha perso quasi il 6% negli scambi after-hours. Perché?
Perché le azioni Levi Strauss sono scese nonostante i buoni numeri
La seduta di mercoledì è coincisa con nuove tensioni tra Stati Uniti e Iran, con il presidente Trump che ha messo in dubbio la tenuta del cessate il fuoco e i nuovi raid americani che hanno scosso gli indici. In un clima simile, anche le buone notizie faticano a premiare i titoli del consumo discrezionale. Ma c’è anche un fattore è più tecnico. Il punto medio della nuova guidance sugli utili resta leggermente al di sotto delle stime di FactSet (1,51 dollari) e il CFO Harmit Singh ha ammesso che la previsione per la seconda metà dell’anno incorpora una dose deliberata di prudenza, sia sul canale diretto sia sul wholesale. Dopo un rialzo sul titolo pari al 17,5% da inizio anno, gli investitori si aspettavano probabilmente una revisione più ottimistica.
Dopo una lunga serie di trimestri sopra le attese (la sorpresa media sugli utili negli ultimi quattro trimestri supera il 20%), il mercato ha ormai «prezzato» l’eccellenza operativa.
La ricetta Gass, da produttore di jeans a marchio lifestyle
Il dato più interessante del trimestre, però, non è finanziario ma strategico. Sotto la guida di Michelle Gass, arrivata nel 2023 da Kohl’s con quella che alcuni osservatori hanno definito una mentalità da retailer applicata a un marchio da produttore, Levi’s ha portato avanti una delle trasformazioni più radicali del retail americano recente.
La prima direttrice è la focalizzazione del portafoglio. Il gruppo ha ceduto negli ultimi anni il marchio asiatico Denizen, la divisione calzature e, a inizio 2026, lo storico brand di chino Dockers, venduto ad Authentic Brands Group. Il piano di ristrutturazione «Project Fuel», intanto, ha ridotto l’organico corporate di circa il 15%, liberando risorse da reinvestire nel marchio e nella tecnologia dei negozi. Restano al centro il brand Levi’s e Beyond Yoga.
Ha poi avuto il suo peso il modello distributivo «DTC-first». Nel trimestre il canale diretto (negozi di proprietà ed e-commerce) ha generato il 51% dei ricavi complessivi, in crescita dell’8%, segnando il diciassettesimo trimestre consecutivo di crescita delle vendite comparabili. È un ribaltamento storico per un’azienda nata come fornitore wholesale che porta a margini più alti, controllo diretto della relazione con il cliente, dati di prima mano per gestire assortimenti e scorte.
Ma l’azienda ora è focalizzata sull’espansione merceologica oltre il jeans, che sta finalmente dando i suoi frutti. Le vendite dell’abbigliamento femminile sono cresciute dell’11% nel trimestre, quelle dei top del 5%, con bluse, maglieria e polo che crescono più velocemente dei capi «storici» come le t-shirt grafiche. Come ha sintetizzato la stessa Gass durante la call, l’azienda sta imparando che il proprio futuro non deve limitarsi al denim e ai pantaloni in denim.
La scommessa del “denim luxury”
Durante la call, il management ha parlato profusamente delle ambizioni di Levi’s nel segmento alto di gamma. La linea premium Blue Tab, con jeans che sfiorano i 300 dollari, ha permesso al marchio di conquistare quote nel mercato del denim di fascia alta, con vendite della categoria luxury in crescita del 40% nel trimestre. Gass ha indicato che questo business, oggi relativamente piccolo, potrebbe valere 100-200 milioni di dollari o più nel tempo.
È una mossa strategicamente sensata considerando che il posizionamento premium protegge i margini, rafforza il valore percepito del marchio e permette di competere con i player giapponesi ed europei del denim artigianale sfruttando un patrimonio di autenticità che pochi concorrenti possono vantare. E, contemporaneamente, l’azienda può coprire la fascia bassa con la linea Signature, cresciuta del 9% nel primo semestre e attesa in accelerazione nella seconda metà dell’anno, così da conquistarsi una struttura «a clessidra» che intercetta sia il consumatore aspirazionale sia quello attento al prezzo.
Sul fronte marketing, la strategia di aggancio alla cultura pop continua a pagare, basta guarsare ai risultati della partnership pluriennale con Beyoncé legata all’universo «Cowboy Carter», con la campagna «Reimagine» che reinterpreta gli spot storici dell’archivio.
Rischi e prospettive
Come spesso accade, il quadro non è privo di ombre. La guidance assume esplicitamente che le pressioni macroeconomiche sul consumatore non peggiorino in modo significativo, ipotesi non scontata con la guerra in Iran che spinge al rialzo i prezzi della benzina e di materiali come il poliestere. L’esposizione diretta al Medio Oriente è minima (meno dell’1% del business, con transiti trascurabili dallo Stretto di Hormuz), ma l’effetto indiretto sul potere d’acquisto è il vero rischio. Il fatto che il management si attenda un’accelerazione della linea economica Signature nella seconda metà dell’anno è, in filigrana, l’ammissione che una parte della clientela sta scendendo di fascia.
Nel complesso, però, il bilancio della trasformazione è positivo. L’esercizio 2025 si era chiuso con 6,3 miliardi di ricavi (+7% organico), margine lordo record del 61,7% e 363 milioni restituiti agli azionisti, e il 2026 sta confermando la traiettoria con due revisioni al rialzo della guidance in due trimestri. Il titolo, pur ancora lontano dai massimi del 2021, ha guadagnato il 17,5% da inizio anno.