Crisi energetica, la repubblica post-sovietica avvia la costruzione di 6 centrali elettriche a carbone

Alessandro Nuzzo

4 Aprile 2026 - 15:00

C’è chi sta spostando il fronte verso le rinnovabili e chi invece ha deciso di investire maggiormente sulle centrali a carbone: il caso del Kazakistan.

Crisi energetica, la repubblica post-sovietica avvia la costruzione di 6 centrali elettriche a carbone

Il mondo si trova alle prese con una vera e propria crisi energetica legata allo scoppio della guerra in Iran. Da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato Teheran, una delle conseguenze più immediate è stata il blocco dello Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo strategico per i mercati energetici globali. Da qui transitano ogni mese decine di migliaia di navi che trasportano petrolio dai Paesi del Golfo verso i mercati occidentali.

Il blocco della rotta ha provocato una riduzione degli approvvigionamenti verso l’Europa che, a fronte di una domanda rimasta stabile, ha determinato un rapido aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali. Le conseguenze si stanno già facendo sentire soprattutto per i consumatori, con rincari evidenti nei prezzi di benzina e diesel ai distributori.

Questa situazione dimostra ancora una volta quanto i combustibili fossili restino una componente centrale del sistema energetico mondiale. Molti Paesi continuano a basare una parte significativa della propria produzione di energia su petrolio e gas, e proprio questa dipendenza rende i mercati particolarmente vulnerabili a crisi geopolitiche come quella attuale.

Per questo motivo la transizione energetica sta diventando sempre più importante, sia per ridurre il rischio di crisi di approvvigionamento sia per affrontare la questione ambientale. L’obiettivo dichiarato da molte nazioni è infatti quello di abbassare le emissioni di gas serra e ridurre l’inquinamento atmosferico, in un pianeta sempre più colpito dalle conseguenze del cambiamento climatico.

Negli ultimi anni numerosi governi hanno iniziato a investire con decisione nelle energie rinnovabili, promuovendo la costruzione di parchi eolici e grandi impianti fotovoltaici. Tuttavia, mentre gran parte del mondo sembra muoversi in questa direzione, c’è anche chi ha deciso di seguire una strada diversa.

Il Kazakistan scommette ancora sulle centrali a carbone

Una nazione asiatica postsovietica, infatti, ha scelto di puntare nuovamente sul carbone. Il Kazakistan ha annunciato la costruzione di otto nuove centrali elettriche a carbone nell’ambito del programma nazionale per lo sviluppo della produzione di energia elettrica previsto per il periodo 2026-2030.

Secondo quanto riferito dal Ministero dell’Energia kazako, il Paese intende concentrarsi sul rafforzamento delle cosiddette «fonti energetiche di base», considerate fondamentali per garantire stabilità alla rete elettrica nazionale. Entro il 2030 verranno messi in funzione circa 7,8 gigawatt di nuova capacità produttiva, attraverso la costruzione di nuove centrali a carbone e la modernizzazione di undici centrali termoelettriche già esistenti.

Il governo kazako sottolinea che la produzione di energia elettrica da carbone continuerà a svolgere un ruolo centrale per garantire sicurezza energetica e stabilità nel lungo periodo. In particolare, il piano prevede la realizzazione di diverse centrali termoelettriche a condensazione in vari punti strategici del Paese, per una capacità complessiva stimata di circa 5,3 gigawatt.

Tra i progetti principali figurano una centrale termoelettrica a condensazione a Kurchatov da 700 MW, il grande impianto GRES-3 di Ekibastuz con una capacità di 2.640 MW, oltre a nuove centrali a Karaganda da 350 MW e a Ekibastuz da 180 MW. Il programma include inoltre la costruzione di impianti di cogenerazione nelle città di Zhezkazgan (500 MW), Kokshetau (240 MW), Semey (360 MW) e Oskemen (360 MW).

La scelta del Kazakistan dimostra come, nonostante la crescente diffusione delle energie rinnovabili, il carbone continui a essere considerato da alcuni Paesi una risorsa strategica per sostenere la crescita economica e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti energetici. In un contesto internazionale segnato da crisi e tensioni geopolitiche, molti governi preferiscono infatti puntare su fonti considerate affidabili e immediatamente disponibili, anche a costo di rallentare il percorso verso la decarbonizzazione.

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