Così il peso dell’industria italiana si riduce

Alberto De Pasquale

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L’industria in senso stretto oggi vale il 16,5% del Pil e sempre meno rispetto a pochi anni fa, mentre crescono i servizi e scende la produttività. Ecco perché.

Così il peso dell'industria italiana si riduce

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Continuano le difficoltà della produzione industriale italiana, arrivata ormai (lo scorso marzo) al ventiseiesimo mese consecutivo di flessione: un calo prolungato che sta lentamente modificando il volto dell’economia nazionale. In Italia l’industria vale sempre meno, mentre diventano più rilevanti i servizi, con ripercussioni dirette su qualità dell’occupazione, innovazione, produttività e altri elementi che favoriscono lo sviluppo economico.

La questione non è solo italiana. Secondo la società di consulenza Bain & Company, nel 1947 l’occupazione manifatturiera rappresentava negli Stati Uniti il 30% della forza lavoro, mentre oggi vale circa l’8%. La contrazione ha riguardato anche il contributo sul Pil americano, che oggi è pari a circa il 10% sul totale, mentre in passato valeva il 25%. Anche in Italia, comunque, il tema è caldo, soprattutto alla luce delle difficoltà dell’automotive, uno degli ambiti maggiormente in sofferenza.

Come sta cambiando l’economia italiana?

Le indicazioni sull’ulteriore perdita di centralità dell’industria italiana e del suo peso sul Pil arrivano dai Conti economici diffusi dall’Istat, secondo cui nel primo trimestre del 2025 il valore aggiunto generato dall’industria in senso stretto è stato pari a 80,3 miliardi di euro, in crescita congiunturale (quindi sul trimestre precedente) dell’1,1% e in aumento tendenziale (sullo stesso trimestre dell’anno prima) dell’1%. Le notizie positive, però, si fermano qua: in Italia l’apporto dell’industria è in contrazione.

Nei primi tre mesi di quest’anno il valore aggiunto ai prezzi base generato da tutti i settori dell’economia italiana (agricoltura, silvicoltura e pesca, industria e servizi) è stato pari a 434,5 miliardi di euro. Di questi, l’industria in senso stretto (escluso quindi il settore delle costruzioni) ha contribuito per 80,3 miliardi di euro, pari al 18,5% del totale. Tuttavia, rapportando il valore aggiunto dell’industria al Pil ai prezzi di mercato, che include le imposte nette sui prodotti (come IVA e altre tasse indirette), la quota dell’industria scende a circa il 16,5%, sulla base di una stima del Pil di circa 485 miliardi di euro nel periodo considerato.

Negli anni recenti la quota dell’industria italiana sul Pil è stata stabilmente superiore al 17%: nel 2022 aveva superato il 18%, prima di cominciare a scendere nel 2023 al 17,9% e nel 2024 al 16,5%. In parallelo, si è assistito alla crescita dei servizi, come l’ambito commercio, trasporto, alloggio e ristorazione che, dopo le difficoltà incontrate negli anni della pandemia, ha acquisito maggiore presa sull’economia italiana, arrivando oggi a contribuire fino al 19% del Pil, con un peso ben più alto di quello rappresentato fino a pochi anni fa (17%).

Alle origini della crisi dell’industria italiana

La crisi industriale italiana è iniziata nel 2023, in contemporanea a quella tedesca, alla quale è strettamente legata. Come anticipato, i guai riguardano da vicino il mondo dell’auto: lo scorso anno è stato particolarmente negativo, con la produzione di veicoli (vetture più mezzi commerciali) che ha chiuso ad appena 475 mila unità, il 36% in meno rispetto alle 751 mila del 2023, oltre che ampiamente sotto l’obiettivo, dichiarato più volte, di arrivare a un milione di veicoli prodotti.

Di recente in Italia è stata superata quota 24 milioni di occupati, un risultato mai raggiunto prima e che tuttavia è stato ottenuto in un contesto economico non positivo. I servizi rappresentano oltre 16,6 milioni di lavoratori, mentre l’industria in senso stretto supera di poco i 4,8 milioni di addetti. Oggi i lavoratori nell’industria in senso stretto sono meno del 20% complessivo, vent’anni fa erano quasi il 23% del totale. Uno squilibrio occupazionale sui servizi, come per esempio il turismo, pur essendo un ambito importante e con potenzialità evidenti, nasconde delle insidie, perché un eccesso di lavoratori in questi settori e una carenza nell’industria riducono la produttività media dell’economia e riducono le prospettive di crescita.

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