All’inizio di agosto è stato annunciato un accordo epocale da 35 miliardi di dollari che rafforza la dipendenza energetica dell’Egitto dal giacimento Leviathan di Israele, estendendo una partnership nata da un’intesa del 2018.
Questo accordo, che durerà fino al 2040, vedrà l’Egitto importare ulteriori 130 miliardi di metri cubi di gas naturale a un prezzo maggiorato del 14,8%. La mossa è dettata dall’urgenza di colmare un crescente deficit energetico, ma lega il Paese a una dipendenza geopolitica complessa e rischiosa da Israele, il che solleva non pochi interrogativi sul ruolo e l’influenza del Cairo in Medio Oriente, specialmente nel contesto della crisi in corso a Gaza.
Un accordo dettato dalla necessità
La crisi energetica dell’Egitto è evidente. La produzione locale di gas si attesta intorno ai 4 miliardi di piedi cubi al giorno, mentre la domanda interna, spinta da una popolazione di oltre 110 milioni di abitanti, richiede tra i 4 e i 6 miliardi di piedi cubi, secondo i dati del Joint Organizations Data Initiative. Questo divario ha costretto l’Egitto, un tempo esportatore netto di gas naturale liquefatto (GNL), a diventare un importatore, con un costo per le importazioni di GNL che dovrebbe raggiungere i 19 miliardi di dollari nel 2025, rispetto ai 12 miliardi del 2024. In questo contesto, il gas israeliano, trasportato tramite gasdotto, rappresenta l’opzione più economica e affidabile, nonostante l’aumento di prezzo rispetto all’accordo precedente.
L’accordo, annunciato dalla società israeliana NewMed Energy, partner nello sviluppo del giacimento Leviathan, è ancora condizionato all’espansione delle infrastrutture di estrazione e trasporto, inclusa la pipeline Ashdod-Ashkelon. Tuttavia, ritardi nei lavori e l’incertezza su un accordo di trasmissione con Israel Natural Gas Lines rendono l’attuazione del contratto incerta, con una scadenza fissata al 30 settembre 2025, prorogabile di sei mesi.
Una dipendenza strategica
Per il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi, questo accordo è una questione di sopravvivenza politica. Gli ultimi due estati hanno visto blackout programmati, con interruzioni di corrente fino a sei ore in alcune zone, che hanno alimentato malcontento pubblico in un Paese dove la stabilità politica è strettamente legata alla continuità dell’approvvigionamento energetico. La memoria delle proteste del 2011, innescate anche da disagi economici, incombe sul governo, che ha fatto della prevenzione dei blackout una priorità assoluta. Non a caso, quando a maggio 2025 una manutenzione programmata del giacimento Leviathan ha interrotto le forniture, il governo ha scelto di sacrificare l’industria (come quella dei fertilizzanti e dei prodotti petrolchimici) piuttosto che lasciare le case al buio. Ma questa dipendenza energetica da Israele pone l’Egitto in una posizione vulnerabile.
Israele ha interrotto le forniture di gas più volte dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023, l’ultima volta a giugno 2025 durante un conflitto di 12 giorni con l’Iran, citando preoccupazioni per la sicurezza del giacimento Leviathan. Queste interruzioni hanno messo in evidenza la fragilità dell’approvvigionamento egiziano e il potere di Israele di “chiudere il rubinetto” a sua discrezione.
Il dilemma geopolitico
L’accordo arriva in un momento di tensioni tra le due nazioni, con la guerra genocida di Israele a Gaza che ha messo a dura prova le relazioni bilaterali. L’Egitto, storico mediatore nella questione palestinese, si trova in una posizione scomoda: da un lato, deve gestire la pressione internazionale e interna per un ruolo più attivo nel fermare le sofferenze a Gaza; dall’altro, la sua dipendenza energetica da Israele limita il suo margine di manovra. Le critiche al Cairo si sono intensificate, con proteste globali che accusano l’Egitto di complicità nella crisi umanitaria di Gaza, soprattutto per il controllo del valico di Rafah, l’unico punto di accesso per gli aiuti umanitari. Sebbene il governo egiziano sostenga di non poter agire unilateralmente a causa di accordi di sicurezza con Israele, le richieste di aprire il confine per consentire l’ingresso di aiuti si fanno sempre più pressanti. Recentemente, il presidente al-Sisi ha respinto le accuse di complicità, definendole “strane” e “fallimentari”.
Tuttavia, la gestione della narrazione interna è diventata una sfida. Quando il leader di Hamas Khalil al-Hayya ha fatto un appello televisivo al popolo egiziano per “non lasciare che Gaza muoia di fame”, il governo ha risposto con una controffensiva mediatica, denunciando Hamas per “tradimento”. Inoltre, la presidenza è intervenuta per far ritrattare una dichiarazione dell’Imam di Al-Azhar che condannava la “fame genocida” a Gaza, evidenziando la sensibilità del governo a qualsiasi narrazione che lo implichi nella crisi.
Una vittoria per Israele
Per Israele, l’accordo rappresenta un trionfo strategico. Non solo garantisce un flusso di entrate a lungo termine, ma consolida il suo ruolo di attore energetico chiave nel Mediterraneo orientale. Inoltre, lega l’Egitto, il più popoloso Stato arabo, in una dipendenza economica che riduce la sua capacità di esercitare pressione su Israele, specialmente sulla questione palestinese. La recente bocciatura da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu del piano della “Dichiarazione di New York” – che prevedeva il disarmo di Hamas e il ritorno dell’Autorità Palestinese a Gaza – ha ulteriormente evidenziato la debolezza negoziale dell’Egitto.