Cos’è il settlement agreement UEFA e i casi di Juve e Roma spiegati bene

Emanuele Di Baldo

1 Luglio 2026 - 12:27

Chi viola il Fair Play Finanziario della UEFA può incorrere nelle sanzioni o fare un accordo “di rientro”. Questo accordo prende il nome di settlement agreement

Cos’è il settlement agreement UEFA e i casi di Juve e Roma spiegati bene

Stessa sigla, destini opposti, per certi versi. Nel giro di ventiquattr’ore la UEFA ha bussato alla porta di due big italiane, Juventus e Roma, chiedendo conto degli stessi identici paletti di bilancio. Da un lato i bianconeri, alla prima vera scottatura del Fair Play Finanziario e già corsi ai ripari con un accordo fresco di firma. Dall’altro i giallorossi, che con la UEFA hanno già un rapporto rodato - fin troppo - e che si ritrovano a dover rinegoziare per la seconda volta le condizioni di un patto mai davvero rispettato fino in fondo.

Il filo che unisce le due storie si chiama settlement agreement: ecco cos’è, come funziona e cosa rischiano davvero Juve e Roma.

Cos’è il settlement agreement (in senso lato)

Il termine settlement agreement non nasce nel mondo del calcio, ma arriva dal diritto e dalla finanza internazionale, dove indica un accordo con cui due parti chiudono una controversia senza ricorrere a un giudice o a un organo sanzionatorio esterno. È uno strumento molto diffuso nel diritto del lavoro anglosassone, dove il settlement agreement è il contratto con cui datore di lavoro e dipendente pongono fine al rapporto in cambio di un’indennità, rinunciando reciprocamente a future azioni legali.

Lo stesso meccanismo regola le controversie assicurative, quando una compagnia e l’assicurato trovano un’intesa sull’importo del risarcimento evitando la causa civile, così come le dispute regolatorie e antitrust, dove aziende e autorità di vigilanza (dalla SEC americana alla Commissione Europea) chiudono un procedimento con pagamenti e impegni comportamentali concordati.

Da non confondere con il settlement in senso stretto, termine tecnico dei mercati finanziari che indica invece la fase di regolamento di un’operazione di borsa, lo scambio materiale di titoli e denaro alla data stabilita dal contratto.

In tutti questi ambiti il principio resta identico: evitare un esito più severo e imprevedibile attraverso un compromesso negoziato e vincolante.

Quando si parla di settlement agreement nel calcio? C’entra il Fair Play Finanziario UEFA

Nel calcio il concetto entra in scena con il Fair Play Finanziario, il progetto varato dal comitato esecutivo UEFA nel settembre 2009 per costringere i club a estinguere i debiti e raggiungere l’autosostenibilità economica, con i primi controlli avviati dal 2011 e a pieno regime dal 2014.

Fin da subito il regolamento ha previsto che il Club Financial Control Body, l’organo di controllo finanziario della UEFA, potesse proporre ai club che violavano i parametri un settlement agreement invece di una sanzione immediata: un percorso pluriennale di rientro, scandito da obiettivi intermedi, che scongiura l’esclusione dalle coppe o multe salatissime a patto che il club dimostri progressi costanti. I primi grandi accordi di questo tipo risalgono al 2014, quando li sottoscrissero Manchester City e Paris Saint-Germain, seguiti dal Galatasaray, e più avanti anche Inter e Roma.

Dal 2015 la UEFA ha affiancato un secondo strumento, il voluntary agreement, che si differenzia perché è il club stesso a proporlo preventivamente, presentando un business plan a lungo termine, mentre il settlement agreement resta un’iniziativa dell’organo di controllo dopo un’infrazione accertata.

Con la riforma del 2022, che ha sostituito il vecchio FPF con le nuove regole di sostenibilità finanziaria, il settlement agreement è rimasto lo strumento cardine per i club che sforano i nuovi paletti, come dimostra il caso più recente: a fine giugno 2026 diversi club europei, tra cui la stessa Juventus, hanno dovuto sottoscriverne uno nuovo.

Quei parametri del FPF sempre più stringenti

Le nuove regole di sostenibilità finanziaria introdotte dalla UEFA nel 2022 poggiano su tre pilastri, sempre più stringenti stagione dopo stagione.

  • Il primo è la no overdue payables rule, che impone di saldare stipendi e debiti verso altri club, fisco ed enti previdenziali entro scadenze precise (15 luglio, 15 ottobre e 15 gennaio).
  • Il secondo è la football earnings rule, che ha sostituito il vecchio break-even e fissa un tetto massimo di 60 milioni di euro di deficit aggregato su tre esercizi consecutivi, calcolato su base scorrevole: ogni stagione il triennio si aggiorna, eliminando l’anno più vecchio e aggiungendo quello più recente, così che nessun club possa più contare su un solo bilancio virtuoso per compensare gli sforamenti pregressi.
  • Il terzo pilastro, il più discusso, è la squad cost rule: il tetto alle spese per stipendi, trasferimenti e commissioni agli agenti, che non può superare una percentuale del fatturato. La UEFA lo ha introdotto gradualmente per permettere ai club di adattarsi: 90% nella stagione 2023/2024, 80% nel 2024/2025 e, dalla stagione 2025/2026, il tetto definitivo del 70%, ormai a regime permanente.

Le due regole, football earnings e squad cost, viaggiano su binari separati: un club può violarne una sola oppure entrambe, con sanzioni che si sommano, come è successo proprio quest’anno a diversi club europei.

La Juventus ha sottoscritto un settlement agreement con la UEFA: cosa prevede nel dettaglio per i bianconeri

Tra i club finiti nel mirino della UEFA nel 2026 c’è, come anticipato, anche la Juventus, sanzionata insieme a Newcastle, Nizza, Santa Clara, Astana e Partizan Belgrado per aver sforato la football earnings rule nel triennio 2023-2024-2025. Alla base dello sconfinamento c’è soprattutto l’esercizio 2023/24, l’annus horribilis dell’esclusione dalle coppe europee, che da solo ha pesato per 199 milioni di rosso su un passivo aggregato di 381 milioni registrato tra il 2022/23 e il 2024/25. Il settlement agreement siglato dalla Prima Camera del Club Financial Control Body copre gli esercizi che si chiuderanno nel 2026, 2027 e 2028, al termine dei quali la Juventus dovrà dimostrare la piena conformità al parametro.

La sanzione economica può arrivare fino a 20 milioni di euro: 6 sono incondizionati e già messi a bilancio nell’esercizio 2025/26, mentre gli altri 14 sono condizionati al mancato rispetto degli obiettivi intermedi, di cui appena 4 legati alla stagione appena chiusa (che il club ritiene di aver già centrata) e i restanti 10 legati alle prossime due annate.

Sul fronte sportivo, la Juventus rischia limitazioni nella registrazione di nuovi calciatori nella Lista A per le coppe europee, condizionali o automatiche a seconda del rispetto dei target stagionali: in caso di fallimento del piano, lo scenario peggiore prevede l’esclusione dalla competizione UEFA alla quale il club dovesse qualificarsi sul campo. A favorire il rientro nei parametri c’è però l’addio di Dusan Vlahovic, che libera oltre 40 milioni di euro tra ingaggio e ammortamento, mentre il club ha già dichiarato la piena regolarità sullo squad cost ratio al 31 dicembre 2025.

Se i conti aggregati del triennio 2024/25-2025/26-2026/27 dovessero risultare in equilibrio, la Juventus potrà anche uscire in anticipo dal regime di settlement, prima della scadenza naturale del 2028.

Capitolo Roma e quel settlement agreement non rispettato

Se per la Juventus si tratta di un debutto, per la Roma il rapporto con la UEFA sul fronte del Fair Play Finanziario è ormai un capitolo lungo quattro anni. Il primo settlement agreement giallorosso risale all’agosto 2022, con una durata di quattro stagioni fino al 30 giugno 2026 e una sanzione potenziale complessiva di 35 milioni di euro, di cui 5 trattenuti subito dai premi UEFA e i restanti 30 condizionati al rispetto degli obiettivi negli anni successivi.

Nel 2025 è arrivata una prima multa per un lieve sforamento, mentre a giugno di quest’anno il club ne ha dovuta versare un’altra da 6 milioni, tra mancato rispetto dei profitti calcistici e superamento del rapporto costo rosa-ricavi: sanzioni che, sommate, valgono 14 milioni di euro negli ultimi anni, 9 dei quali sotto la gestione Friedkin. Il problema è che la scadenza più importante, quella del 30 giugno 2026 per contenere il deficit aggregato del triennio entro i 60 milioni, non è stata rispettata: la proprietà texana ha scelto di blindare i big Dybala, Pellegrini e Celik con dei rinnovi anziché generare le plusvalenze necessarie, incassando appena 15 milioni dalle cessioni minori di Baldanzi, Abdulhamid, Sangaré e Romano, nonostante i conti fossero comunque migliorati (il passivo è sceso da 81,4 a 53,7 milioni tra il 2024 e il 2025 e il monte ingaggi da 189 a 141 milioni).

Ora la Roma rischia una nuova multa, stimata tra 10 e 15 milioni, ed eventuali limitazioni alla lista UEFA da 25 a 22 giocatori per il 2027/28, ma la UEFA ha concesso a tutti i club coinvolti una finestra di flessibilità fino al 30 luglio, utile a completare le cessioni rallentate dal Mondiale in corso: le plusvalenze di luglio non peseranno sul bilancio in esame ma su quello successivo, un margine che i giallorossi useranno per limare la sanzione e provare a evitare nuovi paletti sul mercato, anche puntando sul ritorno in Champions League come argomento negoziale con Nyon.