Conviene aprire un conto corrente all’estero? Se sì, ecco dove

Lorenzo Raffo

3 Luglio 2025 - 15:36

La corsa del passato a portare soldi oltre i confini si è ridotta e non di poco. C’è comunque chi la considera una scelta ancora prudenziale. Come e in quale Paese farlo.

Conviene aprire un conto corrente all’estero? Se sì, ecco dove

Negli anni della crisi del debito italiano - 2011/2012 - c’era la corsa ad aprire conti correnti all’estero. Lo facevano soprattutto cittadini residenti in aree vicine ai confini alpini e persone del centro e sud Italia, in questo caso con importi spesso significativi.

Allora la fuga avveniva in prevalenza senza il rispetto delle norme fiscali.

Poi la situazione è cambiata: più controlli e l’introduzione delle cosiddette voluntary disclosure - per il rimpatrio dei capitali precedentemente esportati in modo illegale - hanno fatto sì che un c/c in Svizzera o in Austria sia diventato poco più poco meno una scelta equivalente a quella di un c/c presso una banca italiana. Tuttavia…

Gli italiani ci pensano sempre

Se il quadro è cambiato dal punto di vista fiscale/normativo, con l’obbligo ormai certificato di rispettare le disposizioni in materia, l’attenzione di una parte di risparmiatori ai conti all’estero non si è ridotta, perché l’esterofilia resta un male italiano.

Chi sceglie di gestire magari parte dei propri soldi in una banca oltre le Alpi ritiene che ne valga la pena in ottica di stabilità futura. In realtà, analizzando i ratio patrimoniali del sistema europeo del credito, è facile notare come i nostri maggiori istituti siano addirittura più solidi di quelli per esempio tedeschi, francesi o anche svizzeri.

Poco importa però a chi sceglie la strada dell’estero. La convinzione che sia sicuro farlo porta così ancora oggi una parte di italiani soprattutto ricchi a valutare tale ipotesi. È evidente comunque che nessuno può impedirlo, purché siano rispettate le norme cui ci si riferiva precedentemente. Diversa invece la situazione di chi apre un c/c perché si trasferisce in un altro Paese per diversi motivi, personali o lavorativi. In questi casi c’è un’ovvietà scontata.

Il primo passo

Qualunque sia il motivo che porta alla scelta è fondamentale che la liquidità trasferita venga da un c/c detenuto presso una banca italiana e sia originata da attività lecite. L’ipotesi quindi di esportare fondi riferiti per esempio a business non dichiarati fiscalmente o provenienti da altri Paesi appartenenti alla cosiddetta “black list” (ormai in realtà marginali) è del tutto impossibile.

Perché a fare da gendarmi ci sono le stesse banche estere, ormai severissime nel rispetto di queste normative. In altre parole il passaggio attraverso i confini di liquidità per esempio in contanti, come avveniva negli anni ’80 e ’90, è reso impossibile sia per la presenza di eventuali controlli ai vari varchi doganali sia per le verifiche svolte dalle banche estere in cui si apre la posizione.

In sintesi l’illegalità è da escludere al 100%. Naturalmente ogni tanto circolano voci di organizzazioni attrezzate all’export illegale di denaro, spesso conseguenza tuttavia di indagini che portano al sequestro di capitali e all’arresto di chi ha predisposto i traffici, legati quasi sempre ad attività criminali.

La seconda tappa

Logicamente è quella di scegliere il Paese e l’istituto di destinazione. È più difficile di quanto si creda. Quasi tutte le banche sono disponibili a parole – purché si rispetti quanto già detto – di accettare fondi provenienti da un altro Paese, specialmente se appartenente all’area dell’Unione europea, ma quali garanzie offrono?

Scappare dall’Italia perché se ne teme la stabilità politica o finanziaria per rivolgersi a una nazione di cui si sa magari poco o a una banca nota solo per il suo nome ma non per l’affidabilità ha assolutamente poco senso. Eppure la casistica dimostra che la faciloneria è tanta, spesso effetto di cattivi consigli.

L’apertura deve tuttavia avvenire solo con il trasferimento attraverso bonifici bancari e quindi tracciabilità dall’Italia oppure con liquidità ma nel limite di 10.000 euro, che vanno comunque dichiarati in presenza di controlli ai confini. L’opzione cash è quindi assolutamente sconsigliabile.

La terza mossa

Scelto il Paese di destinazione ci si deve evidentemente recare di persona nella città individuata e avviare le relazioni con l’istituto preferito. Totalmente da evitare banche online e quindi rapporti solo informatici. Non si creda che il procedimento sia semplice. Salvo nel caso della Svizzera italiana c’è la barriera linguistica, che si avverte anche per chi conosca un idioma internazionale, per esempio l’inglese.

Bisogna infatti capire i dettagli dei contratti, definire le condizioni e superare l’inevitabile freddezza di chi sta dall’altra parte del desk bancario. Il quale si chiede, in presenza di considerazioni generiche sulla maggiore presunta sicurezza del sistema finanziario della sua nazione, perché esportare capitali in presenza di scarsi o addirittura inesistenti vantaggi economici.

Un francese o un tedesco – se pensa a portare all’estero liquidità – lo fa ipotizzando qualche paradiso fiscale ma non è il caso dell’italiano che preferisca restare in Europa. Perché scegliere un altro Paese dell’UE o la Svizzera? La decisione provoca inevitabilmente delle freddezze, salvo nella Repubblica elvetica, dove si è abituati a queste richieste.

Il quarto passo

Soddisfatto e superato tutto quanto abbiamo detto c’è da ricordare che l’importo esportato va comunque dichiarato annualmente nel quadro RW della dichiarazione dei redditi per le persone fisiche.

Nulla infatti scappa al fisco, poiché i movimenti sono monitorati dalle varie banche dati e scostamenti sui numeri inevitabilmente analizzati. Impossibile quindi effettuare un bonifico di apertura di una certa cifra e poi aumentare l’importo attraverso l’export di liquidità sfruttando un viaggio in auto nel Paese prescelto per l’individuazione della banca.

Così come irrealizzabile l’opzione di trasferire un rilevante importo per esempio in Croazia o in Slovenia o in Lituania o a Malta, destinandolo poi - grazie all’accondiscendenza di qualche funzionario bancario - da tale Paese in cui si sia aperto un conto verso un paradiso fiscale: quanto riportato nel quadro RW deve corrispondere infatti nel tempo.

Meglio evitare quindi qualsiasi astuzia, come in tanti facevano ai tempi facili dell’assenza di controlli. Allora c’era chi andava in un Paese dell’est Europa, apriva un c/c e poi da lì gestiva denaro in fuga verso lidi compiacenti.

Oppure chi sfruttava spalloni fra Italia e Svizzera, chi passava valichi minori di notte, confidando nell’assenza di controlli, chi si affidava a compiacenti abitazioni poste proprio sul confine per varcare quest’ultimo e chi sfruttava l’anonimato di furgoni e camion per spostare cash.

In teoria tutto questo sussisterebbe ancora ma nella pratica la banca di destinazione è obbligata a rifiutare categoricamente il denaro, poiché spostato fuori dei canali informatici del sistema finanziario. Impossibile anche ipotizzare l’utilizzo dei vecchi c/c cifrati o anonimi, vietati per cittadini di Paesi “white list”, ovvero dagli elevati standard di trasparenza e cooperazione nello scambio di informazioni fiscali con l’Italia.

Conviene allora o no e dove?

Una risposta univoca alla domanda è quasi impossibile. Tutto dipende dal timore di crisi finanziarie che possano coinvolgere il nostro Paese ma anche da situazioni specifiche di ciascun cittadino. Chi vive vicino ai confini da sempre sente l’attrazione del conto all’estero, magari per comodità nella gestione di spese personali.

Chi invece agisce in situazioni diverse non ha quasi mai la convenienza a sopportare i costi spesso rilevanti che un c/c oltre confine comporta. È infatti evidente che le banche straniere impongono al cliente oneri notevoli; inoltre spesso c’è una doppia tassazione sull’eventuale gestione dei risparmi; infine ci sono i gravami burocratici del dichiarare tutto quanto sulla dichiarazione dei redditi in Italia.

Sono tante voci, che assommate, portano a ritenere poco conveniente tale scelta, salvo che la convinzione della sua minore rischiosità sia tale da far sopportare il tutto, nel nome di una sicurezza ormai più teorica che reale.

Alla domanda invece del dove aprire un c/c non c’è risposta. Dipende dalle singole vicende personali di ogni cittadino. Meglio comunque nell’area Ue o in quella dei Paesi “white list”. Tutto il resto va dimenticato.

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