Congedo di maternità per disoccupate: quando e quanto spetta

Il congedo di maternità spetta anche alle lavoratrici che perdono il lavoro (anche se per loro scelta); in questo caso, però, ci sono dei requisiti ben precisi da rispettare.

Congedo di maternità per disoccupate: quando e quanto spetta

Il congedo di maternità spetta anche a chi è disoccupato? Sì, ma solo in determinate circostanze.

Come noto alle lavoratrici in servizio che restano incinte è riconosciuto il congedo di maternità, ovvero 5 mesi di astensione obbligatoria dal lavoro retribuiti dall’INPS tramite un’indennità sostitutiva.

Lo stesso diritto può spettare anche al padre, ma solo quando la mamma - per diverse circostanze - non ne può beneficiare. Ci si chiede però se il congedo di maternità è riconosciuto anche a quelle lavoratrici che nel frattempo abbiano perso il lavoro e quindi abbiano ottenuto il riconoscimento dello stato di disoccupazione.

La risposta è affermativa: come si legge sul sito dell’INPS, infatti, secondo quanto previsto dall’articolo 24 del Testo Unico maternità/paternità, il congedo di maternità spetta anche a coloro che risultano disoccupate o sospese.

Per ottenere il congedo di maternità anche se disoccupate, però, le ex lavoratrici devono soddisfare determinate condizioni; vediamo quali analizzando i requisiti necessari ai fini del riconoscimento dell’indennità da parte dell’INPS.

Il congedo di maternità spetta anche alle disoccupate

Naturalmente per le lavoratrici disoccupate non si può parlare propriamente di “congedo”; per ovvi motivi, infatti, queste non potrebbero comunque recarsi a lavoro nel periodo compreso nella maternità.

Per questo è più opportuno parlare di indennità di gravidanza, ovvero dell’indennità sostitutiva che l’INPS riconosce loro nei 5 mesi di maternità e che interrompe l’erogazione della Naspi (qualora questa sia stata riconosciuta).

Nel dettaglio, l’indennità di maternità spetta alle lavoratrici disoccupate qualora:

  • dall’inizio della sospensione del lavoro e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni. Quindi considerando che il congedo di maternità scatta con due mesi di anticipo dalla data presunta del parto, ne hanno diritto coloro che perdono il lavoro ad almeno 5 mesi di gravidanza. Ad esempio, se la disoccupazione ha inizio a gennaio, l’inizio del congedo può essere previsto al massimo per l’inizio di marzo;
  • il congedo di maternità abbia inizio dopo il suddetto termine, allora l’indennità sarà riconosciuta ma a patto che la ex lavoratrice risulti essere titolare dell’indennità di disoccupazione Naspi. In tal caso la maternità prenderà il posto della Naspi, la quale tornerà ad essere corrisposta al termine del congedo.

Se invece il congedo di maternità ha inizio dopo i 60 giorni dall’interruzione del rapporto di lavoro allora l’indennità di disoccupazione può essere comunque riconosciuta, ma a patto che:

  • tra la data della risoluzione del rapporto di lavoro e quella in cui ha inizio il congedo non siano trascorsi più di 180 giorni;
  • negli ultimi due anni si abbiano almeno 26 contributi settimanali versati.

Quindi tutte quelle lavoratrici che hanno da poco perso il lavoro possono fare richiesta all’INPS per il riconoscimento dell’indennità di maternità, ottenendo un contributo pari all’80% della retribuzione precedentemente percepita per 5 mesi (per i 2 prima del parto e per i 3 successivi).

Dimettersi per ottenere indennità di maternità e la Naspi

Visto quanto appena detto ci sono molte lavoratrici che una volta scoperto di essere incinte decidono di licenziarsi per passare più tempo con il nascituro e alla propria famiglia (ad esempio perché non riescono ad ottenere la trasformazione dell’orario di lavoro da full a part time).

Alle lavoratrici che decidono di licenziarsi lo Stato riconosce il diritto sia all’indennità di maternità che di quella di disoccupazione.

Come noto, infatti, la Naspi spetta solamente a coloro che hanno perso il lavoro per cause indipendenti alla loro volontà, quindi a chi viene licenziato o a coloro i quali il contratto in scadenza non viene rinnovato. Non spetta in caso di dimissioni, a meno che queste non siano motivate da giusta causa.

Ed è proprio per questo motivo che le lavoratrici che si licenziano durante la gravidanza viene riconosciuto comunque il diritto alla Naspi: infatti, le dimissioni presentate nel periodo che va dal 1° giorno della certificazione della gravidanza ad 1 anno di età del bambino rientrano in quelle per giusta causa.

Queste lavoratrici, quindi, hanno diritto all’indennità di disoccupazione, ma naturalmente solo se hanno maturato almeno 13 settimane di contributi negli ultimi 5 anni e abbiano svolto almeno 30 giornate di lavoro effettivo nell’anno precedente.

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