Con il dollaro in crisi i mercati possono comunque salire?

Tommaso Scarpellini

13 Aprile 2025 - 18:13

Il crollo del dollaro spaventa i mercati, ma lo studio delle svalutazioni storiche del biglietto verde, mostra come non sempre questo anticipi forti ribassi in borsa. Cosa significa?

Con il dollaro in crisi i mercati possono comunque salire?

Il dollaro statunitense, da sempre considerato un riferimento di stabilità nei momenti di turbolenza globale, si trova oggi in un momento di forte pressione. L’escalation nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha raggiunto un livello critico.

Ora che le minacce sui dazi USA verso la Cina hanno raggiunto un totale del 145%, mentre la Cina ha risposto portando i controdazi su beni americani dall’84% al 125%, la narrativa non è più solo quella di una disputa commerciale: l’attenzione si sta ora spostando verso il rischio di una contrazione economica globale, e tra le prime vittime di questo deterioramento troviamo proprio il biglietto verde.

Che implicazioni potrebbe avere questo sui mercati?

Dollaro debole: è davvero un problema per i mercati?

Nel momento in cui il dollaro perde terreno, la domanda che in molti si pongono è se i mercati azionari americani possano comunque continuare a crescere. La risposta non è scontata. C’è un primo elemento da considerare, spesso trascurato: quando un investitore europeo acquista azioni USA, sta implicitamente assumendo rischio cambio, a meno che non lo faccia attraverso strumenti hedgiati.

Questo significa che, anche a fronte di una buona performance in dollari, la svalutazione della valuta può erodere o addirittura annullare i rendimenti reali. In alcuni casi, la conversione finale in euro può risultare persino in perdita, nonostante il titolo sia salito. Questo solleva un’altra questione fondamentale: ha senso parlare di potenziale performance se si prevede un forte calo del dollaro?

Cosa ci insegna il passato

Per rispondere, serve guardare alla storia. Il primo esempio significativo risale all’era post-Bretton Woods, tra il 1971 e il 1978, quando il dollaro perse circa il 35% rispetto al picco pre-Nixon. Quel periodo fu segnato da inflazione galoppante, crisi petrolifere e instabilità politica. I mercati azionari reagirono male. Il decennio successivo è ricordato come uno dei cosiddetti «decenni persi» per l’investitore americano: il CAGR fu vicino allo zero, e la perdita di potere d’acquisto rese ancora più critica la situazione.

Diversa la dinamica nel periodo 1985–1988. Gli accordi del Plaza portarono a un intervento coordinato delle principali potenze economiche per svalutare un dollaro allora ritenuto troppo forte. Il calo fu di circa il 40%, ma il mercato azionario USA rispose positivamente. La svalutazione fu interpretata come una manovra a favore della competitività americana e anticipò una fase di forte espansione economica. Anche il Giappone conobbe un boom, che però si trasformò in una bolla.

Un’altra fase di forte discesa del dollaro si ebbe tra il 2002 e il 2008, nel post-bolla dot-com e in piena conflittualità geopolitica legata alla guerra in Iraq. Il calo fu nuovamente di circa il 40%, spinto da politiche monetarie espansive e stimoli fiscali. In quel contesto, a brillare furono le materie prime, l’oro e i mercati emergenti. L’azionario USA, invece, visse un altro decennio perso, con scarsi ritorni reali.

Non esiste correlazione diretta tra dollaro e mercato

La storia insegna che non esiste una correlazione univoca tra la forza o debolezza del dollaro e l’andamento del mercato azionario. In alcuni casi, la svalutazione ha accompagnato o addirittura favorito fasi di crescita; in altri, è stata il riflesso di un deterioramento macroeconomico profondo. A fare la differenza è il contesto. Se la debolezza del dollaro è percepita come parte di una strategia di stimolo, può avere effetti positivi. Se è vista come un segnale di instabilità strutturale, allora può generare turbolenza e fuga dagli asset americani.

Una mossa calcolata da Trump?

Non è da escludere che l’attuale svalutazione sia in parte voluta. Già in passato, Trump aveva manifestato una chiara preferenza per un dollaro debole, ritenuto utile a favorire l’export e riequilibrare il disavanzo commerciale. In questo senso, la svalutazione può essere letta come una strategia politica ed economica, volta a rafforzare la posizione competitiva degli Stati Uniti. Il rischio però è che, se percepita come eccessiva o fuori controllo, questa manovra possa ritorcersi contro, colpendo la fiducia degli investitori esteri e dei partner commerciali.

Quindi, i mercati possono salire?

La risposta non è netta, ma si può dire che sì, i mercati possono salire anche con un dollaro in crisi, se il contesto lo supporta. Una svalutazione finalizzata alla stimolazione dell’economia interna può fungere da catalizzatore per il mercato azionario. Tuttavia, tutto dipende da come viene gestita la narrativa e dalla credibilità della politica monetaria e fiscale. A dirlo sono le evidenze storiche, che in questo caso, come spesso accade, non offrono certezze, ma tracciano modelli che possono aiutare a interpretare meglio il presente.

La prima reazione del mercato a questa evenienza è stata nettamente negativa. Ma ciò non significa che lo dovrà essere anche in futuro. Sarà interessante vedere come si evolveranno le aspettative degli investitori in questo senso.

Resta però un dato di fatto, che un investitore europeo deve tenere bene a mente. Chi investe ha anche dei rischi valutari e delle implicazioni geopolitiche importanti. Il dollaro può perdere valore, e questo svaluterebbe la performance reale del proprio portafoglio.