Con i dazi e senza uranio, il nucleare americano rischia di spegnersi

Redazione Money Premium

15 Aprile 2025 - 06:35

I dazi del 10% sulle importazioni canadesi rallentano gli acquisti di uranio del 50%, minacciando la sicurezza energetica in un’era di rinascita nucleare.

Con i dazi e senza uranio, il nucleare americano rischia di spegnersi

Il mercato dell’uranio statunitense sta attraversando una fase di stallo senza precedenti, con le utility elettriche che hanno ridotto gli acquisti di uranio del 50% in risposta ai dazi del 10% imposti dal presidente Donald Trump sulle esportazioni energetiche canadesi.

Questo shock tariffario, che colpisce un settore già dipendente dalle importazioni, potrebbe ridefinire le dinamiche globali della fornitura di combustibile nucleare, proprio mentre gli Stati Uniti si preparano a una tanto decantata «rinascita nucleare».

Il problema di fondo per le utility nucleari statunitensi è chiaro: la stragrande maggioranza dell’uranio utilizzato nei loro reattori proviene dall’estero.

Secondo i dati della Energy Information Administration (EIA), il 27% dell’uranio statunitense arriva dal Canada, il principale fornitore, seguito dal Kazakistan (25%), dalla Russia (12%), dall’Uzbekistan (11%) e dall’Australia (9%). Un ulteriore 16% è fornito da un gruppo di sei paesi, tra cui Germania, Malawi e Namibia. Questa dipendenza, che si è consolidata a partire dal 1995, rende il mercato vulnerabile a shock esterni come i dazi, specialmente considerando che il Canada rappresenta oltre un quarto delle importazioni totali.

Con l’espansione dell’energia nucleare vista come una priorità per la sicurezza energetica e la transizione verso fonti a basse emissioni, la situazione attuale solleva interrogativi critici. Se i dazi entreranno in vigore come previsto e rimarranno a lungo termine, le utility potrebbero essere costrette a cercare alternative al Canada, un processo che richiede tempo, investimenti e una revisione delle catene di approvvigionamento globali.

La riduzione degli acquisti di uranio non è solo una reazione ai dazi, ma si inserisce in un contesto di crescente competizione per risorse limitate. Russia e Cina stanno rapidamente accaparrandosi risorse di uranio, capacità di arricchimento e infrastrutture nucleari, lasciando l’Occidente in una posizione di svantaggio.

Un recente rapporto del Center for Strategic and International Studies (CSIS) sottolinea questa tendenza: “Russia e Cina stanno espandendo rapidamente il loro controllo sull’uranio estratto da partner internazionali, sulle capacità di arricchimento e sulle infrastrutture nucleari”. Gli analisti raccomandano agli Stati Uniti di collaborare con gli alleati, adottare politiche commerciali favorevoli e investire nella capacità di arricchimento domestico e nella produzione di minerale di uranio all’estero. Tuttavia, l’approccio di Trump sembra andare in una direzione diversa, privilegiando una linea protezionistica che potrebbe alienare partner chiave come il Canada.

Nonostante le tensioni, ci sono segnali di adattamento. Nel 2024, Centrus Energy, uno dei principali fornitori di uranio arricchito negli Stati Uniti, ha annunciato un piano di espansione da 60 milioni di dollari per potenziare la capacità di arricchimento domestico.
Questo investimento potrebbe rappresentare un passo verso una maggiore autosufficienza, ma non risolve il problema immediato: la produzione interna di uranio negli Stati Uniti è minima rispetto al fabbisogno, e il paese rimane lontano dall’indipendenza energetica in questo settore. Nel 2023, la produzione domestica ha coperto meno del 5% del consumo totale, secondo l’EIA, un dato che evidenzia l’enorme divario da colmare.

I sostenitori di Trump potrebbero vedere nei dazi un’opportunità per stimolare lo sviluppo di catene di approvvigionamento alternative e ridurre la dipendenza da importazioni. Tuttavia, i critici avvertono che questa “terapia d’urto” potrebbe danneggiare le utility nel breve termine, aumentando i costi operativi e rallentando i progetti di espansione nucleare. I consumatori finali – le utility e, di riflesso, i cittadini – saranno i giudici ultimi dell’efficacia di questa strategia.

I dati parlano chiaro: con un calo del 50% negli acquisti e una dipendenza strutturale dall’estero, il mercato dell’uranio statunitense è a un bivio. La sfida per il futuro sarà bilanciare sicurezza energetica, competitività globale e stabilità economica, in un contesto in cui ogni mossa politica ha ripercussioni radioattive.

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