Comprare i bond del Venezuela oggi è un’opportunità?

R. F.

9 Gennaio 2026 - 15:35

I bond del Venezuela sono una opportunità oppure restano ancora forti rischi all’orizzonte?

Comprare i bond del Venezuela oggi è un’opportunità?

Ne stanno parlando da alcuni giorni, e non a sproposito. Le obbligazioni venezuelane, in default da anni, sono improvvisamente diventate uno dei titoli più ambiti nei mercati obbligazionari emergenti. I prezzi dei titoli di riferimento con scadenza ottobre 2026 sono balzati a circa 43 centesimi di dollaro, più che raddoppiando il proprio valore da agosto 2025 quando valevano 20-21 cents. Così come il bond scadenza 2027 9,25% che ad aprile maggio 2025 quotava 17 cents, e il 7 gennaio è arrivato a 41 centesimi (vedi grafico BLOOMBERG sottostante).

Il rally è alimentato dai trader altamente speculatori che stanno rivalutando le prospettive di recuperO di questi titoli obbligazionari in difficoltà (le cosidette distressed securities), con la rimozione a sorpresa del presidente Nicolás Maduro e a seguito di un cambio nella politica statunitense che ha aperto la strada a una potenziale ristrutturazione del debito nazionale.

PREZZI STORICI DEL VENEZUELA 9,25% SETT 2027 NEI 12 MESI PREZZI STORICI DEL VENEZUELA 9,25% SETT 2027 NEI 12 MESI FONTE: BLOOMBERG

Gli investitori scommettono che una transizione politica più rapida del previsto, unita a un percorso più chiaro verso il recupero degli asset, anche facilitato da un aumento della produzione di petrolio e dall’utilizzo delle immense riserve venezuelane, possa sbloccare un valore della produzione rimasto congelato per quasi un decennio.

Il Venezuela è entrato in default alla fine del 2017, dopo non aver onorato i pagamenti sui bond esteri emessi sia dal governo che dalla compagnia petrolifera statale, la Petroleos de Venezuela PDVSA. Ci sono anche investitori retail, ma tra i principali detentori di questi titoli in default figurano colossi istituzionali come Fidelity Investments e T. Rowe Price.

Una ristrutturazione implica - solitamente - uno scambio dei bond andati in default oppure prossimi alla scadenza con bond molto lunghi, per esempio con cedole dimezzate, ma permette allo stesso tempo di costruire nuovamente liquidità sugli asset in questione, assieme alla speranza di vedere rimborsato il proprio credito a 100, anche se nel 2035 o nel 2045 (per esempio). Tuttavia, permangano incertezze sulla fattibilità di un simile progetto per ora, specialmente riguardo all’allineamento politico del nuovo governo con Washington.

È ovvio che per l’amministrazione Trump è fondamentale estrarre le riserve petrolifere di cui dispone attualmente il Venezuela. Ciò significa anche che la riattivazione dei pozzi dormienti e la ristrutturazione degli impianti operata dalle multinazionali USA assorbirà occupazione, porterà infrastrutture nuove per il traporto e lo stoccaggio del petrolio, e quindi attirerà altri investimenti e il PIL del Paese salirà, e con esso la capacità di rimborsare gli obbligazionisti.
Tuttavia, nel breve termine potrebbero esserci dei rischi perché la mossa di Trump è un grande azzardo. Resta l’incognita sulla reale fedeltà del nuovo presidente verso Trump, anche dopo libere elezioni che - però - non avverranno nel brevissimo termine.

Intanto, i grandi rischi permangono. Il Venezuela e PDVSA hanno complessivamente 57 miliardi di dollari di eurobond non garantiti in circolazione. Includendo gli interessi moratori, le pretese totali degli obbligazionisti salgono a 98,3 miliardi di dollari, pari a circa il 119% del PIL, basandosi sulle proiezioni del PIL venezuelano fatte dal FMI per il 2025.

Ma i valori di recupero in percentuale al nominale emesso potrebbero variare sensibilmente solo notando che l’economia venezuelana si è contratta del 30% e la produzione di petrolio si è quasi dimezzata negli ultimi 8 anni. Di conseguenza, il recupero finale dei soldi per i creditori dipenderà fortemente dalla velocità con cui l’economia e il settore petrolifero riusciranno a rimbalzare nei prossimi anni.

Insomma, chi compra oggi bond del Venezuela in dollari dovrà avere molta pazienza per vedere se ha vinto la scommessa oppure no, forse 5 anni oppure 10 anni e incrociare le dita.

E ci sono ancora molti rischi per una semplice ragione: al momento assistiamo a una sorta di continuità nella leadership locale, nessun capovolgimento reale. E gli investimenti delle multinazionali del petrolio americane potrebbero essere destinati solamente al recupero dei soldi persi da loro stesse, e non ad un aumento del benessere dei venezuelani.

In sintesi, dopo quasi un decennio in un limbo di default, la rimozione di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti ha trasformato la ristrutturazione del debito da una remota speranza a una possibilità concreta per gli obbligazionisti, innescando un rally dei titoli governativi. Tuttavia, si prospetta una sfida lunga e formidabile per districare i 100 miliardi di dollari che il Venezuela deve a una fitta rete di creditori: dai detentori di bond commerciali e governativi, fino ai prestiti bilaterali garantiti dal petrolio concessi al Venezuela dai paesi come la Cina (e questa ultima voce farebbe salire il debito Venezuelano in senso esteso da 100 miliardi a 150 miliardi di dollari).

Nonostante la rimozione di Maduro da parte di Washington, i principali ostacoli alla ristrutturazione restano in piedi. Le sanzioni statunitensi - comprese quelle contro la presidente ad interim Delcy Rodriguez - implicano che persino sedersi a un tavolo di negoziazione con i creditori potrebbe violare le restrizioni del Dipartimento del Tesoro USA.

Qualcuno però sapeva già qualcosa da questa estate. Oltre agli hedge fund e ai gestori patrimoniali come RBC BlueBay e Canaima Global Opportunities (che hanno acquistato il debito a maggio e a giugno 2025 a prezzi stracciati scommettendo su un cambio di regime), sono esposti anche fondi pensione statunitensi e grandi asset manager come T. Rowe Price e Fidelity. Alcuni di loro si sono ritrovati con i titoli bloccati in portafoglio quando le sanzioni del 2019 ne hanno impedito la negoziazione.
Quindi è importante capire questo. Prima di definire la sequenza della ristrutturazione, deve esserci un cambiamento radicale nel regime sanzionatorio imposto dagli Stati Uniti. Solo dopo che saranno rimosse le sanzioni potranno iniziare i negoziati tra i creditori e il Venezuela per la ristrutturazione del debito e di lì potranno iniziare le procedure negoziali per lo scambio dei vecchi bond con i nuovi bond e la determinazione delle nuove cedole e della nuova durata dei bond in offerta.

E sarà probabilmente un processo lungo, poiché personalmente ritengo altamente improbabile un accordo sulle sanzioni tra Venezuela e USA entro quest’anno. Così come è difficile che avvengano tra qualche mese le nuove elezioni politiche, che probabilmente slittano al 2027.

In conclusione, si può ben ritenere che l’ottimismo degli investitori possa essere prematuro: non comprate ora i bond del Venezuela, anche se siete degli investitori aggressivi. Il rischio resta molto alto e imprevedibile. La capacità e la volontà del Venezuela di pagare, o almeno la sua capacità effettiva di diventare solvibile, rimangono estremamente limitate al momento.