Come si trova lavoro in Italia: il fallimento dei centri per l’impiego

Chiara Esposito

03/07/2022

04/07/2022 - 16:03

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I metodi a cui ricorrono gli italiani in cerca di lavoro rivelano la debolezza dei sistemi di collocamento; è il volto di un Paese senza “ascensore sociale”.

Come si trova lavoro in Italia: il fallimento dei centri per l'impiego

Un’indagine dell’Inapp (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) ha rivelato la falla nel sistema di collocamento italiano.

Dai dati emerge che negli ultimi dieci anni il 23% di chi cerca lavoro lo fa tramite amici o parenti e il 9% tramite contatti stabiliti nell’ambiente lavorativo. In totale i canali informali di ricerca hanno collocato il 56% dell’occupazione; un valore che evidenzia le difficoltà dei Centri per l’impiego di offrire un servizio sicuro, vantaggioso e affidabile ai cittadini.

La problematicità di questa realtà di orientamento professionale si riflette inevitabilmente sul contesto sociale, creando una forte disparità tra gli individui, nonché un tasso considerevole di rigidità della divisione in ceti. Questi fattori danno origine a un tasso di stagnazione delle prospettive di crescita professionale per chi non è ben inserito in una rete di contatti e conoscenze del settore in cui vorrebbe entrare.

Come trovano lavoro gli italiani

Se tra il 2011 e il 2021 i canali informali di ricerca hanno generato il 56% dell’occupazione, significa che circa 4,8 milioni di posti di lavoro sono stati sottratti alla intermediazione “palese”.

Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp, commenta così i risultati dello studio condotto dalla sua agenzia:

«La prevalenza dell’accesso all’occupazione tramite i canali informali rappresenta ormai un tratto strutturale del mercato del lavoro italiano con distorsioni rilevanti sulla qualità dell’allocazione delle risorse umane. Chiudendo di fatto i canali formali di accesso pubblico alle posizioni migliori si restringe il campo della contendibilità e si riduce l’area di scelta per gli stessi datori di lavoro».

Una domanda importante da porsi sarebbe perché ciò accade e dall’Inapp arrivano alcune ipotesi. Entrano in gioco la riluttanza delle imprese a comunicare posti vacanti di elevata qualità ai Servizi per l’impiego, nonché la riluttanza delle persone più qualificate a cercare occupazione rivolgendosi ai Servizi per l’impiego.

Questo binomio manda in crash il quadro generale poiché, in poche parole, lo stato attuale delle cose compromette il funzionamento del cosiddetto “ascensore sociale” nonché la valorizzazione del merito.

I problemi più grandi poi si vedono sul lungo termine perché, come sottolineato da Fadda: «tutto ciò comporta nel lungo periodo un impoverimento del capitale sociale e una perdita di qualità e di efficienza dell’intero sistema economico».

Il flop dei centri impiego

I cittadini non si rivolgono ai Centri per l’impiego per alcuni motivi di ordine pratico che gli studi sul caso stanno evidenziando in maniera chiara e univoca; questi sportelli intermediano le posizioni lavorative meno retribuite, prevalentemente non standard e caratterizzate da bassi livelli di istruzione.

Nel dettaglio sappiamo che i Centri per l’impiego trattano un’utenza debole (il 32% ha la licenza media inferiore) e che la retribuzione di chi ha trovato lavoro grazie ai Centri per l’impiego è di 23.300 euro lordi all’anno. Per avere un riferimento del contraltare, invece, chi ha vinto un concorso pubblico percepisce un salario medio di 35mila euro, mentre si attestano sui 32.600 euro coloro che hanno trovato lavoro grazie al substrato di rapporti in quell’ambiente professionale.

Un altro dato di valore è che la quota di laureati che hanno trovato lavoro attraverso i Servizi per l’impiego è la più bassa (23%) dopo quella delle Agenzie interinali (20%). Si parla quindi di un problema di carenza di opportunità qualitativamente vantaggiose e di un clima che, nel tempo, ha portato i Centri a trattare un’utenza particolarmente fragile.

Il presidente Fadda chiede un intervento in tal senso:

«Urge un piano di rafforzamento dei Centri per l’impiego che superi il limite di un mero incremento numerico del personale con interventi radicali sul piano della chiarezza delle funzioni da svolgere, delle competenze degli addetti e della efficienza organizzativa».

E propone anche alcune soluzioni fattibili:

«Per un miglioramento complessivo del funzionamento del mercato del lavoro i Centri per l’impiego devono essere potenziati anche nella loro interconnessione con le imprese, i servizi dell’orientamento, i servizi formativi, gli altri organismi operanti nell’intermediazione e con tutti gli altri strumenti e soggetti delle politiche del lavoro. Ovvero, ai Centri per l’impiego bisogna attribuire un ruolo attivo nel mercato del lavoro e offrire le condizioni per poterlo svolgere».

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