La Cina ha trasformato un deserto in un serbatoio di carbonio

Ilena D’Errico

12 Aprile 2026 - 23:18

Il secondo deserto più grande del mondo diventa un serbatoio di carbonio sotto le azioni della Cina. Ecco come hanno fatto e perché.

La Cina ha trasformato un deserto in un serbatoio di carbonio

La Cina sta trasformando un deserto in un serbatoio di carbonio. Un piccolo ma grande contributo per invertire i processi di desertificazione e deforestazione che stanno danneggiando il pianeta. Nonostante ciò, questo progetto non manca di sollevare delle critiche da parte degli esperti, visto che i vantaggi sono almeno tanti quanti i pericoli. Non esistono peraltro abbastanza casi in cui un simile processo sia stato ottenuto artificialmente, facendo dell’opera cinese un’occasione di studio non priva di rischi.

Eppure, il programma cinese sta per il momento collezionando traguardi impressionanti, mostrando che l’intervento dell’uomo può effettivamente migliorare l’assorbimento di carbonio e compensare le emissioni, quantomeno auspicabilmente. Il lunghissimo percorso di Pechino sta così diventando un esempio a livello globale, spingendo la ricerca e forse l’imitazione, tenuto conto che si possono ottenere risultati davvero significativi soltanto con un’estensione generalizzata della forestazione.

È proprio su questo punto, tuttavia, che alcuni esperti sollevano le maggiori critiche. Pare che vi siano troppe variabili in gioco per diffondere il modello cinese in altre zone desertiche del mondo, mentre l’efficienza raggiunta dalla Cina è stata comprovata anche dalla Nasa. Scopriamo di più.

La Cina ha trasformato un deserto in un serbatoio di carbonio

Nel mondo che conosciamo sono le foreste a lasciare posto a cemento o deserti, per l’intervento dell’uomo e degli agenti atmosferici. Con le opportune operazioni, tuttavia, è possibile anche promuovere il processo inverso. La Cina sta lavorando a questo tipo di progetto da decenni, lavorando per circoscrivere le aree desertiche e finendo per realizzare veri e propri pozzi di carbonio. Si tratta della cosiddetta Grande muraglia verde, un enorme anello di alberi direttamente nel secondo deserto più vasto del mondo, il Taklamakan.

Quest’ultimo si espande per oltre 337.000 chilometri quadrati, con altissime dune e precipitazioni ridotte all’osso. Gli unici corsi d’acqua scorrono ai confini del deserto, dove con fatica si sviluppano alcune coltivazioni. Non a caso, in passato veniva chiamato il “deserto della morte” e anche “il luogo da cui non si fa ritorno”, principalmente per i pericoli dovuti all’assenza d’acqua e alle importanti escursioni termiche.

Di fatto, il deserto è dannoso anche per le colture vicine, a causa delle tempeste di sabbia devastanti. Così, la Cina ha lanciato nel 1978 il programma Three-North Shelter Belt, con cui ha piantato almeno 66 milioni di alberi fino al 2024. In questo modo Pechino ha trovato un modo efficace per proteggere pascoli e coltivazioni, ma anche per immagazzinare il carbonio. È stato infatti scoperto che gli alberi piantati crescono spontaneamente durante la stagione delle piogge, che stimolano la fotosintesi e dunque l’assorbimento di anidride carbonica dall’atmosfera.

Pro e contro del pozzo di carbonio cinese

Secondo gli scienziati che curano e analizzano questo progetto le piogge sono già aumentate di diversi millimetri, a dimostrazione della possibilità di inversione dell’effetto serra con interventi analoghi su scala globale. A favore di questa tesi, anche uno studio condotto dalla Nasa insieme a Caltech, secondo cui aree come il Taklamakan sono una risorsa preziosa in tal senso. D’altra parte, servirebbero sforzi di piantumazione decisamente maggiori e più largamente condivisi.

Questo è uno dei motivi che scoraggia alcuni esperti, che spesso consigliano il ricorso a piante ed erbe che richiedono meno acqua e permetterebbero di combattere la desertificazione contenendo lo spreco idrico. Altri, temono il rapido esaurimento dell’acqua nei terreni, senza cui non avviene tutto il processo che porta all’assorbimento carbonico. Altri ancora temono le conseguenze a livello locale, relative agli scompensi dell’ecosistema, pur a fronte dei benefici in senso generale.

Nell’insieme, è opportuno sottolineare che un modello di questo genere non potrebbe mai essere replicato senza un’adeguata personalizzazione a seconda delle caratteristiche di ogni territorio, dati i numeri fattori di cui tenere conto e i risultati ancora incompleti prodotti dalla ricerca.

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