Chip, commercio globale, rapporti diplomatici: tutti i nodi tra Cina e Taiwan

Federico Giuliani

28/01/2025

Cosa succede tra Cina e Taiwan? Ne abbiamo parlato con Lorenzo Maggiorelli, professore associato di Relazioni Internazionali presso la Pontificia Università Javeriana di Bogotà, in Colombia

Chip, commercio globale, rapporti diplomatici: tutti i nodi tra Cina e Taiwan

La tensione tra Cina e Taiwan è sempre più alta.

Pechino continua ad aumentare la pressione sull’isola, mentre Taipei si affida al suo «scudo di silicio» e al rafforzato sostegno (anche militare) statunitense per tenere a distanza di sicurezza il Dragone.

L’ombra di una guerra nel Mar Cinese Meridionale preoccupa però la comunità internazionale. E non solo per il rischio concreto di un effetto domino geopolitico, ma anche per le conseguenze economiche.

Ne abbiamo parlato con Lorenzo Maggiorelli, professore associato di Relazioni Internazionali presso laPontificia Università Javeriana di Bogotà, in Colombia.

Cosa sta succedendo a Taiwan? Com’è la situazione dal punto di vista politico tra Pechino e Taipei?

Conosciamo ormai la situazione tra Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese: Pechino considera l’isola come una «provincia ribelle» sotto la sua sovranità. Da tempo la situazione va avanti così. Gli sviluppi recenti si sono manifestati in un aumento delle tensioni che ha portato anche ad un incremento dell’attività militare nello Stretto di Taiwan. La Cina ha fatto molteplici esercitazioni di larga scala, sia navali che anche con gli aerei da guerra, e le ha via via normalizzate. Sono, come detto, esercitazioni, ma un giorno potrebbero trasformarsi in un’invasione, anche se penso che questo non sia imminente. Non sappiamo cosa succederà e le tensioni aumentano, insieme all’appoggio da parte degli Stati Uniti al governo taiwanese, con sostegno militare ed esercizi militari che hanno fatto parecchio arrabbiare il governo cinese. Tutto questo ha un effetto sulla politica domestica, sia in Cina che a Taiwan. La vittoria alle ultime elezioni taiwanesi del presidente William Lai è da tenere bene in mente: anche se il leader ha espresso un desiderio di dialogo con la controparte cinese, il suo partito, il Partito Democratico Progressista, rivendica una chiara posizione di autonomia rispetto a Pechino. Per la Cina le condizioni del dialogo coincidono con il famigerato Consenso del 1992, ovvero l’accordo stipulato nel 1992 tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang. Cosa dice? Che esiste una sola Cina, anche se ciascuno dei due lati (Pechino e Taipei) mantiene la propria interpretazione su quale sia il governo legittimo. Al contrario, il Partito Democratico Progressista di Taiwan, al governo dal 2016, non riconosce questa intesa. Nelle dichiarazioni pubbliche degli alti funzionari cinesi è così sparito il concetto di «riunificazione pacifica» sostituito da quello di «riunificazione».

Quanto pesa oggi Taiwan nell’economia globale?

Taiwan ha un’economia altamente rilevante. L’industria dei semiconduttori è la più importante, anche se dobbiamo citare altri settori come la logistica per il trasporto navale. In ogni caso, più della metà dei chip globali si fanno su quest’isola, compreso il 90% di chip molto particolari che si usano nei prodotti di altissima tecnologia, dai telefoni più avanzati a dispositivi militari. Ebbene, se si dovesse fermare la loro produzione - per una guerra, un blocco delle rotte commerciali, o qualsiasi altra causa - le catene produttive dell’elettronica, del comparto auto, delle industrie mediche, soltanto per citarne alcune, sarebbero distrutte, con possibili effetti devastanti a livello planetario.

Nel caso in cui dovesse scoppiare una guerra a Taiwan cosa succederebbe all’economia globale?

Come detto ci sarebbero conseguenze per il commercio ma anche gravi effetti geopolitici. Una guerra nella regione tra Cina e Taiwan ostacolerebbe rotte commerciali strategiche per il pianeta, a partire da quelle che passano dalla Cina verso sud, cruciali per tutti i continenti. Un conflitto potrebbe causare una serie di sanzioni, cambi di alleanze. La maggior parte dei Paesi asiatici aumenterebbe le spese militari e aumenterebbero le tensioni internazionali.

Esiste a suo avviso un modo per risolvere la questione taiwanese senza guerre o conflitti?

Per poter risolvere la questione senza guerre bisogna che riprenda un dialogo tra le parti. Si potrebbe partire con la diplomazia informale, con le conversazioni tra le ong, tra gli accademici e i businessman di entrambi i lati dello Stretto per portare avanti colloqui in un momento in cui i governi non possono farlo direttamente. Per quanto riguarda il dialogo tra governi, al momento è complicato percorrere questa via, almeno finché a Taiwan ci sarà il Partito Democratico Progressista. Se in futuro dovesse vincere il Kuomintang ci potrebbe essere un ritorno al Consenso del 1992 e quindi un dialogo diretto. Il dialogo è importante: è l’unica maniera che esiste per costruire fiducia e ottenere una de-escalation militare. L’interdipendenza economica è uno dei modi che consente agli Stati di costruire un deterrente al conflitto militare: Taiwan investe soldi in Cina e viceversa (pensiamo alla Foxconn e ad altre imprese). A livello di comunità internazionale, infine, c’è da capire quali Paesi potrebbero essere considerati imparziali e mediatori. Da questo punto di vista i membri dell’Asean hanno discrete potenzialità, oltre che l’interesse, a far cessare le tensioni tra Cina e Taiwan all’interno della regione. I cinesi non vorrebbero però che ci fossero mediatori in campo, perché considerano la questione taiwanese un affare interno alla Cina, e anche solo accettare un «mediatore» significherebbe accettare la legittimità del governo di Taipei.

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