Chi vuole la flat tax in Italia e chi invece è contrario (e perché)

Claudia Cervi

17/08/2022

17/08/2022 - 14:01

condividi

Secondo i suoi sostenitori la flat tax stimola l’economia, l’occupazione e riduce la pressione fiscale. Per i detrattori è sperequativa e finanziariamente insostenibile. Ecco chi la vuole e chi no.

Chi vuole la flat tax in Italia e chi invece è contrario (e perché)

La flat tax è una tassa non progressiva, basata su un’unica aliquota per tutte le fasce di reddito, al netto di eventuali deduzioni fiscali o detrazioni.

È il principale motivo di discussione nel corso di quest’ultima campagna elettorale in vista delle elezioni del 25 settembre (ma se ne parla dal 1994) e divide schieramenti politici ed economisti: il centrodestra ha fatto della flat tax un cavallo di battaglia del programma politico mentre il Partito Democratico e la sinistra sono fortemente contrari.

Prima di scoprire chi vuole la flat tax in Italia e chi invece è contrario (e perché), vediamo quali sono i vantaggi e gli svantaggi della tassazione con un’aliquota fissa.

I vantaggi della flat tax

  • Semplificazione della tassazione. Tra le finalità più nobili della flat tax va certamente riconosciuta quella di voler semplificare un sistema di tassazione estremamente complesso. Non tanto nella definizione delle aliquote, quanto invece nella macchinosità di calcolo della base imponibile delle imposte sul reddito per effetto delle distorsioni create da detrazioni, deduzioni e agevolazioni varie.
  • Crescita economica. Secondo i suoi sostenitori, la flat tax contribuirebbe alla crescita economica attraverso la riduzione della pressione fiscale e del numero di adempimenti burocratici. Non solo, chi vuole la flat tax afferma che l’introduzione di questo sistema fiscale possa essere autofinanziato con i proventi della maggiore crescita.
  • Minore evasione fiscali. L’introduzione di una flat tax, con una riduzione di imposta, dovrebbe poi incoraggiare una minore evasione fiscale.

Gli svantaggi della flat tax

Secondo i detrattori della flat tax, è dubbia la fondatezza dei vantaggi elencati dai sostenitori dell’imposta unica.

  • Nessuna correlazione tra flat tax e crescita economica. Come anche descritto in una nota pubblicata nel 2018 dall’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, è difficile provare empiricamente la correlazione tra la maggiore crescita e il nuovo sistema di tassazione, così come è ambiguo l’effetto del livello di tassazione sul grado di evasione fiscale.
  • Mancanza di progressività. Inoltre chi non vuole la flat tax cita il contrasto con il principio di progressività dell’imposizione fiscale previsto dall’art.53 della Costituzione italiana. Va però osservato che la riduzione della progressività del sistema di tassazione andrebbe valutato tenendo conto delle possibili riforme che verrebbero prese sul lato della spesa e dell’intero sistema di welfare.
  • Minor gettito per lo Stato. Un’unica aliquota al 15% o al 23% rappresenta minori entrate le casse pubbliche pari a circa 100 miliardi di euro, difficilmente compensabili dal recupero dell’evaso.

Chi vuole la flat tax in Italia

A volere la flat tax è tutto il centrodestra, ma con sfumature diverse da partito a partito.

  • Lega (Armando Siri). La paternità della proposta è proprio della Lega. Si deve al senatore leghista Armando Siri l’idea di una flat tax da introdurre in modo graduale attraverso tre fasi: la prima, che è già realtà, per le partite iva fino a 65 mila euro, con l’obiettivo di estenderla fino a 100mila euro; la seconda fase, per famiglie di dipendenti e pensionati con alcune limitazioni di reddito (single fino a 30mila euro di reddito, famiglie monoreddito fino a 55mila euro di reddito, famiglie bi-reddito fino a 70mila) e una fase tre con un’aliquota al 15% per tutti, da completare entro la fine della legislatura.
  • Secondo Siri, il costo complessivo della proposta è di 13miliardi di euro, 7 miliardi dei quali arrivano dalla rimodulazione delle aliquote - appena varata dal Governo Draghi - e 6 miliardi dall’«ottimizzazione delle tax expenditures, cioè detrazioni e deduzioni».
  • Fratelli d’Italia (Maurizio Leo). La coalizione di Giorgia Meloni ha un’idea diversa di flat tax. Maurizio Leo, responsabile del dipartimento Economia e Finanza del partito, spiega l’idea di una flat tax incrementale, con un’aliquota del 15% solo sulla quota di reddito imponibile dichiarato oltre il livello dell’anno precedente. Secondo Fratelli d’Italia, un sistema di tassazione così concepito contrasta l’evasione, agevola sensibilmente la crescita e preserva la finanza pubblica, perché colpisce solo il reddito incrementale.
  • Forza Italia. La nuova proposta di Forza Italia richiama quella del programma elettorale del 1994, creata con il contributo del professor Antonio Martino (allievo di Milton Friedman) e si basa su una aliquota al 23% da applicare al reddito familiare, con una no-tax area fino ai 13mila euro, cure mediche deducibili e interessi sui mutui ipotecari e carichi familiari detraibili. Tutte le altre agevolazioni fiscali verrebbero eliminate.

Chi non vuole la flat tax e perché

Vediamo ora chi punta il dito contro la flat tax cercando di capire anche il perché.

  • Tito Boeri. Tito Boeri, presidente dell’Inps fino al 2019, teme che l’introduzione della flat tax possa costare alle tasche dello Stato circa 80 miliardi di euro perché si realizzi senza provocare disomogeneità.
  • Carlo Cottarelli. Dello stesso pensiero Carlo Cottarelli che in un tweet definisce l’imposta unica «un sistema di tassazione che redistribuisce meno di quello attuale e che (al 23%) ha un alto costo per le finanze pubbliche che dovrà essere colmato con altre tasse o tagli di spesa».
  • Partito Democratico (Stefano Bonaccini). Il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini considera la flat tax anticostituzionale, ma soprattutto ritiene che porti a una riduzione delle entrate nelle casse dello Stato e a conseguenti tagli nella scuola e nella sanità.

Gli scettici

Sono in molti ad auspicare una riforma fiscale che ruoti intorno a una flat tax, ma con delle proposte più concrete.

Per l’Istituto Bruno Leoni, un think tank di impostazione liberista guidato da Nicola Rossi e Alberto Mingardi, la classe politica dovrebbe fare proposte plausibili e dimostrabili sotto il profilo degli equilibri di finanza pubblica, andando oltre gli slogan elettorali. Per tale motivo ha riproposto un progetto di flat tax al 25% studiato nel 2018.

Secondo il think tank, l’aliquota unica dovrebbe sostituire tutte le imposte attualmente in vigore (tra cui IRPEF, IRES e IVA) e prevede un “minimo vitale” su base territoriale, ossia un trasferimento monetario per tutti coloro che non raggiungono una determinata soglia di reddito. La proposta vedrebbe una deduzione base sull’imponibile familiare IRPEF di circa 7mila euro (con una abolizione di tutti i bonus). Secondo gli autori, questa manovra porterebbe a una riduzione delle entrate di 95,4 miliardi, compensabili in parte con una riduzione delle spese di 64,2 miliardi (data dalla rivoluzione nei trasferimenti assistenziali, come ad esempio l’eliminazione delle prestazioni agli invalidi civili, da sostituire con il minimo vitale) e con una spending review aggiuntiva di 31,2 miliardi.

Tra gli scettici troviamo anche Giovanni Tria, ex ministro dell’Economia, che da un lato difende l’aliquota unica sostenendo che «non privilegi i ricchi se si tagliano detrazioni e deduzioni” e dall’altro ritiene necessario studiare una flat tax nell’ambito di una riforma generale del sistema fiscale, con lo»studio della copertura e di tanti altri fattori”.

Iscriviti a Money.it